martedì 12 dicembre 2017

Raskasta Joulua - Raskasta Joulua IV

Il supergruppo finlandese Raskasta Joulua è giunto nel 2017 al proprio settimo album in studio intitolato Raskasta Joulua IV (il numero IV nel titolo può essere forviante ed è dovuto al fatto che tre degli album del gruppo hanno titoli diversi). Cambiano i membri della band ma resta uguale la formula con il collettivo che propone dodici brani natalizi reinterpretati nello stile del symphonic metal del loro paese di origine, con basi che sanno coniugare melodia e forza e canto potente e ricco di virtuosismi che mettono bene in luce le capacità canore di questi straordinari artisti.

Per questo album la formazione del gruppo vede anche la presenza di due ospiti non finlandesi: la svedese Elize Ryd degli Amaranthe che fa parte dei Raskasta Joulua già dal 2013 e l'olandese Floor Jansen che partecipa alle tournée del gruppo già dallo scorso anno ma che solo quest'anno è entrata stabilmente nella formazione.

Tra i dodici pezzi scelti c'è una buona commistione di brani tratti dalla tradizione finlandese poco conosciuti fuori dai confini nazionali e alcuni classici universalmente noti. Troviamo infatti nel disco le versioni metal di What Child is This (qui intitolata Joulumuisto) cantata da Kimmo Blom, Silent Night (Jouluyö, juhlayö in finlandese) interpretata da Juha-Pekka Leppäluoto e una versione straordinariamente accelerata di Gloria in Excelsis Deo (Kuului laulu enkelten) di Antti Railio.

I pezzi migliori del disco sono comunque, e forse non a caso, gli ultimi due. All'undicesimo posto troviamo infatti Joulun rauhaa (versione finlandese di Happy Xmas) cantata da tutta la band con una bellissima alternanza di voci tra cui spiccano l'attuale e la storica voce dei Nightwish: Floor Jansen e Tarja Turunen. La stessa Tarja è protagonista anche della traccia di chiusura, l'Ave Maria di Schubert che interpreta insieme Marco Hietala dei Nightwish riformando così un duo che non si esibiva insieme dalla burrascosa separazione della cantante dalla band avvenuta nel 2005.

E' un enorme peccato che questo supergruppo goda di così poca popolarità nel nostro paese, perché i loro sette album sono semplicemente magnifici e dimostrano come questo numeroso combo di musicisti nordici sappia unire l'energia del metal alla melodia e alle atmosfere dei canti di Natale, realizzando pezzi di ottima fattura che piaceranno sia agli amanti del metal sia agli amanti della tradizione natalizia. La creatività dei Raskasta Joulua non si esaurisce nello studio di registrazione, infatti nelle loro interpretazioni dal vivo spesso propongono arrangiamenti nuovi e voci diverse da quelle incise negli album. Basta ascoltare la versione dal vivo di O Holy Night (Oi Jouluyö) cantata da Floor Jansen in puro stile symphonic metal (mai incisa in studio con Floor alla voce) per rendersi conto del livello altissimo messo in campo da questi geni della musica.

Non resta che ascoltare il loro nuovo bellissimo album durante le feste e, per chi non li ha mai sentiti, andare a scoprire i loro sei dischi precedenti e i video dei loro concerti.

venerdì 8 dicembre 2017

A.A. V.V. - Monster Ballads Xmas

Nel 2007 la serie di compilation intitolata Monster Ballads è arrivata al suo quarto volume con un disco di incisioni nuove realizzate apposta per l'occasione in cui dodici famosi interpreti della scena hard and heavy degli anni 80 e 90 reinterpretano i classici della tradizione natalizia. Tra le band e i cantanti coinvolti in questa impresa troviamo gli Skid Row che interpretano Jingle Bells, Kip Winger (frontman dell'omonima band) che interpreta Happy Christmas (War Is Over), Run Rudolph Run degli L.A. Guns, Blue Christmas cantata da Tom Keifer dei Cinderella e molti, molti altri.

La formula del disco è molto semplice: i brani originali vengono reinterpretati lasciando le melodie immutate ma interpretate in chiave hard rock con i suoni potenti e allegri. Il risultato è sicuramente efficace e divertente, vista sia la qualità dei pezzi scelti che quella dei gruppi e dei cantanti coinvolti. Tra i pezzi migliori troviamo sicuramente Jingles Bells, che nell'interpretazione degli Skid Row assume un sapore punk e Santa Claus is Coming to Town interpretata dai Dokken con la potente voce di Don Dokken che è uno dei migliori vocalist presenti in questa compilation.

Degne di nota anche White Christmas interpretata dai Queensrÿche in cui Geoff Tate dà prova delle sue capacità canore anche in un classico natalizio, e Blue Christmas in cui Tom Keifer mostra un lato poco consueto della sua vocalità, in un canto normale anziché nelle note altissime al limite dello scream che eseguiva ai tempi dei Cinderella.

L'unico pezzo non inedito presente sul disco è I'll Be Home for Christmas dei Twisted Sister con Lita Ford, tratto dall'album natalizio della band A Twisted Christmas uscito l'anno prima.

Monster Ballads Xmas è una buona alternativa da ascoltare durante il pranzo di Natale e da inserire in mezzo a compilation più classiche come quelle di Mariah Carey o Whitney Houston, per cambiare un po' il suono e anche per ricordare che i classici hanno sempre innumerevoli risvolti e che sono stupendi anche cambiandone radicalmente l'approccio.


martedì 5 dicembre 2017

Intervista a Francess

La cantante italoamericana Francess è la migliore voce del panorama R&B del nostro paese. All'attivo ha già due album: il primo si intitola Apnea ed è stato pubblicato nel 2015, il secondo è intitolato A Bit of Italiano è stato pubblicato nel 2017 e contiene una raccolta di classici della canzone italiana reinterpretati nello stile della musica nera.

Per parlare dei suoi due album e del suo background musicale, Francess ha accettato la nostra richiesta di un'intervista, che pubblichiamo di seguito.

Ringraziamo Francess per la sua cortesia e disponibilità.


125esima Strada: Ciao Francess e grazie anzitutto per il tempo che ci stai dedicando. I nostri lettori ti conoscono già perché sul nostro blog ci sono le recensioni di entrambi i tuoi album. Nonostante ciò ti chiediamo una tua breve presentazione. Raccontaci chi sei e come è nata la tua passione per la musica.

Francess: La musica in casa mia è sempre stata presente, non ci sono musicisti ma tanti appassionati. Io ho iniziato però a cantare abbastanza tardi; ho fatto il liceo artistico, poi ho iniziato l’Accademia delle Belle Arti, ho lavorato per un periodo anche da uno scultore ed è stato lui a farmi capire che non era quella la mia strada. Ed è stato lì che ho incontrato i miei attuali produttori dell’etichetta indipendente SonicFactory, con cui ho iniziato un percorso.

Questo percorso mi ha portato a sperimentare diverse cose fino ad arrivare a oggi, a questo disco che è molto particolare ed è un lavoro che mi sta molto a cuore. Faccio una premessa: io ho il padre giamaicano, la madre italiana, sono nata a New York e cresciuta a Torino, un bel mix! Questo progetto nasce proprio dal desiderio di costruire un ponte tra le mie due culture e le mie due lingue. Quindi abbiamo fatto questo esperimento, abbiamo preso brani della tradizione musicale italiana e li abbiamo rielaborati portandoli come arrangiamento nel mio mondo sonoro che deriva dalla passione per il jazz, il blues, il soul. E soprattutto li abbiamo tradotti in inglese.


125esima Strada: Visto che hai introdotto l’argomento del tuo nuovo disco, proseguiamo pure a parlarne. Come avete scelto i pezzi? Passare da Buscaglione a Neffa è un bel salto!

Francess: Sicuramente siamo partiti da brani che ci piacevano e poi abbiamo fatto una selezione di quelli che si prestavano a una trasformazione molto radicale. Ci tenevamo a non stravolgere i brani originali nella traduzione, ma la traduzione fedele non si può fare con tutte le canzoni e quindi il campo si è ristretto e piano piano abbiamo scelto quelli che andavano meglio e che ci piacevano di più.


125esima Strada: Raccontaci come è nato l’inedito Good Fella, che racconta degli stereotipi sugli italiani all'estero. Tu che sei italoamericana sei cresciuta con questi stereotipi, immagino.

Francess: Questo brano mette insieme le mie due lingue, è scritto un po’ in inglese e un po’ in italiano. E’ molto ironico perché ci ho messo tutti gli stereotipi possibili sull’Italia. Volevo parlare del mio conflitto interiore che ho sempre avuto per via delle mie origini. Nasce così quindi, ed esprime il mio orgoglio e il mio senso di appartenenza all’Italia.


125esima Strada: In Don’t Want The Moonlight alla fine canti in italiano e questo mostra un lato della tua voce diverso da quello solito. Pensi in futuro di poter fare qualche pezzo intero o un disco intero in italiano?

Francess: Non escludo niente e sicuramente questo disco mi ha fatto riflettere su questa cosa. E’ stato un esperimento linguistico vedere che suoni potevano uscire dalle due lingue diverse. Potrebbe essere una strada interessante anche solo come esperimento per capire in che direzione mi potrebbe portare.


125esima Strada: Parliamo anche del tuo disco precedente, Apnea. Come è nato? Credo che sia molto difficile fare un disco di R&B in Italia.

