lunedì 30 gennaio 2017

Xandria - Theater of Dimensions

Con il nuovo album Theater of Dimensions i tedeschi Xandria sono alla terza prova in studio con la attuale cantante Dianne van Giersbergen, ad un anno e mezzo di distanza dall'EP Fire and Ashes pubblicato nel 2015. In questo nuovo album la band di Bielefeld ripropone il proprio suono caratteristico fatto di basi musicali veloci e potenti a cui si somma la voce cristallina della cantante che spesso si cimenta nell'uso del registro lirico. L'album è composto di 13 pezzi (18 nella versione deluxe grazie alla presenza di 5 bonus track registrate in acustico). L'uscita dell'album è stata anticipata di alcuni giorni dal video di Call of Destiny che ha mostrato fin da subito che rispetto al passato gli Xandria presentano sonorità più maestose, ricche di lunghe parti suonate e un maggiore uso di poderosi cori. Esempi di questo approccio si possono riscontrare ad esempio nella traccia di apertura Where the Heart is Home in cui il coro fa da seconda voce sul ritornello e in Ship of Doom in cui il canto corale a cappella apre il brano prima dell'ingresso degli strumenti per poi ripresentarsi in un vocalizzo nel ritornello.

La vera forza di questa band resta comunque la potentissima voce della van Giersbergen che mostra di avere una notevole estensione sia verso l'alto sia verso il basso. Dei tredici brani dodici sono veloci ed energici ed è presente una sola ballad intitolata Dark Night of the Soul dai suoni piuttosto tradizionali. Il disco vede anche la presenza di alcuni ospiti. Burn Me è cantata da Dianne con Zaher Zorgati, cantante della band power metal tunisina Myrath, accostando con grande efficacia due stili di canto radicalmente diversi. Nel disco è presente anche Björn Strid dei Soilwork nel brano We Are Murderers che proprio per via della presenza del cantante svedese è il pezzo peggiore del disco e l'unico che avrebbe potuto essere tolto senza intaccare la qualità dell'album, la spiegazione è presto data: Strid canta in growl aggiungendo un tocco davvero brutto a un brano altrimenti bellissimo. Gli altri due ospiti sono Russ Thompson dei Van Canto nella già citata Ship of Doom e Henning Basse nella teatrale e lunghissima title track di chiusura, ricca di cambi di tempo e di stile.


Come anticipato, l'album in versione deluxe contiene cinque tracce in acustico. Le prime due sono Call of Destiny e Dark Night of Soul a cui seguono In Rememberance (la cui versione originale si trova su Fire and Ashes), Sweet Atonement (originariamente incisa su Sacrificium) e Valentine (tratta da Neverworld's End dove era cantata dalla precedente vocalist Manuela Kraller). Come sempre i brani acustici mostrano un lato diverso dei musicisti, sicuramente più leggero e meno aggressivo e più attento ai dettagli esecutivi, in particolare spicca sulle altre la nuova versione di Valentine che trasforma un pezzo aggressivo in uno leggero e divertente guidato dal suono delle chitarre acustiche nel quale Dianne dimostra di essere a proprio agio anche in uno stile di canto più tradizionale.

In sintesi Theater of Dimensions è un vero capolavoro del symphonic metal e il miglior disco della carriera degli Xandria per ricchezza dei suoni e per precisione nelle esecuzioni. Non si può infine non notare che i migliori dischi degli Xandria sono proprio gli ultimi tre e il merito è in ottima parte di Dianne van Giersbergen che si dimostra superiore alle due, pur brave, cantanti che l'hanno preceduta e che ha concesso al gruppo di affrancarsi dell'etichetta di clone tedesco dei Nightwish sviluppando sonorità proprie che li proiettano tra i migliori gruppi del panorama attuale del symphonic metal.

