martedì 7 agosto 2018

La discografia di Grandmaster Flash & the Furious Five

Grandmaster Flash & the Furious Five sono uno dei gruppi più importanti tra i pionieri dell'hip hop e oltre a essere stati tra i precursori di questo genere musicale la loro notorietà è tale da renderli una delle formazioni fondamentali della storia della musica nera di ogni stile.

Nonostante la loro indiscutibile importanza storica, la discografia del sestetto è molto contorta perché nella sua carriera il gruppo ha visto varie divisioni, progetti paralleli, collaborazioni e sottoinsiemi che hanno usato negli anni nomi diversi ma simili tra loro.

La formazione originale era composta da Grandmaster Flash (DJ barbadiano trapiantato a New York) e dai cinque rapper Melle Mel, The Kidd Creole, Keef Cowboy, Scorpio e Rahiem. Il gruppo iniziò la propria attività discografica nel 1979 con tre singoli; il primo di essi fu We Rap More Mellow, inciso con il nome di The Younger Generation, il secondo fu un'incisione dal vivo di Flash to the Beat in cui il nome del gruppo diventò Flash and The Five, mentre con il terzo singolo Superrappin' il nome del combo divenne finalmente Grandmaster Flash and the Furious Five.

Nel 1982 il gruppo realizzò il proprio primo e più rappresentativo album intitolato The Message, il disco è composto da sette tracce (più una bonus track presente solo nell'edizione europea del vinile) tra cui la celeberrima title track che oltre a essere uno dei pezzi hip hop più famosi di ogni epoca è anche il primo a trattare argomenti di carattere sociale, come la povertà e la durezza della vita nel ghetto. Tutte le tracce del disco sono caratterizzate dal suono tipico del sestetto con un tessuto sonoro fatto di campionamenti e basi elettroniche a cui si somma la voce dei cinque vocalist, con Melle Mel che predomina sugli altri eseguendo la maggior parte delle voci principali. Nell'album troviamo altri pezzi storici del gruppo come She's Fresh, It's Nasty e Dreamin' che sorprendentemente è un vero e proprio brano soul cantato nello stile della Motown e lontanissimo dal rap.

In realtà nella registrazione dell'album Grandmaster Flash ebbe un ruolo minimo e oltre a dare il nome al gruppo il suo unico contributo è limitato alla base musicale della bonus track The Adventures of Grandmaster Flash on the Wheels of Steel, costituita dai campionamenti di numerosi pezzi tra cui Another One Bites The Dust dei Queen e Rapture dei Blondie; per il resto gli unici ad aver contribuito alla realizzazione dell'album sono i Furious Five e in particolar modo Melle Mel. La title track infatti è interpretata solo da quest ultimo e dal turnista della casa discografica Duke Bootee, anche se nel video la parte di Bootee è eseguita da Rahiem in playback.

L'anno dopo la pubblicazione del primo album il gruppo andò incontro a dissapori di carattere legale ed economico e si divise in due formazioni distinte. Il primo dei due gruppi era formato dal DJ con The Kidd Creole e Rahiem (a cui si aggiunsero altri tre rapper) e continuarono la loro attività discografica con il nome di Grandmaster Flash; il secondo gruppo era formato da Melle Mel con Keef Cowboy e Scorpio (a cui pure si unirono altri rapper) che assunsero il nome di Grandmaster Melle Mel and the Furious Five. Il primo singolo pubblicato dopo lo scioglimento fu White Lines (Don't Do It), brano di denuncia contro l'uso dilagante della cocaina, che venne pubblicato con il nome di Grandmaster and Melle Mel, ma a dispetto del nome il DJ non prese parte al progetto.

Durante il periodo della divisione furono pubblicate due compilation a nome Grandmaster Flash & the Furious Five. La prima di esse si intitola proprio Grandmaster Flash & the Furious Five e fu pubblicata nel 1983, la seconda si intitola Greatest Messages e uscì nel 1984. Entrambe le compilation (che contengono numerosi brani in comune) sono raccolte di pezzi editi (sia in singolo, sia sull'unico album fino ad allora pubblicato) e pezzi nuovi, tra cui New York New York, un altro dei brani più famosi della discografia del sestetto, che compare in entrambe le compilation.