Francess: Quello è stato il mio primo disco, avevo iniziato questo percorso con i miei produttori che ho avuto la fortuna di incontrare e che hanno creduto nelle mie capacità. Ma soprattutto mi hanno dato uno spazio per cercare di capire chi ero musicalmente e artisticamente seguendo i miei gusti e quello che mi piaceva. Quindi il genere nasce da questo, ci abbiamo creduto e l’abbiamo realizzato.

E’ il disco che segna il mio inizio e mi dà anche un’impronta e un’identità.


125esima Strada: C’è qualche pezzo di Apnea a cui sei particolarmente legata? Se posso dirti il mio parere personale, a me piace soprattutto Cool.

Francess: Sicuramente Cool è un pezzo che mi è sempre piaciuto anche da fare live. Mi coinvolge molto, e quindi sono d’accordo con te.


125esima Strada: Ricordo di averti sentita dire che tra i musicisti che ti hanno influenzata di più c’è Billie Holiday, oltre a lei chi sono i tuoi musicisti preferiti?

Francess: Ce ne sono tanti, ascolto tanti tipi di musica diversa. Però sicuramente ho ascoltato molto Lauryn Hill e Nina Simone che sono quelle che hanno influito di più sul mio modo di sentire o vivere la musica.


125esima Strada: Sinceramente non mi aspettavo di sentirti nominare Lauryn Hill perché i suoi dischi sono fatti spesso su basi campionate mentre tu suoni con una band. Se io dovessi consigliare una cantante R&B a un marziano, tra te e lei sceglierei te.

Francess: Beh, io crescendo e sperimentando la mia voce a livello di vocalità ho sempre ascoltato Lauryn Hill e mi è sempre piaciuta molto. Proprio a livello vocale.


125esima Strada: Chi sono invece i tuoi musicisti preferiti di oggi?

Francess: Questa è una domanda difficile perché ascolto molta musica del passato. Di oggi mi piace veramente poco. Sicuramente mi piace molto Vinicio Capossela.


125esima Strada: Ho visto i tuoi video e sono fatti con molta professionalità, non hanno nulla da invidiare a quelli delle star più blasonate. Come riuscite a raggiungere livelli così alti pur non avendo i budget delle star?

Francess: Abbiamo un’ottima squadra, il lavoro di squadra è sempre fondamentale per fare buoni prodotti. Abbiamo sempre trovato gente pronta a investire tempo e risorse per riuscire a fare un ottimo lavoro.


125esima Strada: Ti faccio una domanda che esula un po’ dal resto. Cosa pensi delle nuove tecnologie come Spotify o YouTube che consentono anche a chi è lontano e non può comprare fisicamente il disco di sentire la tua musica?

Francess: Non sono mai contraria ai cambiamenti, quindi anche le nuove piattaforme digitali come YouTube, Spotify o altri sono ottime risorse. Bisogna sfruttarle perché hanno rivoluzionato il modo di ascoltare la musica, di comprarla e di venderla. Bisogna capire come tirarne fuori il meglio, ma sono un ottimo mezzo.

giovedì 30 novembre 2017

Amadeus Awad's Eon - The Book of Gates

Sotto al nome Amadeus Awad's Eon si cela il duo libanese composto dal chitarrista Amadeus Awad e dal cantante Elia Monsef che sono anche autori delle musiche e dei testi dei loro dischi. Nel 2013 gli Amadeus Awad's Eon hanno dato vita alla metal-opera The Book of Gates, ambientata nell'antico Egitto, che narra una storia di tradimento e di ritorno dai morti interpretata da vocalist di grande spessore. Il faraone è infatti interpretato da Russel Allen, una delle voci delle più potenti e apprezzate del panorama metal attuale, la regina dalla straordinaria Amanda Somerville e il negromante proprio da Elia Monsef.

Come è lecito aspettarsi dalla tematica trattata e dalla provenienza dei due autori, l'album è riconducibile al filone dell'oriental metal, con melodie tipiche del power metal arricchite di sonorità magrebine e mediorientali. Non a caso tra i musicisti troviamo anche Elyes Bouchoucha, tastierista dei Myrath, una delle migliori band mondiali di questo genere.

Il disco è composto da quattro tracce più tre bonus track tratte da un album precedente di Amadeus Awad. Il brano di apertura è intitolato Visions e dopo aver introdotto le melodie orientali che pervaderanno l'intero disco lascia la narrazione al negromante che introduce la storia che sta per svolgersi, cioè che la regina ha intenzioni maligne e che il faraone dovrà affrontare una dura lotta da solo.

Nel secondo pezzo intitolato The Crown’s Fate entrano in scena i due protagonisti principali interpretati dai due straordinari vocalist che non hanno bisogno di presentazioni. Entrambi regalano un'altra, ennesima, prova magistrale delle loro doti canore. Un plauso particolare va comunque ad Amanda Somerville che si lancia in un canto arabeggiante in tonalità più acute rispetto al solito, mostrando grandi capacità anche lontana dal suo repertorio solito; Russel Allen interpreta il faraone con voce potente e aspra, senza allontanarsi troppo dal suo stile consueto. The Crown’s Fate svela qual è il piano malvagio della regina, ovvero avvelenare il faraone ed ereditarne il regno.

Il terzo pezzo è la title track e si apre con il suono duro e ossessivo delle chitarre che introducono quanto verrà raccontato: il faraone si trova nell'oltretomba e lo attende la dura prova di superare tredici cancelli per rompere l'incantesimo e porre fine al regno della regina. Il faraone trae la forza dalla rabbia di essere stato tradito mentre torna in scena il necromante che gli promette il favore degli dei nella sua impresa. Il pezzo si chiude con un una stoccata finale della regina, in cui Amanda di nuovo esegue un canto in stile orientale, che minaccia il faraone di tenerlo per sempre in suo potere.

Nel brano conclusivo troviamo il faraone tornare in vita da comune mortale, ma di nuovo il negromante gli promette la vittoria sulla regina, la quale non si arrende e continua a proclamare la propria supremazia; la chiusura del pezzo è cantanta da tutti e tre con le voci che si sovrappongono a creare un contrasto canoro di grande effetto.

Il disco è completato dalla presenza di tre bonus track tratte dall'EP di Amadeus Awad Schizanimus uscito nello stesso anno (che è composto in realtà di questi soli tre pezzi) che ribadiscono l'altissimo livello della capacità compositiva del chitarrista libanese che anche in questo caso propone del bellissimo oriental metal cantato questa volta dal solo Elia Monsef.

L'unico difetto di The Book of Gates è che dura troppo poco. Meno di venticinque minuti per una metal-opera ricca di suggestioni e cantata da due maestri del metal, quando questa formula avrebbe retto bene per l'intera durata di un LP. E' anche un peccato che Amadeus Awad non goda della fama che merita perché, come testimonia questo disco, ci troviamo davanti a uno dei più creativi interpreti del metal mondiale.

venerdì 24 novembre 2017

The Kelly Song Collective - Unless and Until

Dopo aver raccolto decenni di esperienza come musicisti folk in band locali, con cui eseguivano classici del genere, i fratelli canadesi Joe e John Kelly hanno unito le proprie forze nel creare la formazione che porta il loro nome, a cui partecipano anche quattro strumentisti per le sessioni di registrazione, con cui hanno inciso il loro primo album intitolato Unless and Until.

Il disco è composto di 14 tracce che offrono un folk fresco e leggero contraddistinto dal ricco suono degli strumenti, soprattutto a corda, tipici del genere come mandolino, violino, basso, chitarre, contrabbasso e banjo, a cui si somma la voce dei due fratelli che si alternano al microfono. Lo stile canoro dei due è molto simile e si trova a metà strada tra i modelli di Johnny Cash e di Lou Reed; i due fratelli si distinguono per le tonalità con Joe a fare le voci più alte e John quelle più gravi.

Tutte le quattordici tracce del disco sono di ottima fattura e l'album nella sua interezza intrattiene senza sosta mentre trasporta l'ascoltatore in atmosfere dell'entroterra canadese in uno stile che sul loro sito web viene definitivo Canadiana e che attinge anche dalla tradizione del folk irlandese e scozzese.

Tra i pezzi migliori troviamo il brano di apertura Long Day retto dalla chitarra e dal violino che qui ha un ruolo molto importante e Four Colors in cui la melodia è invece sostenuta dal mandolino. Bellissima è anche la ballad Kate impreziosita dal coro di voci femminili in chiusura. I due fratelli si concedono anche qualche contaminazione musicale con brani come Petawawa Blues, ricca di sfumature blues come suggerisce il titolo stesso, e con First Day Of The Year che è il pezzo più country del disco grazie alle sue atmosfere western, nel pezzo troviamo anche l'unico duetto dei due fratelli con Joe che esegue la voce più alta e John quella più bassa. Tra i brani degni di nota troviamo anche l'allegra Train che è il brano più veloce del disco e che si distingue per le atmosfere più southern.

Quello della Kelly Song Collective è un ottimo esordio discografico che mostra come anche dei musicisti dilettanti che fanno altro di lavoro possono raggiungere gli stessi livelli di professionalità degli artisti più famosi. Una volta completato l'ascolto di Unless and Until nasce subito il desiderio di riprendere l'ascolto dall'inizio, nella speranza che questo non resti un esperimento isolato e che i due tornino presto in sala di registrazione.

venerdì 17 novembre 2017

Kid Rock - Sweet Southern Sugar

Tre anni dopo l'inspiegabilmente brutto First Kiss torna Kid Rock con il nuovo album intitolato Sweet Southern Sugar che fortunatamente smentisce le paure di chi temeva che la vena creativa del rocker di Detroit fosse ormai esaurita. Le dieci tracce dei disco regalano infatti 43 minuti di musica rock ricca di venature country e southern e di molte altre influenze che Kid Rock riesce ad amalgamare come ha saputo fare nel suo passato con grande maestria.