lunedì 23 gennaio 2017

Mike Oldfield - Return to Ommadawn

Il nuovo album del compositore e polistrumentista britannico Mike Oldfield arriva nei negozi tre anni dopo il precedente Man on The Rocks uscito nel 2014 e costituito interamente di canzoni, Man on The Rocks fu il secondo album della lunga carriera di Oldfield ad essere composto solo da brani cantanti a ben venticinque anni di distanza dal primo Earth Moving. Il nuovo disco specifica fin dal titolo in quale direzione voglia andare e quanto questa sia diversa da quella dell'album precedente, Return to Ommadawn si riallaccia infatti chiaramente al terzo album di Mike Oldfield uscito nel 1975 ed intitolato proprio Ommadawn, disco interamente strumentare e caratterizzato da sonorità celtiche condite saggiamente dall'uso di percussioni africane. Return to Ommadawn è anche il primo album di Mike Oldfield ad essere composto da due tracce strumentali intitolate semplicemente Part 1 e Part 2 da Incantations del 1978.

Con Return to Ommadawn Mike Oldfield propone quasi cinquanta minuti di musica d'atmosfera, rilassante e che trasporta in terre lontane e fantastiche, come nella migliore tradizione dei dischi strumentali del musicista di Reading. Anche in questa occasione, come in molte altre in passato, Oldfield suona tutti i venticinque strumenti tra tastiere, strumenti a corda e percussioni. Oltre ai consueti chitarra acustica, chitarra elettrica, basso e Hammond, non mancano strumenti meno comuni come metallofono, tamburo a cornice e arpa celtica. Il suono è armonico e varia poco tra le due metà del disco, l'unica differenza che si nota è che la seconda parte presenta un suono leggermente più aggressivo e meno rilassato della prima per via di una maggiore distorsione nelle chitarre. L'album è interamente strumentale con la sola eccezione della traccia vocale del coro di bambini di On Horseback, tratto da Ommadawn, e sovrapposta uguale verso nella seconda metà della prima traccia.

Return to Ommadawn è un disco di grande effetto che dimostra ancora una volta che nella sua quarantennale carriera Mike Oldfield non ha mai compiuto un passo falso e offre un'ottima prova dell'ecletticità dell'autore che riesce a passare dal rock alla musica strumentale con una facilità incredibile. E il fatto che Oldfield sia in grado di suonare una tale vastità di strumenti e di comporre musica che usi suoni così diversi proietta l'autore di diritto tra i più grandi musicisti di ogni tempo.

venerdì 20 gennaio 2017

Lock Up - Something Bitchin' This Way Comes

Prima di essere il chitarrista dei Rage Against The Machine e degli Audioslave, Tom Morello militava in una band chiamata Lock Up che ebbe una brevissima carriera alla fine degli anni 80. La band nacque nel 1987 e la formazione originale era composta da Mike Livingston alla chitarra, Kevin Wood al basso, Micheal Lee alla batteria e Brian Grillo alla voce. Lee lasciò la band poco dopo la fondazione e fu sostituito da D. H. Peligro il quale rimase nel gruppo per un periodo molto breve per poi essere a sua volta sostituito da Vince Ostertag. Nel 1988 Morello prese il posto di Livingston e Chris Beebe sostituì Wood al basso.

Con la formazione definitiva la band incise un solo album nel 1989 intitolato Something Bitchin' This Way Comes. La musica dei Lock Up si inserisce nel filone funk metal che a cavallo tra gli anno 80 e 90 includeva anche gruppi come i Fishbone e i Primus e che è composta da un hard rock vibrante e divertente condito con profonde venature di musica nera di ispirazione funk.

L'album dei Lock Up è composto da dodici brani il cui suono è contraddistinto dalla chitarra di Morello che si esprime in modo completamente diverso da quando farà in seguito nei Rage Against The Machine basandosi soprattutto su arpeggi e tapping; un altro aspetto distintivo dei Lock Up è la voce saltellante di Brian Grillo che risente sicuramente anche dell'esplosione dell'hip-hop che in quel periodo dominava le classifiche. Delle dodici tracce del disco, undici sono veloci e potenti e a queste si aggiunge il midtempo Kiss 17 Goodbye (scritto con 17 al posto di It anche sulla copertina del singolo) che rallenta leggermente il ritmo rispetto al resto del disco.