Ad aumentare la confusione sull'intricata discografia di questo storico gruppo, entrambe queste compilation contengono anche brani incisi da Melle Mel in alcuni di suoi progetti paralleli seguiti allo scioglimento della band. La prima compilation contiene infatti proprio White Lines (Don't Do It), mentre la seconda contiene Message II (Survival) realizzata da Melle Mel con Duke Bootee come Melle Mel & Duke Bootee.

La formazione originale tornò finalmente insieme nel 1987 e l'esito della reunion fu l'album On The Strength del 1988 che, nonostante non abbia ottenuto il risultato commerciale del primo, contiene comunque musica hip hop di alta qualità dallo stile molto simile a quello degli esordi. Il disco è composto da undici pezzi che spaziano tra influenze musicali diverse. Troviamo infatti brani old school come la traccia di apertura intitolata Gold e quella di chiusura dall'eloquente titolo Back in the Old Days of Hip-Hop, ma include anche momenti più melodici e di nuovo vicini al soul come The King (dedicata a Martin Luther King) e la lenta Fly Girl. Il disco contiene anche un bellissimo esperimento di commistione tra rock e rap (che al tempo era molto popolare grazie ad altri gruppi di New York come i Run DMC e i Beastie Boys) come Magic Carpet Ride, cover dello storico pezzo degli Steppenwolf che vede proprio il gruppo di Los Angeles come ospite. John Kay canta le strofe come nella versione originale, mentre una strofa aggiuntiva è rappata da Melle Mel.

Dopo On The Strength il gruppo si sciolse definitivamente e da allora ha pubblicato solo compilation e remix, purtroppo la discografia di questo gruppo e dei progetti dei singoli membri che hanno avuto vita tra l'83 e l'87 è talmente confusa che spesso le attribuzioni nelle compilation sono sbagliate. Uno dei casi più significativi è ad esempio il triplo CD Adventures on the Wheels of Steel del 1999, in cui come spiegato su Wikipedia gli errori sono moltissimi e notevoli.

Tuttavia nonostante le vicissitudini Grandmaster Flash & the Furious Five restano tra gli artisti che più hanno contribuito a forgiare l'hip hop e a influenzare altri generi musicali, basti pensare che The Message è ad oggi uno dei brani più riconoscibili dei primi anni 80 e che White Lines vanta anche una cover dei Duran Duran. La discografia di questo gruppo merita comunque di essere riscoperta, perché è ricca di pezzi di valori che riportano alle vere atmosfere dei ghetti in cui è nata e perché ricordarli solo per The Message è sicuramente troppo riduttivo.

lunedì 30 luglio 2018

La discografia dei Crickets successiva alla morte di Buddy Holly (prima parte 1960 - 1962)

La carriera discografica dei Crickets subì un brusco arresto il 3 febbraio del 1959, quando l'aereo che trasportava il frontman Buddy Holly, insieme a Ricthie Valens e The Big Popper, si schiantò vicino a Clear Lake, nell'Iowa. Fortunatamente la morte di Holly non terminò definitivamente la carriera della band che riuscì a riorganizzare la propria formazione e a tornare in studio di registrazione due anni dopo il tragico evento.

Il primo album successivo alla morte di Buddy Holly si intitola In Style With the Crickets ed è stato pubblicato a dicembre del 1960. La band sostituì Buddy Holly con Earl Sinks (che incredibilmente non compare nella copertina del disco) alla voce e con Sonny Curtis alla chitarra (e in due dei dodici pezzi anche alla voce sostituendo Sinks). Il canto nuovo vocalist ricorda molto quello di Buddy Holly e infatti la musica di questo album rispecchia molto lo stile dei dischi precedenti, con un rock and roll veloce e divertente, spesso ai confini con il rockabilly.

L'album si apre con More Than I Can Say che nei decenni a seguire vanterà innumerevoli cover tra cui quella di Leo Sayer del 1980 e contiene altre grandissime perle come I Fought The Law che sarà portata al successo anche dai Clash nell'album eponimo del 1977. Nel disco si trova anche la ballad Deborah, unico pezzo lento delle dodici tracce, e la cover di Great Balls of Fire di Jerry Lee Lewis, che in questa reinterpretazione resta piuttosto simile all'originale. Chiude l'LP Love's Made a Fool of You che in alcune occasioni è stata erroneamente inserita in compilation di Buddy Holly.