Il disco si apre con tre pezzi che erano stati pubblicati come singoli prima dell'uscita dell'album. La traccia di apertura Greatest Show on Earth è più dura ed energica di quanto il recente passato di Kid Rock possa suggerire, recuperando sonorità più simili a quelle di American Bad Ass uscita nel lontano 2000. Con la seconda traccia Po-Dunk iniziamo a trovare alcune delle sonorità più southern di cui Kid Rock ha fatto ampio uso nei suoi ultimi album, e con la terza Tennessee Mountain Top troviamo il primo il primo brano melodico del disco che, curiosamente, è reinciso rispetto alla pubblicazione in singolo, con la melodia pressoché identica ma affidata più al piano che alla chitarra.

Il disco è ricco di brani melodici, in cui i cori hanno un ruolo di particolare importanza. Troviamo tra essi la ballad American Rock 'n Roll in cui il coro esegue un vocalizzo di grande effetto come controcanto sul ritornello. La seconda ballad del disco è Back To The Otherside le cui strofe sono rappate (come accadeva nei vecchi album di Kid Rock come Devil Without a Cause e fino a Cocky), in questo pezzo il ritornello è affidato completamente al coro che lo esegue con sonorità vicine al gospel, non sembra una scelta casuale visto il testo toccante che parla di come sconfiggere la tentazione al suicidio. Anche il pezzo successivo, Raining Whiskey, è una ballad dal testo più tradizionale che narra del dolore causato dalla lontananza dalla donna amata, il brano presenta forti sfumature blues ed è retto dal suono del piano, anche in questo pezzo il coro sul ritornello ha un ruolo fondamentale.

Il resto del disco riporta i suoni su atmosfere più forti. Troviamo l'energica e speranzosa Stand The Pain, il cui suono sconfina nell'AOR e la grintosa Grandpa's Jam che di nuovo sembra riportare indietro ai tempi di American Bad Ass.

Completano l'album l'atipico pezzo elettronico a tratti funk I Wonder e una cover di I Can't Help Myself dei Four Tops, qui intitolata Sugar Pie Honey Bunch.

Con questo album Kid Rock cancella definitivamente il passo fasso precedente, regalando un disco di dieci tracce dal suono vario, ricco e soprattutto sempre convicente, sempre curato nelle musiche, nelle parti cantante e anche nei testi che non sono mai banali.

Tutti possono sbagliare, anche i migliori, perdoniamo quindi a Kid Rock lo scivolone di First Kiss e non possiamo che constatare che uno dei più creativi e sottovalutati rocker degli ultimi decenni è fortunatamente tornato con questo album al pieno della sua forma.

domenica 12 novembre 2017

W.A.S.P. Re-Idolized Tour - Live Club Trezzo sull'Adda, 9 novembre 2017

Questo articolo è stato scritto dal nostro guest blogger Tino che ringraziamo per il contributo.

We Are Sexually Pervert, è a questo che normalmente si associa l'acronimo del nome della band fondata a Los Angeles da Blackie Lawless all'inizio degli anni 80; la versione ufficiale si riverisce al nome inglese della comune vespa (wasp, appunto) ma il primo è senza dubbio il più divertente.
Un miscuglio di heavy metal per la durezza e la velocità dei suoni, di hair metal per il provocatorio abbigliamento e di shock rock per la presenza scenica e, talvolta, la volgarità dei loro testi; hanno permesso a questo gruppo, oramai trentennale, di vendere circa 12 milioni di dischi in tutto il mondo.

Menzione doverosa sull'aperitivo (musicale) della serata che è stato offerto dai Rain, band formatasi a Bologna oramai nei lontani anni 80 e proseguita fino a oggi con un'alternanza di generazioni di musicisti. La loro esibizione, seppure breve mi è piaciuta molto e mi suona strano non averli mai sentiti fino ad ora, probabilmente cantando in inglese sono più apprezzati oltre confine.

Questo tour degli W.A.S.P. è incentrato sul 25esimo anniversario dell'uscita di The Crimson Idol un concept album che racconta, attraverso i suoi pezzi la vita di Jonathan Steel. Solitamente i concerti che seguono la tracklist di un album non mi appassionano ma in questo caso, essendo una sorta di rock opera le cose cambiano.

In The Titanic Overture e The Invisible Boy viene presentato il protagonista, un adolescente cresciuto in una cittadina americana, il figlio non voluto dai genitori, la pecora nera della famiglia i cui unici punti fissi della sua vita erano suo fratello maggiore e la sua immagine riflessa nello specchio. Dopo la morte del fratello, Jonathan decide di scappare di casa dove passa due anni come mendicante ai bordi di una grande città, come raccontato in Arena Of Pleasure, fino a quando non trova in un negozio una chitarra cremisi. Una situazione alla Sliding Doors dove una decisione cambia la vita di Michael.

Inizia lentamente, anche grazie all'incontro con un produttore, la vita da rockstar di Jonathan con tutte le gioie e i dolori che ne conseguono, mentre in The Gypsy Meets The Boy viene raccontato l'incontro del protagonista con una zingara che predice il suo futuro: Be careful what you wish for, cause it may come true.

Con l'incontro di Doctor Rockter inizia il viaggio nel lato oscuro di quella vita, dove droghe e stupefacenti fanno lentamente perdere il contatto con la realtà fino quasi a mettere a rischio la carriera da musicista.

Il racconto si conclude con The Great Misconceptions Of Me nel quale Jonathan, resosi conto di aver perso gli affetti, ovvero la cosa a lui più cara, cerca di riallacciare il rapporto con i genitori, ma viene gelato al telefono con la frase: we have no son pronunciata dalla madre.

Qualche giorno dopo, Johnatan si suicida; dopo un concerto il corpo del Crimson Idol viene rinvenuto appeso alle corde della stessa chitarra rossa dalla quale tutto era iniziato.

Una performance davvero ben riuscita, Blackie Lawless, oramai unico membro della formazione originale, riesce ancora a sparare acuti nonostante abbia passato da poco i 60 anni, cosa non scontata per performer di quell'età.

L.O.V.E. Machine è la prima delle 4 cartucce pesanti che chiudono il concerto, seguita da Wild Child, a mio avviso uno dei pezzi migliori della band. Golgotha, dall'omonimo album, del 2015 è l'unico pezzo recente, prima del gran finale con I Wanna Be Somebody, tratto dall'album di esordio del 1984, che ha letteralmente messo sottosopra il Live Club.

Unica osservazione che mi sento di fare è che negli ultimi quattro pezzi sono stati proiettati i rispettivi video sugli schermi usati per proiettare il film a supporto del racconto; non mi sembra una gran scelta perché rende impossibile la possibilità di legare due o più pezzi per qualche medley, ma rimane un parere personale.

Concerto davvero bellissimo, se avessero suonato anche Blind in Texas sarebbe stato perfetto.

sabato 4 novembre 2017

Robert Plant - Carry Fire

Il leggendario ex cantante dei Led Zeppelin Robert Plant ha da poco pubblicato il suo nuovo album registrato in studio intitolato Carry Fire. Il disco è l'undicesimo della sua carriera solista e il secondo con i Sensational Space Shifters che lo accompagnano dal 2012. Il disco è composto da 11 tracce che già dal primo ascolto sorprendono per la ricchezza dei suoni e per la quantità di strumenti utilizzati, tra cui molti che l'ex leader dei Led Zeppelin ha più volte utilizzato in passato ma che non si trovano di norma nelle composizioni rock, tra cui chitarra resofonica, djembe, viola, violoncello e tamburelli. La larga maggioranza dei pezzi è lenta e melodica e dalle atmosfere oniriche, grazie alla voce di Plant che troviamo qui particolarmente ispirata.

Il disco si apre con il midtempo The May Queen che per via delle sue sonorità mediorientali ricorda molto alcune incisioni passate di Robert Plant come l'album Walking Into Clarksdale registrato nel 1998 con Jimmy Page. Il disco prosegue con un altro midtempo intitolato New World... che resta sulle melodie del brano precedente ma con sonorità più classiche. Con la quarta traccia Season's Song troviamo la prima ballad del disco e restiamo su ritmi lenti anche con la successiva Dance With You Tonight in cui l'unione della voce di Plant con il suono delle percussioni e degli archi crea un'atmosfera sognante mentre Plant canta il suo amore per la donna amata con la consapevolezza del tempo che scorre.

Con il brano Carving up the World Again... A Wall and Not a Fence troviamo la prima leggera accelerata dell'album per un pezzo sorretto dalle percussioni il cui suono ossessivo si unisce a quello delle chitarre a creare sonorità da southern rock. Nel disco è presente un solo brano veloce intitolato Bones Of Saints che costituisce il primo e unico vero rock and roll dell'album in cui anche il canto di Plant si fa più deciso. I ritmi mediorientali del pezzo di apertura si trovano anche nella title track, in cui la chitarra aggiunge un tocco di blues, attingendo così anche dalle origini musicali dei Led Zeppelin, mentre il canto di Plant tende a imitare lo stile canoro arabeggiante dando vita a un contrasto di grande effetto che crea il brano più affascinante dell'intero disco. La sperimentazione di questo album sconfina anche nel trip hop con il brano Kip It Hid dalle sonorità fortemente elettroniche e dai ritmi ovviamente piuttosto lenti, come impone il genere stesso.