Tra i pezzi migliori e più energici troviamo sicuramente il brano di apertura Can't Stop the Bleeding arricchito dal controcanto sul ritornello dei tre strumentisti. Oltre a questo si distinguono Nothing New (di cui fu anche realizzato un video), Punch Drunk e Half Man, Half Beast in quanto sono i pezzi in cui si notano maggiormente gli esperimenti sonori di Morello alla chitarra.

Dopo l'uscita dell'unico album anche Ostertag lasciò il gruppo e fu sostituito da Jon Knox, ma il gruppo si sciolse poco dopo. Tuttavia l'unica prova in studio dei Lock Up è un disco di grande valore perché dimostra anzitutto l'incredibile versatilità di Tom Morello che nei decenni a venire avrebbe intrapreso strade musicali completamente diverse dal funk metal, ma anche che talvolta dei musicisti semisconosciuti possono creare album ottimi in grado di regalare un'ora di musica divertente e per nulla banale.

venerdì 13 gennaio 2017

Da dove nasce il termine blues?

Il blues è una delle forme musicali più influenti dell'ultimo secolo perché fu proprio dalle incisioni della leggendaria Chess Records di Chicago che presero le mosse il soul, il rock & roll, l'hard rock, l'heavy metal e ogni altro aspetto della musica moderna. Ciò che spesso si ignora è come il termine blues sia entrato nel lessico mondiale per descrivere questo genere musicale nato nel sud degli Stati Uniti.

Come riportato dall'articolo Why Is the Blues Called the ‘Blues’? di Debra Devi, il termine blues che oggi tutti utilizziamo deriva dalla contrazione di blue devils che nell'inglese classico indicava uno stato emotivo di tristezza e malinconia. Un primo uso di questo termine si trova nel titolo dell'opera teatrale Blue Devils del drammaturgo londinese George Colman del 1798. Ma lo stesso termine già nel 1600 indicava lo stato di allucinazione seguito all'abuso di alcol e nel diciannovesimo secondo negli Stati Uniti vennero varate le Blue Laws per proibire il consumo di bevande alcoliche nei giorni festivi.

Il primo uso documentato del termine blues in campo musicale risale alla composizione del 1908 I Got the Blues del musicista italiano Antonio Maggio che, come riportato dalla newsletter dell'Hogan Jazz Archve, nacque a Cefalù nel 1876 e si trasferì a New Orleans nel 1892. Tuttavia come si può facilmente verificare ascoltandolo, il brano non afferisce al blues come lo intendiamo oggi ma è piuttosto un ragtime.

I volumi The History Of The Blues: The Roots, The Music, The People di Francis Davis e The Country Blues di Samuel B. Charters riportano che quattro anni dopo, nel  marzo del 1912, il compositore Hart Wand di Oklahoma City usò di nuovo il termine blues nel suo brano intitolato Dallas Blues, ma anche in questo caso si tratta di un ragtime e non di un blues. Nell'agosto dello stesso anno il musicista Arthur Seal pubblicò Baby Seals Blues, in cui di nuovo a dispetto del titolo non si trovano le sonorità tipiche del blues.

Nel settembre dello stesso anno il musicista afroamericano William Christopher Handy compose il brano intitolato Memphis Blues che come sonorità si avvicina sicuramente di più al blues che poi sarebbe entrato nella tradizione della musica nera americana. L'anno seguente Wand cercò di ripetere il successo di Dallas Blues con Jogo Blues (dove la parola Jogo significa uomo di colore, come spiegato dallo stesso Handy nella sua autobiografia intitolata Father of Blues pubblicata nel 1941) e nel 1914  lo stesso autore pubblicò il celeberrimo Saint Louis Blues che virò ancora più energicamente sui suoni neri di ciò che sarebbe diventato il blues. Ad oggi Saint Louis Blues è uno degli standard più noti del jazz e del blues e vanta decine di interpretazioni da parte di grandissimi cantanti di ogni era come Billie Holiday o Chuck Berry