Il secondo album dei Crickets senza il loro leader storico uscì due anni dopo nel 1962 e si intitola Bobby Vee Meets the Crickets, come dice il titolo stesso l'album vede il cantante Bobby Vee collaborare con i Crickets come vocalist, dando così un'impronta più rock alle incisioni e caratterizzando notevolmente la musica che si distacca da quella delle origini. Il disco è composto di nuovo da dodici tracce tra cui la cover di Well... All Right, incisa originariamente proprio dai Crickets con Buddy Holly come b-side di Heartbeat del 1958, e Bo Diddley dell'omonimo bluesman che pure era stata incisa dagli stessi Crickets di nuovo con Buddy Holly, ma tale versione verrà pubblicata solo nel 1963 nell'album postumo Reminiscing. Nel disco si trovano anche le cover di Sweet Little Sixteen e Little Queenie di Chuck Berry e Lucille inizialmente incisa da Little Richard. In generale le sonorità dell'album sono più grintose e aggressive e proprio per questo il disco non contiene ballad e l'unico pezzo che rallenta leggermente i ritmi è la cover di The Girl of My Best Friend, portata al successo due anni prima da Elvis Presley.

Nello stesso anno dell'album con Bobby Vee, i Crickets pubblicarono anche il successivo intitolato Something Old, Something New, Something Blue, Somethin' Else. Anche in questo caso il titolo ne suggerisce il contenuto: l'album include infatti otto cover (di cui quattro con la parola "blue" nel titolo) e quattro pezzi nuovi. Per questo album Sunny Curtis ricopre il ruolo di voce principale in tutti i pezzi e anche per questo l'album prende una strada ancora diversa da tutti i precedenti, con suoni più patinati, più orientati al rock and roll e staccandosi sempre più dal rockabilly.

Tra le cover troviamo Summertime Blues di Eddie Cochran, Blue Monday di Fats Domino Love Is Strange di Mickey & Sylvia, incisa dalla band anche con Buddy Holly, ma anche in questo caso la registrazione fu pubblicata solo nel 1969 oltre dieci anni dopo la morte del cantante nell'album Giant. Tra gli inediti, troviamo due ballad, quali Parisian Girl e Little Hollywood Girl scritta per i Crickets da Gerry Goffin e Jack Keller; gli altri due inediti sono la movimentata Don't Ever Change, scritta ancora da Gerry Goffin, questa volta con la ben nota Carole King, e il midtempo He's Old Enough To Know Better.

Dopo questi primi tre i Crickets continuarono a sfornare album di ottima qualità e la loro carriera non si è ancora esaurita, né dal punto di vista discografico né da quello delle esibizioni dal vivo, anche se i loro dischi più recenti sfruttano soprattutto la nostalgia per i loro anni più gloriosi. Questa incredibile band resta comunque tra i più influenti pionieri del rock and roll e se il rock attuale di ogni genere è quello che tutti conosciamo, una buona fetta del merito va sicuramente anche a Buddy Holly e ai Crickets.

giovedì 19 luglio 2018

Il Metallian dei Judas Priest e il Tarkus di Emerson, Lake & Palmer

Gli album dei Judas Priest non sono noti solo per la qualità della musica che da quattro decadi fa di loro una delle band più influenti della storia del metal, ma anche per le copertine sfarzose e dai soggetti sempre notevoli. La più particolare delle copertine della band capitanata da Rob Halford è quella di Defenders of The Faith del 1984 che mostra uno strano essere con la testa da tigre, corna da ariete e con il corpo di un carro armato.

Il disegno è opera dell'artista grafico Doug Johnson (che aveva anche realizzato la copertina dell'album precedente Screaming for Vengeance del 1982) e il soggetto disegnato si chiama Metallian. Come riportato dal sito The X Quorum l'idea iniziale fu della band che ne chiese la realizzazione a Johnson visto l'ottimo esito della copertina precedente. Il Metallian vorrebbe rappresentare il difensore della fede, a cui si riferisce il titolo dell'album, in chiave heavy metal.