Nell'album troviamo anche due pezzi molto lenti e meditativi, Heaven Sent e A Way With Words, entrambi molto raccolti e nei quali la strumentazione è ridotta al minimo, contrariamente al resto del disco in cui invece è molto ricca. Completa l'album la cover di Bluebirds Over The Mountain di Ersel Hickey che trasforma un classico del rockabilly in un pezzo alternative rock nello stile degli anni 90 in cui Plant duetta con Chrissie Hynde. Anche in questo pezzo Plant non rinuncia a qualche influenza mediorientale, soprattutto nel finale grazie alla massiccia presenza degli archi che accompagnano i due vocalist.

Alla soglia dei 70 anni Robert Plant ci regala un album ricco di sperimentazioni sonore che creano atmosfere e suggestioni diverse. Non serve neanche specificare che questo album è caratterizzato da sonorità stupende che solo i grandi musicisti sanno creare, perché Robert Plant appartiene all'empireo della musica ed è più che ovvio che tutto ciò che tocca diventa un capolavoro di livelli eccelsi.

martedì 17 ottobre 2017

Black Merda: rock psichedelico da Detroit (prima parte 1969 - 1972)

Il nome del gruppo farà sorridere gli ascoltatori italofoni, ma a dispetto del nome un po' infelice i Black Merda (che è il respelling di black murder e non ha nulla a che vedere con la parola omografa in italiano) sono una delle realtà più interessanti del rock psichedelico dei primi anni 70. La formazione nacque come un terzetto composto da Anthony Hawkins alla chitarra, VC Lamont Veasey al basso e alla voce e Tyrone Hite alla batteria. Prima della pubblicazione del primo album il gruppo divenne un quartetto con l'aggiunta di Charles Hawkins (fratello di Anthony) alla seconda chitarra.

L'attività discografica della band iniziò nel 1969 come musicisti per l'album Mary Don't Take Me On No Bad Trip di Fugi, musicista dallo stile simile che registrava per la stessa etichetta, la Funky Delicacies. Il disco fu inciso nel 1969, ma pubblicato su vinile solo 28 anni dopo e su CD nel 2005.

Il primo ed eponimo album dei Black Merda è stato pubblicato nel 1970 ed è composto da 11 tracce di puro rock psichedelico, fortemente basato sul suono delle chitarre che conferiscono alle basi delle marcate venature funk. Tra i pezzi migliori dell'album troviamo il brano di apertura Prophet e la grintosa Ashamed che richiamano molte le sonorità dei contemporanei Jimi Hendrix Experience, sia nelle musiche sia nel canto di Veasey che si ispira a Hendrix in modo non troppo velato. I Black Merda attingono a piene mani anche dalla tradizione blues della loro città, come dimostrato da pezzi come Think of Me e Over and Over. Tra i pezzi migliori troviamo anche Cynthy-Ruth, caratterizzata da un poderoso coro eseguito da tutta la band sul ritornello, e la ballad soul Reality.

Due anni dopo la band pubblicò il secondo album intitolato Long Burn the Fire, per l'occasione il quartetto cambiò il proprio nome in Mer-Da. Oltre al nome cambia anche la musica, con il suono che si fa più morbido e patinato. Il pezzo di apertura For You, così come la terza traccia My Mistake, sono infatti lenti soul più simili alle produzioni della Motown che al disco di esordio dei Black Merda; la stessa tendenza si riscontra in The Folks From Mother's Mixer che però si assesta su ritmi più alti. Non mancano brani più graffianti, come la title track e I Got a Woman, che comunque non raggiungono quanto a intensità le sonorità psichedeliche del disco precedente.

Long Burn the Fire in realtà dimostrò che il quartetto era in grado di spaziare in vari stili della musica nera con risultati più che buoni, ma la scarsa promozione dell'LP portò a risultati di vendita inferiori alle aspettative e come conseguenza la band si sciolse.

Tuttavia la carriera del gruppo non si arrestò, perché la pubblicazione di due compilation nel primi anni 2000 risvegliò l'interesse verso il rock funk dei Black Merda. La band tornò in studio come terzetto, perché Tyrone Hite morì nel 2004, e registrò due nuovi album tra il 2006 e il 2009.

La seconda parte della discografia dei Black Merda verrà trattata in un prossimo articolo.

mercoledì 11 ottobre 2017

La discografia solista di Amanda Somerville

Amanda Somerville è nota per essere una delle migliori voci del symphonic metal, ma parallelamente a questa sua attività come vocalist di HDK, Avantasia, Exit Eden e molti altri, ha anche una carriera solista in cui mostra un lato di sé completamente diverso, più pop e più melodico.

Il primo album solita di Amanda Somerville è stato pubblicato nel 2000 e si intitola In The Beginning There Was... ed è composto da undici tracce, principalmente ballad e midtempo, spesso malinconiche nel narrare storie d'amore tormentate. In queste registrazioni Amanda mostra un registro vocale da soprano e uno stile di canto leggero, molto diverso da quello che anni dopo l'avrebbe resa una delle regine del metal. In questo album oltre a cantare Amanda suona le tastiere, pertanto i due brani fatti solo di voce e tastiera, Still The Same e I Write For Me, sono frutto solo delle sue mani e della sua voce. Tra gli altri spiccano la traccia d'apertura Puzzling Rapunzel, Blue Nothing, Angel of Mine e I Miss America che regala un momento un po' più allegro mentre la cantante loda il suo paese di origine.

Lo stesso anno del primo album, Amanda ha pubblicato anche il singolo Blue Nothing, che contiene il brano omonimo nella stessa versione presente sull'album e in un inedito remix, oltre alla versione live della ballad How It Had Been (anch'essa tratta dall'album) e al remix di Angel of Mine. Completa il disco l'inedito This And That (Or Might've Beens), un pezzo veloce e allegro che si stacca decisamente per atmosfere dal resto del singolo e dell'album.

Nel 2003 Amanda ha realizzato un EP intitolato Never Alone a scopo benefico, gli introiti sono infatti stati devoluti all'associazione del calciatore polacco Krzysztof Nowak a favore della ricerca sulla sclerosi laterale anamorfica (di cui il calciatore era malato e che lo portò alla morte nel 2005). Il disco contiene una reinterpretazione di Amanda dell'inno You'll Never Walk Alone, spesso usato in ambito calcistico dalla tifoserie, una versione a cappella del canto natalizio Oh, Holy Night e tre inediti quali le ballad Searching e Forces of Love e il pezzo veloce e tendente al funk Are You Ready.

Il secondo, e fino ad ora ultimo, album solista di Amanda è stato pubblicato nel 2008 con il titolo Windows ed è la sua opera solista più famosa. Nelle 12 tracce si trova una varietà di suoni che manca ai suoi lavori precedenti. Nel disco troviamo ballad leggere che continuano sulle atmosfere del primo LP, come Moth, Point of Safe Return, All That I Am e la title track, ma anche brani decisamente rock come My Song For You, Inner Whore e la cover di Out dei Sonata Artica. In questo album Amanda si cimenta anche in qualche pezzo jazz come Clean e Sometimes, la cui melodia è retta dal piano suonato anche in questo caso dalla stessa vocalist. Nel brano intitolato Carnival, troviamo anche un esperimento di latin jazz, a riprova dell'elettricità di Amanda come musicista e cantante.

Oltre a questi quattro dischi, la pagina di Broadjam di Amanda Somerville propone altri quattro pezzi. La ballad Foreigner, realizzata dalla sola cantante con piano e voce, il brano uptempo Phenomenal, inciso per l'apertura del museo della scienza del Phaeno di Wolfsburg, e la scherzosa Bring Home the Bacon, scritta per una campagna pubblicitaria, nelle versioni dixie e afro.

Purtroppo questi quattro dischi e le altre poche tracce vengono spesso ignorati perché la notorietà di Amanda Somerville è legata alla sue innumerevoli apparizioni nel mondo metal, sia nelle collaborazioni sia come artista principale. Conoscere la sua discografia solista offre comunque della buona musica e un lato meno noto, ma per lei sicuramente non meno importante, del profilo professionale di questa straordinaria musicista.

mercoledì 4 ottobre 2017

Giacomo Voli - Prigionieri Liberi

Giacomo Voli non è più solo un cantante uscito da un talent show ma è ad oggi una delle più importante realtà del rock italiano, a tre anni dalla sua esperienza a The Voice il cantante di Correggio è infatti oggi la voce maschile dei TeodasiA, con cui ha inciso nel 2016 l'album Metamorphosis, e il frontaman dei Rhapsody of Fire, la formazione metal più gloriosa del nostro paese in cui ha sostituito egregiamente il leggendario Fabio Lione, con cui ha realizzato un album di nuove versioni di pezzi editi intitolato Legendary Years.

Nonostante gli impegni con le due band, Giacomo non trascura la propria carriera solista che lo vede produrre dell'ottimo rock in italiano e a due anni e mezzo dall'EP di esordio Ancora nell'Ombra ha appena pubblicato il suo primo LP intitolato Prigionieri Liberi. Il disco è composto da otto tracce di puro rock, spesso ai confini con l'hard rock e ricche di venature prog. I pezzi sono stati scritti, nelle musiche e nei testi, dallo stesso Voli e da Daniela Ridolfi che è anche produttrice del disco e hanno come caratteristica principale quella di mettere in luce l'incredibile estensione vocale del cantante e di mostrarne le notevoli capacità.