Secondo quanto riportato dai libri Long Lost Blues: Popular Blues in America, 1850-1920 di Peter C. Muir ed Encyclopedia of the Blues di Edward Komara, Maggio sostenne che Handy prese spunto dal suo lavoro nel realizzare Saint Louis Blues; nonostante sia poco probabile che Handy si sia spostato fino a New Orleans è invece plausibile che possa aver sentito il brano di Maggio a Memphis. Questo non deve suggerire che Handy abbia copiato, quando piuttosto che abbia tratto ispirazione dall'opera di Maggio come naturalmente accade nella scrittura di musica di ogni tipo. Del resto l'autobiografia di Handy non menziona Maggio da nessuna parte e quindi lo spunto tratto da Handy dalla musica di Maggio, ammesso che esista, può essere considerato involontario.

Possiamo quindi considerare William Christopher Handy come il padre del blues, ma il fatto che si sia ispirato a un lavoro di un siciliano può renderci orgogliosi del fatto che fu un italiano a porre il primo mattone alle fondamenta della musica nata nell'ultimo secolo.

sabato 7 gennaio 2017

Rolling Stones - Blue & Lonesome

Il 2016 ha visto il ritorno dei leggendari Rolling Stones, band dall'incredibile longevità che di certo non hanno bisogno di presentazioni. Il nuovo album del gruppo di Mick Jagger si intitola Blue & Lonesome ed è il primo disco interamente di cover del quartetto inglese. I Rolling Stones fanno una scelta coraggiosa decidendo di reincidere dodici classici del blues di Chicago, spaziando da Little Walter a Magic Sam fino ad Howlin' Wolf. Prima di Blue & Lonesome l'album dei Rolling Stones che conteneva più cover era il loro eponimo disco di esordio del 1964 che ne conteneva nove più tre inediti.

Se da un lato la scelta di attingere dal blues di Chicago può sorprendere, perché il gusto degli ascoltatori moderni è molto lontano da quel genere musicale, dall'altro non va dimenticato che la carriera dei Rolling Stones prese le mosse proprio da quel repertorio come confermato dal suono dei loro dischi della origini ma soprattutto dal fatto che il nome stesso della band è tratto dal 45giri Rollin' Stone di Muddy Waters.

Il gruppo interpreta i classici mantenendo le melodie fedeli a quelle degli interpreti storici facendo anche grande uso dell'armonica, suonata da Mick Jagger che in questo disco non suona la chitarra, e delle chitarre in stile blues grazie anche alla presenza di Eric Clapton, ospite d'eccezione in Everybody Knows About My Good Thing di Little Johnny Taylor e I Can't Quit You Baby di Willie Dixon. La fedeltà agli originali è tale da regalare a questo disco un pregio di grande valore: l'album suona vecchio. I pezzi suonati dagli Stones non sembrano cover nuove di brani classici, ma pezzi presi di peso dalla Chicago degli anni 50 e trapiantati ai nostri giorni. Trattandosi di classici della musica è davvero arduo individuare pezzi migliori di altri perché ci troviamo davanti a dodici tracce da ascoltare e che trasportano in luoghi e tempi lontani interpretate con grande maestria da quattro leggende della musica.

Se proprio dovessimo scegliere i brani migliori di questo disco la scelta cadrebbe su Just a Fool di Buddy Johnson, qui interpretata nella versione di Little Walter, e I Gotta Go ancora di Little Walter per via del suono dell'armonica che non può mancare nei pezzi di Walter. Di grande impatto è anche la già citata Everybody Knows About My Good Thing grazie alla tecnica della slide guitar eseguita magistralmente da Clapton.

Il disco è stato registrato il soli tre giorni nel dicembre del 2015 e rende un bellissimo omaggio a un genere musicale da cui è nata ogni forma di musica moderna. La nostra speranza è che Blue & Lonesome possa far conoscere questi classici e i loro autori alle nuove generazioni, perché a chi non conosce il blues di Chicago manca una bella fetta delle basi per capire tutto ciò che è venuto dopo e che esiste oggi.