Il retro di copertina sottolinea il concetto, riportando la scritta:

Rising from darkness where Hell hath no mercy and the screams for vengeance echo on forever. Only those who keep the faith shall escape the wrath of the Metallian... Master of all metal

Curiosamente quella dei Judas Priest non è la prima copertina di un album a ritrarre un soggetto a metà tra un animale e una macchina da guerra. L'album Tarkus di Emerson, Lake & Palmer del 1971, infatti, mostra in copertina l'essere omonimo: un incrocio tra un armadillo gigante e un carro armato. L'autore dell'opera è William Neal (che realizzò anche la copertina dell'album seguente Pictures at an Exhibition dello stesso anno) che nel suo libro Watching Paint Dry del 2011 spiega che la scelta dell'armadillo è dovuta all'assonanza del nome dell'animale con la parola armour (armatura) e che il nome nasce dalla crasi di tartarus e carcass. Il termine tartaro (tartarus) è qui usato nel suo significato mitologico di luogo tenebroso e spaventoso, la parola fu tratta dal quarto versetto del secondo capitolo della Seconda Lettera di Pietro del Nuovo Testamento che in alcune traduzioni in inglese (come la Holman Christian Standard Bible) riporta proprio la parola tartarus (la traduzione della CEI traduce invece con abissi tenebrosi dell'inferno) Il Tarkus, il cui nome è scritto con le ossa di un animale il cui scheletro è appena dietro alla scritta, è quindi il simbolo dell'umanità sempre impegnata in guerre che ne causano l'autodistruzione.

L'interno della copertina di Tarkus narra la storia del mostro a partire dalla sua nascita da un uovo eruttato da un vulcano. Tarkus incontra quindi delle figure mostruose con cui combatte, fino all'ultimo scontro con una manticora che lo metterà in fuga.


I Judas Pries ed Emerson, Lake & Palmer hanno ovviamente ben poche somiglianze dal punto di vista musicale, ma stranamente questi due album appartenenti a generi e decenni diversi hanno in comune delle copertine nate da idee simili che sono delle vere opere d'arte tanto belle quanto la musica contenuta nei rispettivi dischi.

giovedì 12 luglio 2018

Buddy Guy - The Blues is Alive and Well

Tre anni dopo il precedente Born to Play Guitar torna il leggendario bluesman Buddy Guy con un nuovo album intitolato profeticamente The Blues is Alive and Well. E stando alla qualità della musica contenuta nel disco sembra proprio che quanto dice il titolo sia decisamente corretto, perché gli anni passano e George Guy (vero nome di Buddy Guy) ha passato gli ottant'anni ma la sua musica non sembra risentirne.

Il nuovo album è composto da quindici tracce per una durata complessiva di 64 minuti e già questo è un risultato ragguardevole visto che molti artisti che hanno meno della metà degli anni di Buddy Guy si fermano ben prima di una durata del genere. Il disco è composto da un blues genuino che riporta alle atmosfere del profondo sud degli Stati Uniti e tutte le quindici tracce sono contraddistinte dall'onnipresente suono della chitarra di Buddy Guy unito alla sua voce tonante che a dispetto degli anni non ha ancora perso nulla della sua potenza iniziale.

Il disco vede anche una notevole presenza di ospiti illustri. Jeff Beck e Keith Richards affiancano Buddy Guy nell'evocativa Cognac che è il pezzo dalle atmosfere più classiche dell'album, Jeff Bay porta un tocco di soul in Blue No More unendosi a Buddy Guy non solo con la chitarra ma anche alla voce, ma l'ospite più illustre è senza dubbio Mick Jagger che suona l'armonica nella lenta You Did The Crime.

Tra i pezzi migliori troviamo sicuramente la potente Guilty as Charged che sconfina nel blues rock, genere in cui Buddy Guy si cimenta in varie tracce di questo disco, e la title track contraddistinta dalla presenza poderosa di numerosi strumenti a fiato. Atmosfere da blues rock si trovano anche in Ooh Daddy che propone una bella mescolanza tra blues e rock and roll ispirato agli anni 50. Nella track list spiccano anche Whiskey for Sale, impreziosita dal coro di voci femminili nel ritornello, e Nine Below Zero grazie al suono del piano che duetta con la chitarra.