L'album si apre con l'aggressiva Esasperante, che con un testo graffiante su una base ricca di distorsioni narra del rapporto contrastato con la donna amata la cui gelosia è soffocante. La seconda traccia dal titolo Segni di Tregua prosegue su atmosfere simili, con un'altra base sostenuta ed energica a creare un brano che descrive la strana prossimità dell'amore e del dolore.

Tra i brani energici troviamo anche Templi Moderni, una critica sferzante alla spettacolarizzazione del vuoto nei media e ai talent show (e non solo quelli canori), e la title track in cui compare come ospite Giulia Dagani, il pezzo narra del senso di oppressione di chi è costretto a vivere situazioni di facciata che costringono a indossare maschere in pubblico e a negare la propria vera identità. Il pezzo è impreziosito dai duetti dei due cantanti che si integrano perfettamente con Giacomo che fa le voci alte e Giulia quelle basse.

Il disco lascia molto spazio anche a momenti più melodici e intimistici. Troviamo infatti una sorta di preghiera salmodica in Non Ci Pensi Mai e due ballad quali L'Ultimo Frame e Il Libro dell'Assenza, quest'ultima è in particolare uno dei pezzi migliori dell'album grazie all'atipico fischio che introduce le strofe e al testo toccante che descrive il desiderio di rivedere la donna amata dopo un periodo troppo lungo di allontanamento; la melodia del pezzo ne fa l'unica vera power ballad mai incisa in italiano.

Completa il disco la cover di Ti Sento dei Matia Bazar, che Voli aveva già interpretato nei suoi live con la GV Band, che trasforma un brano pop in uno hard rock sostenuto dal suono potente delle chitarre, mantenendone la melodia originale.

Questo primo album conferma che Giacomo Voli è una delle realtà più interessanti del panorama rock nostrano. Ciò che colpisce di questo straordinario vocalist è l'incredibile versatilità, che gli consente di passare dal power metal alle cover della tradizione italiana traendo il meglio della propria incredibile voce in ogni occasione

Musicisti come Giacomo Voli sono tesori preziosi per la nostra nazione che grazie a un numero veramente ristretto do personalità di questo calibro può continuare a produrre ottima musica, proprio come Prigionieri Liberi.

Non resta che godersi l'ascolto di questo album, in attesa del prossimo disco di inediti dei Rhapsody of Fire.

venerdì 29 settembre 2017

Ringo Starr - Give More Love

Il giorno del suo settantasettesimo compleanno, caduto il 7 luglio del 2017, Ringo Starr ha anunnciato l'imminente uscita del nuovo album, l'attesa è stata breve e Give More Love è arrivato nei negozi a metà di settembre.

Il disco è composto di 14 pezzi in cui Ringo suona la batteria oltre a cantare, i brani spaziano musicalmente stra stili abbastanza diversi e tra nuove incisioni ed autocover. L'album si apre con la trascinante We're on the Road Again, sostenuta da un bel giro di chitarra e che vede la presenza di Paul McCartney al basso; la collaborazione tra i due ex Beatles si ripropone in Show Me The Way, prima ballad del disco caratterizzata da un bellissimo coro in sottofondo nelle strofe. Tra i brani veloci troviamo anche la pungente Laughable che esprime un ironico commento sulla situazione mondiale in rapido mutamento, Speed of Sound e Shake It Up, divertente rock and roll in stile anni 50.

Come nella migliore tradizione del Beatles e delle loro carriere soliste, anche questo disco è ricco di contaminazioni di generi diversi. Troviamo ad esempio un assaggio di reggae in King of the Kingdom e due brani che tendono verso il country intitolati So Wrong for So Long e Standing Still, due leggeri midtempo retti dalle chitarre acustiche. Ringo non si fa mancare neanche un po' di blues, grazie ai riff di chitarra di Electricity.

L'ultimo dei pezzi nuovi è la title track ricca di melodia e impreziosita da cori su ponte e ritornello.

Le ultime quattro tracce sono altrettante versioni nuove di pezzi già editi. Troviamo infatti le reincisioni di Photograph, Back Off Boogaloo, You Can't Fight Lightning provenienti dagli album solisti di Ringo e Don't Pass Me By che era cantata dal batterista anche nel White Album dei Beatles.

Se c'è una cosa che questo album dimostra è che nonostante l'età avanzata, Ringo Starr è ancora in pienissima forma e la sua voglia di creare buona musica, spaziando sempre tra vari territori sonori, non è minimamente calata. Give More Love è uno dei dischi più interessanti di questo 2017, a riprova del fatto che il quartetto di Liverpool era composto da quattro geni della musica, ognuno in grado di fare una carriera solista dello stesso altissimo livello di quella della band.

sabato 23 settembre 2017

Motörhead - Under Cöver

Questo articolo è stato scritto dal nostro guest blogger Tino che ringraziamo per il contributo.

40 anni di carriera e 23 dischi in studio non sono abbastanza e dopo circa due anni dalla scomparsa del leggendario Lemmy Klimster e dal loro conseguente scioglimento, i Motörhead pubblicano una raccolta dal titolo Under Cöver che contiene 10 reinterpretazioni di brani registrati tra il 1992 e il 2015 già inclusi in altre raccolte e un inedito. La raccolta abbraccia generi musicali diversi, ma il tutto è in perfetto stile Motörhead: grezzo e veloce, ruggente e violento.

Il punk non è mai stato la mia passione ma la reinterpretazione di God Save the Queen dei Sex Pistols fatta nel 2000 per il disco We Are Motörhead è davvero ben riuscita; entusiasma meno Rockaway Beach dei Ramones, incisa nel 2002 ma mai pubblicata.

Andando invece su sonorità più familiari, il brano di apertura Breaking The Law dei Judas Priest è spettacolare, fu inciso nel 2008 per la raccolta Hell Bent Forever: A Tribute To Judas Priest ma non è presente nella discografia ufficiale. Bellissima ma da non considerarsi esattamente una cover Hellraiser, scritta da Ozzy Osbourne, Lemmy Klimster e Zack Wylde. Lemmy e soci sono riusciti a rendere più devastante anche Wiplash, direttamente dall'album di esordio dei Metallica, pubblicata nel 2005 che valse a Lemmy e soci l'unico Grammy della loro carriera.

Con la collaborazione di Biff Byford dei Saxon e direttamente dal repertorio dei Rainbow anche un riarrangiamento di Starstruck, pubblicata nel 2014 nella raccolta Ronnie James Dio This Is Your Life, dedicata al compianto ex frontman proprio dei Rainbow.

Non particolarmenti degni di nota Cat Scratch Fever di Ted Nugent e di Sympathy for the Devil dei Rolling Stones, mentre secondo me, sempre dei Rolling Stones, Jumpin' Jack Flash è un pezzaccio da sparare nell'autoradio a tutto volume! Buon lavoro anche per Shoot'em Down dei Twisted Sisters.

Ho lasciato intenzionalmente in fondo la reinterpretazione di Heroes di David Bowie, pezzo che da solo vale tutto il disco. Il pezzo è epico già nella versione originale, ma Lemmy l'ha reso ancora più bello; registrato nel 2015 durante la produzione dell'ultimo disco dei Motörhead Bad Magic è rimasto inedito fino ad agosto del 2017 ed è l'ultima registrazione del frontman della band prima di lasciarci 4 mesi più tardi. Singolo e videoclip per questa raccolta è già stato scelto come inno ufficiale per il festival metal Wacken Open Air del 2018.

Anche se a prima vista il disco può sembrare un'operazione nostalgica ma sopratutto commerciale è davvero ben fatto e ne consiglio a tutti gli amanti di musica rock, non solo a i fan dei Motörhead, l'ascolto. Lemmy non c'è più, ma il mito continua...

They are Motörhead ... and they play rock 'n roll!

mercoledì 20 settembre 2017

Magni Animi Viri - Heroes Temporis

Il 2007 ha visto la nascita della prima rock-opera interamente in italiano, il progetto musicale guidato dal maestri Giancarlo Trotta e Luca Contegiacomo porta il nome di Magni Animi Viri e il loro album si intitola Heroes Temporis.

Il disco si basa su basi musicali suonate dalla band composta da chitarre, bassi e batteria a cui si unisce la Bulgarian Symphony Orchestra diretta dal maestro Giacomo Simonelli. Il suono prodotto da questa larga schiera di oltre cento musicisti unisce le sinfonie della musica classica al suono più moderno del power metal, a questo tessuto musicale si sommano le splendide voci del tenore operistico Francesco Napoletano e della cantante pop-rock Ivana Giugliano, invertendo quindi il paradigma del metal sinfonico che spesso vede voci liriche femminili accanto a voci maschili dallo stile moderno.

L'album narra del viaggio nella vita del protagonista della storia, interpretato da Napoletano, che ripensa alle diverse fasi della propria esistenza e in questo percorso incontra varie figure quali quella di un genitore e ovviamente quella della donna amata con cui ha un rapporto contrastato. Alla fine del proprio viaggio il protagonista scoprirà di aver vissuto un sogno.