The Blues is Alive and Well è il diciottesimo album solista di Buddy Guy, senza contare le innumerevoli collaborazioni e i duetti di cui la sua discografia è costellata, ed è l'ennesimo capolavoro della sua lunga carriera in cui non ha mai commesso un passo falso. Questo nuovo disco, che rasenta la perfezione, è sicuramente uno degli album di blues migliori degli ultimi anni e dimostra come Buddy Guy resti uno dei migliori interpreti del genere: del passato e di ogni tempo.

mercoledì 4 luglio 2018

Lacuna Coil Rugby Sound Festival - Legnano, 3/7/2018

Il Rugby Sound di Legnano è da diciotto anni uno degli eventi più importanti dell'estate lombarda e sul suo palco, all'interno della corte del Castello di Legnano, si sono avvicendate molte delle band più importanti del pianeta. Anche quest'anno il calendario è stato ricco di eventi, alcuni dei quali decisamente imperdibili tra i quali quello del 3 luglio che vedeva come headliner i Lacuna Coil. Lo straordinario quintetto milanese non ha bisogno di presentazioni in nessuna parte del mondo, dove sono considerati tra le metal band più importanti degli ultimi due decenni, tranne che nella loro patria e per motivi francamente inspiegabili, visto che il metal alle nostre latitudini gode di ottimo seguito, ma forse il pubblico italico è troppo esterofilo e preferisce seguire gruppi stranieri piuttosto che valorizzare i tanti (buoni e ottimi) prodotti italiani.

Credit: Elena Di Vincenzo

Non avevo mai visto i Lacuna Coil dal vivo e il fatto che l'evento fosse vicino a casa e ufficio rendeva l'occasione particolarmente ghiotta. L'Isola del Castello Visconteo di Legnano ospita questa magnifica manifestazione tra stand che vendono panini e birra in un'atmosfera da grigliata estiva tra amici. Fortunatamente il clima è stato clemente, con un gradevole venticello che ha tenuto lontano zanzare e caldo (che nel pomeriggio si era fatto sentire con forza, in quella che fin qui era stata la giornata più calda dell'anno) regalandoci la serata perfetta per un evento di musica altrettanto perfetta.

Il concerto è stato aperto dal gothic metal dei milanesi Cayne, che hanno iniziato a scaldare il pubblico con un po' di sano metal duro e d'atmosfera con i pezzi tratti dai loro album. La musica dei Cayne, anche se purtroppo poco nota, non è mai banale considerando anche che nei loro strumenti si trovano tastiere e violini, scelta poco comune nel panorama del gothic metal. Un ottimo avvio per un evento che prometteva benissimo da ancora prima di iniziare.

Intorno alle 21 solo saliti sul palco i Rezophonic, supergruppo nella cui formazione si alternano musicisti delle band più disparate, che hanno regalato un'ora di musica di ogni genere, spaziando dal metal, al crossover, al reggae, al beatbox. Per l'occasione la formazione dei Rezophonic è stata arricchita dalla presenza di Marco Priotti e Andrea Butturini, concorrenti dell'ultima edizione di The Voice of Italy nella squadra di Cristina Scabbia.

I tanto attesi Lacuna Coil sono salito sul palco poco dopo le 22 iniziando con Our Truth introdotto dal celestiale vocalizzo di Cristina che ha scatenato la magia che ha regnato per le quasi due ore successive. Il concerto è iniziato come un fiume di energia in piena che ha pervaso il pubblico in ogni angolo dell'Isola del Castello grazie al gruppo che ha eseguito i pezzi migliori del proprio repertorio prendendoli da ogni fase della loro carriera e da ognuno dei loro album (ad eccezione del primo In a Reverie), privilegiando comunque gli ultimi tre: Dark Adrenaline, Broken Crown Halo e Delirium, ed è proprio nella title track di quest'ultimo che Cristina tira fuori più che mai i due aspetti più taglienti della sua voce con un'ottima commistione di forza e dolcezza.

I tre musicisti interpretano ogni pezzo alla perfezione, tanto che le basi suonano esattamente allo stesso modo di come fanno nei dischi, e due vocalist si amalgamo, si alternano e duettano con un'intesa e una maestria che solo le band più navigate possono vantare. Il contrasto tra la voce limpida e cristallina di Cristina e quella aspra a ruggente di Andrea è sempre molto efficace e crea un'atmosfera che nessun altro gruppo al mondo sa creare.

Verso la fine dell'esibizione la band invita sul palco il giovane disabile Christian, a cui decidano The House of Shame. Subito dopo i Lacuna Coil fingono di aver finito il concerto, ma ovviamente non ci crede nessuno e tra il pubblico non c'è una persona che si allontani. Poco dopo i cinque tornano sul palco per chiudere con gli ultimi quattro pezzi, iniziando con I Forgive (But I Won't Forget Your Name) e finendo con Nothings Stands in Our Way.

Credit: Elena Di Vincenzo

Poco prima dell'encore inizia piovere: e chissenefrega! Ci bagniamo sotto la pioggia battente, consapevoli che comunque il concerto volge al termine, che tra poco il climatizzatore della macchina offrirà un buono strumento per asciugarsi, ma anche che comunque per sentire i Lacuna Coil avremmo sopportato anche neve e grandine. La pioggia crea anche un divertente siparietto all'interno della band, con il bassista Marco Coti Zelati che dice a Cristina di non avvicinarsi troppo al bordo del palco per evitare di bagnarsi, ma l'anima rock di Cristina non ha certo paura di un temporale estivo e quindi ringrazia per il suggerimento ma lo ignora disinvoltamente.

Purtroppo il concerto si avvia alla conclusione, e mentre Cristina canta, nella cover di Enjoy The Silence dei Depeche Mode, All I ever wanted, all I ever needed is here in my arms mi viene da pensare che mi abbia letto nella testa perché al termine di un'infuocata giornata estiva, tutto ciò di cui abbiamo bisogno è proprio un concerto di una band leggendaria che questa sera si è fermata a pochi chilometri da casa.

lunedì 2 luglio 2018

Reborn In March - Habits

Il quintetto milanese dei Reborn In March ha pubblicato a maggio del 2018 il proprio primo album in studio intitolato Habits, il disco offre un'ora di alternative rock che attinge dalla tradizione del Regno Unito degli anni 80 e 90 e che sembra nato da una collisione a tre tra Muse, Coldplay e Sister Of Mercy, senza rinunciare a qualche contaminazione d'oltreoceano. Le sonorità della band sono caratterizzate dalle atmosfere cupe e gotiche delle basi musicali a cui si unisce la voce graffiante del vocalist Marco Scaravilli il cui canto è una sorta di inedito incrocio tra Chris Martin e Matthew Bellamy, prendendo il meglio dei due e arricchendolo con un po' di gusto personale. Completano la formazione i chitarristi Diego Del Sarto (fondatore del gruppo insieme al cantante) e Davide Pucillo, il bassista Dario Di Falco e il batterista Tommaso Bortoli.

Il disco è composto da nove tracce energiche che si assestano tutte su ritmi piuttosto alti e che coniugano sapientemente sonorità dure ai confini con il metal con ricche melodie facili da memorizzare, tanto che il disco entra in testa come un earworm già al primo ascolto. Il quintetto è molto efficace nel creare una mescolanza sonora che unisce modelli del passato a un tocco di modernità, creando contrasti musicali di grande effetto.

E' difficile trovare pezzi migliori di altri in questo ottimo disco di esordio perché tutte le nove tracce sono di altissimo livello e l'album non conosce riempitivi o momenti di noia. Se proprio dovessimo selezionare dei pezzi migliori di altri la scelta cadrebbe sicuramente su Tom's Habits, brano di chiaro stampo ottantiano in cui Scaravilli dà anche prova della propria estensione e potenza, che parla della monotonia della routine che la maggior parte delle persone vive. Tra la nove tracce spicca anche la penetrante Swim contraddistinta da atmosfere grunge, con il canto del vocalist ispirato a quello di Kurt Cobain dei tempi di In Utero. Suggestioni grunge si trovano anche nella potente e ruggente traccia di chiusura Smiling Like A God.

Tra i pezzi migliori troviamo anche cupa Lady Envy, dedicata a una persona la cui vita è rovinata dai sentimenti negativi, e Runaway, che il pezzo più veloce dell'intero album, il cui testo narra l'attrazione per una donna angelicata, tanto desiderata quanto irraggiungibile.