Dal punto di vista musicale il risultato è semplicemente meraviglioso e l'unione di due mondi musicali così diversi è incredibilmente armoniosa. La vera forza di questo disco è la voce di Napoletano che dà sfoggio della propria potenza ed estensione per tutta la durata dell'album. I due vocalist si alternano, si amalgamano e spesso duettano, con Napoletano che fa le voci più alte e la Giugliano che interpreta quelle più basse, come nel pezzo centrale dell'opera Vorrei e nella leggera Sai Cos'è, unico pezzo del disco a essere suonato con chitarre acustiche. Bellissimo è anche il controcanto della Giugliano sul ritornello finale di Come Un Falco cantato da Napoletano.

Alcuni brani sono eseguiti dalla sola Giuglano che sfodera una voce graffiante e versatile in pezzi che risultano più tradizionalmente pop-rock che power metal operistico. Tra questi troviamo la ballad Finché, la rockeggiante Pensieri e l'onirico midtempo Immenso.

I brani migliori del disco sono quelli in cui Napoletano mostra al meglio le doti della sua magnifica voce, tra essi troviamo i due pezzi di apertura Heroes... e ...temporis, le già citate Vorrei e Come Un Falco e la poderosa Mai Più.

Il disco è impreziosito dalla presenza di sostenuti cori in molti dei pezzi che spesso regalano una bellissima alternanza tra la sezione femminile e quella maschile. Alcune parti sono invece solo lette per aggiungere segmenti narrati alla vicenda, la voce del lettore è prestata da Matteo Salsano.

Nove anni dopo la pubblicazione iniziale, Trotta e Contegiacomo sono tornati in studio per realizzare la world edition di Heroes Temporis cantata in inglese da due vocalist d'eccezione: Russel Allen (cantante tra gli altri dei Symphony X e degli Adrenaline Mob) alla voce maschile e Amanda Somerville (Trillium, Avantasia, Exit Eden e molti altri) alla voce femminile. La parte del narratore è invece interpretata da Clive Riche. La tracklist è leggermente più corta perché mancano alcuni brevi inserti musicali, ma le parti cantante restano immutate, e i titoli dei brani sono tradotti in inglese.

Le melodie sono le medesime del disco in italiano e Russel Allen sfodera una prova magistrale mostrando una versatilità inaspettata nel tentativo di eseguire un canto operistico che sarebbe al di fuori del suo repertorio tradizionale, il risultato è decisamente buono ma per quanto vada lodata la prova di Allen gli manca ancora quel qualcosa in più per raggiungere le vette di Napoletano che rimangono ancora lontane. Amanda Somerville è invece semplicemente inarrivabile, del resto Amanda è una delle migliori cantanti al mondo e ben poche possono avvicinarsi al suo stile; il suo canto è limpido, dolce e deciso e, senza nulla togliere alla pur bravissima Giugliano, regala un'altra performance stellare.

Questo album, in entrambe le sue versioni, è un capolavoro di assoluto valore e di grande effetto. Una volta ascoltata per intero la versione originale viene subito voglia di inserire nel lettore la versione in inglese per poi rimettere quella in italiano e ricominciare l'ascolto dall'inizio. Le melodie di questo album e la voce di Napoletano entrano in testa come un martello pneumatico e non ne escono più e subito dopo il primo ascolto ci si ritrova già a canticchiare Siamo gocce di un oceano, specchio delle luci su di noi.

Ma nonostante questo sia un disco che convince sotto ogni aspetto, ascoltando la world edition resta un grande dubbio e un invito che vogliamo rivolgere a Giancarlo Trotta e Luca Contegiacomo: quanto sarebbe bella una terza versione di Heroes Temporis cantata da Francesco Napoletano e Amanda Somerville ognuno nella propria lingua?

Speriamo che i due maestri raccolgano il nostro invito e che questo non resti solo un sogno, così da poterci un giorno togliere la curiosità.

lunedì 18 settembre 2017

Visions of Atlantis - Old Routes - New Waters

Nel 2013 gli austriaci Visions of Atlantis, dopo l'uscita dell'album Ethera, hanno rivoluzionato la propria formazione tenendo il solo batterista Thomas Caser, unico membro rimasto per tutta la carriera del gruppo, a cui si sono aggiunti cinque elementi nuovi. Per i tre musicisti si è trattato di un ritorno, infatti il chitarrista Werner Fiedler, il tastierista Chris Kamper e il bassista Michael Koren avevano già militato nei Visions of Atlantis in passato; mentre i due cantanti, la francese Clémentine Delauney e Siegfried Samer, sono invece membri nuovi.

Il primo EP registrato dal gruppo con la nuova formazione e pubblicato nel 2016 porta l'eloquente titolo di Old Routes - New Waters e in copertina mostra un vascello in mare aperto che batte bandiera austriaca e francese (perché ormai il gruppo non è più solo austriaco).

La band ha scelto per la prima prova in studio di realizzare un EP di cinque brani già editi in passato e qui interpretati dalla band rinnovata. I pezzi scelti sono Lovebearing Storm dall'album Eternal Endless Infinity, Seven Seas dall'album Trinity e Lost, Last Shut Of Your Eyes e Winternight (di cui è stato anche realizzato un video) da Cast Away.

Le melodie restano immutate rispetto alle incisioni originali, ciò che invece cambia notevolmente sono le voci dei due interpreti. In particolare il migliore acquisto di questa band è sicuramente la superlativa Clémentine che con la sua voce limpida da soprano, di registro più alto rispetto a tutte le altre cantanti che l'hanno preceduta nella band, si dimostra superiore alle pur bravissime vocalist precedenti. In particolare Clémentine riesce a tenere lo stile di canto lirico praticamente ovunque, anche a velocità che sarebbero proibitive per gran parte delle sue colleghe. La supremazia vocale di Siegfried Samer rispetto ai due cantanti che l'hanno preceduto non è altrettanto marcata, ma il nuovo vocalist si dimostra almeno allo stesso livello degli altri, riuscendo così a non far rimpiangere le formazioni passate.

Ovviamente questo EP è solo un riempitivo nella discografia dei Visions of Atlantis che aveva come scopo quello di interrompere un silenzio che durava dal 2013. Ma da questo piccolo esperimento possiamo constatare come le premesse per il futuro siano ottime. Sebbene Old Routes - New Waters non sarà una pietra miliare della discografia del gruppo, lascia almeno la speranza che il prossimo album sarà invece l'ennesimo ottimo lavoro.

domenica 10 settembre 2017

All Eyez On Me: il biopic sulla vita di Tupac

Viene proiettato in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane il biopic All Eyez On Me sulla vita del rapper Tupac Shakur. Il film racconta la vita del protagonista dalla nascita a New York nel 1971 fino alla morte nel 1996 a Las Vegas. La prima parte del film è narrata in flash-back con Tupac che racconta la propria vita a un giornalista mentre è detenuto al Clinton Correctional Facility, la narrazione poi riprende con l'uscita del rapper dal penitenziario fino alla sua morte per mano di un misterioso assassino.

Sebbene il film sia molto efficace nel raccontare le difficoltà incontrate da Tupac e la durezza della vita nel ghetto, nella seconda metà del film (dalla firma con la Death Row fino alla morte) il racconto è piuttosto confuso e può essere compreso appieno solo da chi già conosce la storia. Ad esempio, non viene approfondito abbastanza chi siano Frank Alexander, Dr. Dre o Puff Daddy, tre persone che ebbero un ruolo fondamentale nell'ultimo anno della vita di Tupac. Inoltre nella scena finale, che mostra la sparatoria tra le via di Las Vegas, vengono omessi particolari importanti. Non viene ad esempio spiegato perché Suge dopo l'aggressione decise di fare inversione e fuggire dalla zona della sparatoria, lo scopo in realtà era quello di portare Tupac all'ospedale prima possibile, ma dal film sembra che Suge scappi da qualcosa o qualcuno. Non viene spiegato che anche Suge rimase colpito da una delle pallottole, né che la BMW aveva tre gomme bucate quando si fermò, facendo sembrare che Suge abbia interrotto la sua corsa senza un motivo.

La versione italiana del film soffre di qualche errore di adattamento. Il primo produttore di Tupac gli chiede se abbia finito di registrare il secondo verso, incappando in un false friend piuttosto noto: verse in inglese significa strofa e non verso. L'errore più grave comunque riguarda la pronuncia del nome di Suge, qui pronunciato Siug con la G dolce, e non Sciug con la G dura come abbreviazione di Sugar Bear.

La scelta degli attori è complessivamente buona, Demetrius Shipp Jr nel ruolo di Tupac e Dominic Santana in quello di Suge assomigliano molto ai personaggi reali; lo stesso non si può dire di Jarrett Ellis nel ruolo di Snoop Dogg o di Harold House in quello di Dr. Dre.

Suscita qualche perplessità il fatto che nel film durante un concerto alla House of Blues di New York Tupac canti Hail Mary che nella realtà uscì solo dopo la sua morte. Di quel live esistono sia l'album sia il DVD e ovviamente il pezzo non era il scaletta, ovviamente è anche impossibile che il pubblico conoscesse il brano e potesse cantare i ritornelli con Tupac.