Quello dei Reborn In March è, in sintesi, uno dei più interessanti esordi discografici di questo 2018, con un album fresco, che intrattiene senza sosta e che, staccandosi da ogni modello musicale del nostro paese, porta una bella ventata di novità in um mercato discografico troppo spesso uguale a sé stesso. Con il loro primo album la band milanese si conferma subito come la migliore realtà del rock alternativo italiano, che regge benissimo il confronto con le band d'oltremanica e che sicuramente regalerà altre perle di rock come questa per molti, molti anni.

mercoledì 13 giugno 2018

Ancestral - Master of Fate

Master Of Fate è il secondo album dei siciliani Ancestral, che segue di dieci anni il loro precedente intitolato The Ancient Curse. Il quintetto di Castelvetrano vede in questo secondo disco, pubblicato nel 2017, due importanti cambi di formazione con l'ingresso di Carmelo Scozzari alla chitarra e Jo Lombardo (già vocalist degli Orion Riders e dei Metatrone) alla voce, che sostituiscono rispettivamente Giovan Battista Ferrantello e Mirko Olivo. I due si uniscono al resto del gruppo composto da Domiziano Mendolia al basso, Alessandro Olivo alla chitarra e Massimiliano Mendolia alla batteria.

L'album è composto di dieci tracce di ottimo power metal di altissima qualità che posiziona a pieno titolo la band tra i migliori interpreti al mondo di questo genere, grazie alle incredibili capacità degli strumentisti e alla straordinaria voce di Lombardo che dimostra di avere una potenza e un'estensione, soprattutto verso l'alto, che pochissimi altri possono vantare. Le sonorità degli Ancestral sono ispirate ai mostri sacri del power europeo come gli Helloween o i Blind Guardian condendolo con molti inserti melodici che attingono al contempo dalla NWOBHM e dal power americano.

L'album parte con l'ottima Back To Life contraddistinta da pesanti venature AOR ottantiane. Subito dopo segue la potente Wind Of Egadi ricca di assoli di chitarra e di scream da parte del vocalist che qui regala una delle sue performance migliori. Atmosfere vicine all'AOR si trovano anche nella bellissima title track, impreziosita da contaminazioni di stili diversi e da qualche tocco melodico in più, che è sicuramente il pezzo migliore del disco e non è un caso che il gruppo abbia scelto proprio questa per dare il titolo all'intero LP. Tra i pezzi più influenzati dall'AOR spicca anche la power ballad No More Regrets, che rallenta notevolmente i ritmi rispetto al resto del disco.

Nell'album troviamo anche qualche influenza thrash con Seven Months of Siege in cui il cantato e gli scream di Lombardo sembrano ispirati, con successo, ai giorni migliori di Neil Turbin. Tracce di thrash arricchiscono anche la strumentale Refuge Of Souls che coniuga la velocità a qualche riff più morbido in stile hair metal anni 80.

L'album vanta anche la presenza di un ospite d'eccezione, con Fabio Lione che affianca Lombardo nella ruggente Lust for Supremacy: i due si alternano nelle strofe e duettano nel ritornello con Lione che fa le voci basse (nel suo solito stile epico) e Lombardo che interpreta quelle alte.

In chiusura troviamo On the Route of Death e From Beyond che riportano allo stile teutonico del power metal europeo e non stupisce quindi che per chiudere l'LP la band abbia scelto la cover di Savage degli Helloween che non compare in nessun album del gruppo tedesco ma che è il B-side di Dr. Stein dall'album Keeper of the Seven Keys - Part II. Lombardo si confronta così con la performance di Micheal Kiske uscendone a testa alta e regalando un'interpretazione molto più matura di quella del cantante originale che all'epoca aveva solo vent'anni.

In sintesi Master of Fate è uno dei migliori dischi di power metal del nostro paese e regge benissimo il confronto con le band più blasonate al mondo, ed è un vero mistero come questo disco non sia al vertice delle classifiche di vendita, perché convince sotto ogni punto di vista, con dei musicisti di altissimo livello sia dal punto di vista interpretativo sia da quello autorale e grazie alla presenza di un cantante tra i migliori del pianeta. E il connubio di questi fattori e dei vari stili in cui il gruppo si cimenta rendono quest'album un'opera ricca e imprescindibile per gli amanti del metal di ogni genere.