All Eyez On Me riesce comunque nell'intento di far conoscere aspetti meno noti della vita dal rapper, come il suo rapporto con la madre la cui vita sregolata è causa di grandi problemi per i suoi figli, ma che è al contenpo amata da Tupac che le dedica Dear Mama nel disco Me Against The World, o la sua profonda amicizia con Jada Pinkett, futura moglie di Will Smith. Tuttavia la fine della sua carriera e la registrazione degli album All Eyez On Me e The Don Killuminati: The Seven Days Theory (che nel film viene chiamato semplicemente Makaveli, che non è il titolo del disco ma lo pseudonimo adottato da Tupac per lo stesso) sono narrati con troppa superficialità e verranno apprezzati sono da chi conosce già la vicenda e la vorrà vedere rappresentata sul grande schermo.

martedì 5 settembre 2017

Muddy Waters - The London Muddy Waters Sessions

Nei primi anni 70 molti artisti afroamericani si spostarono a Londra per registrare delle sessioni musicali che unissero il suono originario del blues d'oltreoceano con il rock e il blues "bianco" che il Regno Unito aveva iniziato a produrre. Uno di questi fu il leggendario bluesman Muddy Waters che nel 1971 realizzò l'album intitolato The London Muddy Waters Sessions presso gli storici IBC Studios di Portland Place.

L'album vede la presenza di alcuni musicisti britannici di rilievo, tra cui il chitarrista irlandese (ma che lavorava a Londra) Rory Gallagher, Steve Winwood, Ric Grech (bassista dei Blind Faith) e Mitch Mitchell (batterista di Jimi Hendrix). Oltre a questi la formazione è completata da alcuni musicisti della band che seguiva Muddy Waters abitualmente, quali il chitarrista Sammy Lawhorn e l'armonicista Carey Bell.

Il disco è composto di nove pezzi, di cui due inediti di Muddy Waters e sette cover di cui quattro di Willie Dixon, una di Lafayette Leake, una di Casey Bill Weldon e lo standard Key To The Highway, che nel libretto del disco viene accreditato a McKinely Morganfield (vero nome di Muddy Waters) ma di cui i veri autori sono probabilmente Charlie Segar e Big Bill Broonzy.

Il risultato di questa collaborazione è un buon mix tra rock e blues. Il ritmo di alcuni dei brani, come I'm Ready o I Don't Know Why (entrambe cover di Willie Dixon), è notevolmente più veloce di quello degli altri album del bluesman che qui dimostra di sapersi muovere alla grande anche a queste velocità più incalzanti. Oltre alla voce di Muddy Waters il punto di forza di questo album è composto dall'ottimo connubio della chitarra di Gallagher e dell'armonica di Bell. Va sottolineato che la tastiera di Winwood lascia un'impronta piuttosto leggera, ma nel complesso il disco ha un suono armonico di grande effetto e quindi non si può recriminare nulla ai musicisti.

Nella sua avventura nel vecchio continente Muddy Waters ha confermato ciò che già si sapeva sul suo conto: cioè che non gli è mai mancato il coraggio di tentare strade nuove. Ma se alcuni dei tentativi precedenti (come una breve deriva nella musica soul e una nella psichedelia con gli album Brass and the Blues ed Electric Mud) hanno convinto solo a metà, questa volta il tentativo è riuscito alla grande e ha creato con The London Muddy Waters Sessions uno degli album più divertenti del musicista del Mississippi.

martedì 29 agosto 2017

George Thorogood - Party Of One

A 67 anni e a quattro decadi dall'esordio, George Thorogood ha realizzato il suo primo album solista, senza i Destroyers che lo accompagnano dal 1977. Chi si aspetta un album nello stille dei Destroyers suonato da musicisti diversi rimarrà piacevolmente sorpreso: il disco è infatti completamente diverso dalle aspettative, con la strumentazione ridotta all'osso e il solo Thorogood che suona. I pezzi sono tutti realizzati con voce e chitarra e solo in uno è presente anche l'armonica, anch'essa suonata da Thorogood.

Come nella sua migliore tradizione il blues rocker del Delaware decide di realizzare un disco di cover attingendo da repertorio di alcuni mostri sacri del blues, del country e del rock and roll come Robert Johnson, John Lee Hooker, Willie Dixon, Johnny Cash, Rolling Stones e molti altri.

Grazie alla strumentazione essenziale Throgood rimane fedele ai modelli originali e registra un album che omaggia le origini degli stili musicali che lo hanno reso celebre e che lui ha contribuito a diffondere. Uno dei pregi di questo album è infatti proprio quello che i pezzi sembrano vecchi anche all'ascolto; questo non suona come un album di cover realizzato nel 2017, ma un disco preso di peso dai primi decenni del secolo scorso e teletrasportato ai giorni nostri.

Nonostante lo stile minimalista, Thorogood riesce a esprimersi in stili canori e musicali molto diversi. Si passa da pezzi più aggressivi come I'm a Steady Rollin' Man di Robert Johnson e Boogie Chillen di John Lee Hooker a brani più melodici come Soft Spot di Gary Nicholson e Allen Shamblin e No Expectations dei Rolling Stones fino a pezzi tipicamente country come Bad News di Johnny Cash e Pictures From Life's Other Side di Hank Williams. Tra i pezzi degni di nota troviamo anche The Sky is Crying di Elmore James che Thorogood aveva già inciso con la band nell'album Move It Over del 1978.

In chiusura dell'album troviamo una registrazione live di One Bourbon, One Scotch, One Beer di John Lee Hooker registrata da Thorogood con i Destroyers nel 1999 e (solo nella versione in CD) Dynaflow Blues di Robert Johnson che pure aveva inciso con il gruppo nell'album The Hard Stuff del 2006.

Con Party Of One George Thorogood si conferma uno degli artisti più meritevoli della nostra epoca, capace di realizzare un disco di cover e di omaggi al passato armato solo di chitarra e armonica.Oltre che un grandissimo musicista dimostra per l'ennesima volta di essere un grande conoscitore della storia della musica moderna e della sua evoluzione, dal blues del delta del Mississippi fino al rock contemporaneo. In ogni disco di George Thorogood possiamo trovare il perfetto connubio tra la musica e la sua storia ed è un vero peccato che nel nostro paese Thorogood sia conosciuto solo per Bad To The Bone; resta almeno la speranza che Party Of One allarghi il pubblico degli ascoltatori di questo straordinario musicista e che partendo da qui venga riscoperta anche la lunga discografia dei Destroyers.

mercoledì 23 agosto 2017

Cinema e musica: Morte a 33 Giri

Negli anni 80 il cinema horror e la musica heavy metal vissero un periodo di particolare splendore. Nel 1986 il regista e attore Charles Martin Smith decise di unire questi due filoni realizzando il film Morte a 33 Giri (Trick or Treat in originale) in cui horror e metal si uniscono per una pellicola divertente e ricca di musica hard & heavy.

Il film narra la storia di un ragazzo appassionato di metal, Eddie Weinbauer interpretato da Marc Price (noto anche per aver ricoperto il ruolo di Skippy nella serie televisiva Casa Keaton) che riceve in dono dall'amico Nuke, DJ di una radio locale interpretato da Gene Simmons, il nuovo album inedito su disco acetato del suo cantante preferito, Sammi Curr, recentemente scomparso.

Il disco porta l'eloquente titolo Songs in the Key of Death ed Eddie scopre che facendolo girare al contrario può dialogare con il cantante deceduto. Curr dall'oltretomba lo aiuta a vendicarsi degli scherzi che subisce da alcuni bulli della scuola. Sulle prima Eddie si gode le proprie rivincite, ma quando il gioco di Sammi diventerà troppo pesante, il giovane dovrà ribellarsi al suo idolo.

Il film è ovviamente ricco di musica hard & heavy e di rimandi ai gruppi musicali di quel periodo. Nella stanza di Eddie si trovano infatti poster, foto e dischi di band come gli Anthrax, i Raven, i Judas Priest, i Megadeth e molti altri. Inoltre, oltre a Gene Simmons, anche Ozzy Osbourne compare in alcune scene nei panni di un predicatore televisivo che condanna i testi violenti dell'heavy metal.

Il film, come è ovvio, gioca molto sui presunti legami tra occultismo e musica metal e sui messaggi subliminali che secondo una popolare leggenda metropolitana si potrebbero ascoltare facendo girare i vinili al contrario. Del resto molte band di quel periodo scherzarono sugli stessi argomenti usando un look cimiteriale fatto di teschi, abiti neri e immagini tratte dall'immaginario horror.

La colonna sonora del film è affidata interamente ai britannici Fastway che cantano i pezzi di Sammi Curr. L'album è la perfetta controparte musicale del film, improntata su un rock rapido, energico, divertente e di facile presa. Il disco è composto di nove pezzi di cui sette veloci e due lenti intitolati Heft e If You Could See a chiudere il disco. Tra le nove tracce spicca sicuramente il brano di apertura Trick or Treat che nel film viene eseguito da Sammi Curr nella sua esibizione dal vivo nella notte di Halloween di ritorno dall'oltretomba. Degno di nota è anche After Midnight, ascoltabile nel film durante i titoli di coda.

L'album è contraddistinto anche da una piccola nota umoristica: il libretto che accompagna il disco reca infatti  la scritta This album is dedicated to the memory of Sammi Curr, ma il cantante ovviamente non é mai esistito.

Morte a 33 Giri è un ottimo prodotto di un decennio dorato ricco di divertimento e spensieratezza i cui fasti non sono mai stati ripetuti, il film sicuramente non scontenterà né gli amanti dell'horror né quelli del buon hard rock di quel periodo. Guardandolo oggi resta forse un po' di nostalgia nel constatare come il talento di allora sembra essere perso in entrambe le correnti.

lunedì 7 agosto 2017

Exit Eden - Rhapsodies in Black

Quattro tra le più grandi regine del symphonic metal hanno unito le proprie forze per creare un supergruppo chiamato Exit Eden che il 4 agosto scorso ha pubblicato il proprio primo album intitolato Rhapsodies in Black che contiene undici cover di altrettanti pezzi rivisti con il loro stile. Il quartetto è composto dall'americana Amanda Somerville, dalla francese Clémentine Delauney, dalla brasiliana Marina La Torraca e dalla tedesca Anna Brunner. Le quattro ragazze hanno scelto cinque classici della musica pop rock degli ultimi decenni, quali Question of Time dei Depeche Mode, Frozen di Madonna, Heaven di Bryan Adams, Total Eclipse of the Heart di Bonnie Tyler e Fade to Grey dei Visage, a cui si aggiungono sei pezzi pop più recenti come Unfaithful di Rihanna, Incomplete dei Backstreet Boys, Impossibile di Shontelle, Firework di Katy Perry, Skyfall di Adele e Paparazzi di Lady Gaga.

La loro interpretazione degli undici pezzi lascia pressoché invariate le melodie originali, ma trasforma i pezzi nello stile del symphonic metal, con ricche basi musicali dalle sonorità dure a cui si sommano le quattro voci ognuna con il proprio stile distintivo e riconoscibile: dal canto limpido da soprano di Clémentine, a quello aspro di Anna fino ai due potenti contralti Marina e Amanda, con quest'ultima che soverchia le altre quanto a potenza quando cantano insieme, come si può sentire ad esempio nei ritornelli di Unfaithful e Impossibile.

Il risultato è un album di grande effetto improntato soprattutto a valorizzare le quattro voci e riuscendo perfettamente nel compito. Tra i pezzi spiccano sicuramente Frozen e Skyfall che vedono la presenza come ospite di una quinta regina, Simone Simons degli Epica, che aggiunge un tocco lirico al canto. Di notevole valore anche Total Eclipse of the Heart, il cui intro è cantanto dal secondo ospite, lo svedese Rick Altzi, e Heaven la cui prima strofa cantata dal Clémentine è semplicemente celestiale. La stessa Clémentine canta le due strofe in francese di Fade to Gray con una pronuncia ovviamente perfetta che nessuna delle altre avrebbe potuto regalare. In Frozen è da notare anche il vocalizzo che introduce il ritornello che qui è eseguito a più voci dalle quattro vocalist insieme.


In realtà è difficile individuare nel disco tracce migliori di altre perché sono tutte ottime, così come è difficile scegliere quali siano le voci migliori: se proprio fossimo costretti sceglieremmo a pari merito Clémentine per la pulizia dell'esecuzione e Amanda per la potenza.

Nel complesso le quattro realizzando un disco che offre un symphonic metal morbido e divertente che non conosce un attimo di noia, l'unica è pecca è forse proprio la durata perché ascoltando questo album resta la convinzione che le quattro ragazze sarebbero sicuramente state in grado di realizzare un disco molto più lungo di questo senza scadere mai nella qualità. Resta la speranza che questo supergruppo decida di tornare in studio a registrare un nuovo album perché il loro primo esperimento è riuscito alla grande.

martedì 1 agosto 2017

Alice Cooper - Paranormal

Sei anni dopo l'ultimo album Welcome 2 My Nightmare (da non confondere con il quasi omofono Welcome To My Nightmare del 1975) torna Alice Cooper con un nuovo lavoro registrato in studio, il nuovo disco si intitola Paranormal ed è un doppio album che contiene dieci nuove tracce (che vedono la presenza di Larry Mullen jr degli U2 alla batteria) sul primo disco, più altre due registrate con la band originale (per la prima volta dal 1973) e sei registrazioni live di pezzi storici del rocker di Detroit sul secondo disco.

Iniziando l'ascolto stupisce la scelta di aprire l'album con una ballad, la title track; stupisce ancora di più constatare che il pezzo è debole e poco convincente nonostante la presenza di Roger Glover al basso. Con la seconda Dead Flies salgono i ritmi e troviamo il primo brano veloce dell'album, ma purtroppo delude anche questo con un ritmo che pare forzato e poco naturale. Passando alla terza traccia sembra di aver cambiato album, perché finalmente troviamo il primo pezzo nello stile di Alice Cooper che conosciamo, con un hard rock divertente ed energico intitolato Fireball. Proseguendo l'ascolto si conferma l'ipotesi che l'avvio deludente sia stato solo un incidente, perché troviamo la traccia migliore dell'intero disco intitolata Paranoic Personality caratterizzata da un riff potente e da un altrettanto potente controcanto sul ritornello che entra in testa come un martello pneumatico. Con Fallen in Love incontriamo anche il secondo ospite del disco: il chitarrista e cantante degli ZZ Top Billy Gibbons, e il riff di apertura è talmente distintivo dello stile di Gibbons che sembra di essere stati trasportati in un album del terzetto texano. Il pezzo ci regala un ascolto di Alice Cooper in un'insolita veste blues rock, il duetto vocale dei due amalgama perfettamente lo stile canoro di questi colossi del rock così diversi tra loro. L'esperimento del blues rock viene riproposto anche nel pezzo successivo, il rapido e incalzante Dynamite Road che vira in parte verso lo stoner rock.

Con Private Public Breakdown troviamo un midtempo divertente che rallenta leggermente il ritmo del disco che però riparte subito dopo con Holy Water e Rats, due pezzi veloci ed allegri che preludono alla seconda ballad che chiude il primo disco. Ma fortunatamente The Sound of A è un bel pezzo ispirato e dall'atmosfera psichedelica decisamente migliore di quello di apertura.

Inutile nascondere che c'è molta curiosità per i pezzi nuovi registrati dalla band originale, quella che risale al periodo in cui Alice Cooper era il nome del collettivo, composta da Neal Smith alla batteria, Michael Bruce alla chitarra e Dennis Dunaway al basso (il quinto membro Glen Buxton è morto nel 1997). Appena premuto il tasto Play dopo aver inserito il secondo disco l'attesa è ripagata alla grande. Con Genuine American Girl troviamo un rock and roll divertente dal testo molto scherzoso che fa rivivere i fasti della band delle origini, il secondo brano You and All of Your Friends continua sulla strada tracciata dal precedente dimostrando che a distanza di oltre quarant'anni i quattro musicisti hanno trovato subito l'intesa delle origini.

Chiudono il doppio album sei tracce storiche registra dal vivo il 6 maggio 2016 a Columbus, nell'Ohio. I pezzi scelti sono No More Mr. Nice Guy, Under My Wheels, Billion Dollar Babies,
Feed My Frankenstein, Only Women Bleed e School's Out.

Paranormal non è un capolavoro al pari di Raise Your Fist And Yell o Trash, ma è sicuramente un ottimo disco fatto di pezzi di alto valore (a parte i primi due). Stupisce comunque la voglia di sperimentare di Cooper che si lancia in territori fin'ora inesplorati come il blues rock, e riprende quelli abbandonati da oltre quattro decadi trovandosi di nuovo perfettamente a proprio agio. Paranormal non sarà una pietra miliare della carriera di Alice Cooper, ma è sicuramente una prova che questo mostro sacro dello shock rock ha ancora molte frecce al proprio arco.

lunedì 24 luglio 2017

Pino Scotto Bubbles Fest - Pavia, 23/7/2017

Il concerto di Pino Scotto al Bubbles Fest è ormai una "classica" dell'estate pavese. Giunta alla sua quarta edizione, la manifestazione organizzata dalla Bubbles Crew ospita nel fossato del Castello Visconteo quattro serate di musica, condita con birra e ottima cucina, con alcuni tra i migliori gruppi italiani degli ultimi decenni. E dall'anno dell'inaugurazione la serata conclusiva vede la performance del leggendario rocker napoletano ed ex frontman dei Vanadium.

Pino è salito sul palco introno alle 22:30 accompagnato dalla sua band formata da tre musicisti di altissimo livello, ciascuno dei quali meriterebbe un posto in un ipotetico dream team del rock italiano. Il gruppo è composto da Dario Bucca al basso, Steve Angarthal (che suona con Pino fin dai tempi dei Fire Trails) alla chitarra e Marco Di Salvia alla batteria, e nonostante siano solo in tre producono un impatto sonoro che altre band realizzano con quattro o cinque elementi. Il trio colpisce il pubblico non solo per l'esibizione musicale perfetta, ma anche per alcune chicche della loro performance, come Angarthal che suona la chitarra come i denti e Di Salvia che nei momenti più concitati fa roteare la sua lunga chioma mentre suona.

I pezzi eseguiti da Pino spaziano per tutta la sua carriera musicale, attingendo sia dalla discografia dei Vanadium, sia da quella dei Fire Trails, fino al arrivare alla sua carriera solista e alternando quindi il canto in inglese a quello in italiano. Gli anni passano ma la voce di Pino resta forte e tonante come confermano i numerosi scream in cui si lancia e che esegue con la potenza degli anni migliori. In totale il quartetto regala un'ora e mezza di grande hard rock ai confini col metal, per un concerto all'insegna del divertimento e dell'energia ininterrotta

Come in ogni concerto di Pino, i pezzi cantati sono alternati dai suoi coloriti commenti socio-politici che, vista la location del concerto, non risparmiano nemmeno le zanzare e l'umidità. La voce di Pino si interrompe solo per pochi minuti circa a metà del concerto quando il cantante cede la scena ad Angarthal che esegue un brano dal suo album solista.

Tra un pezzo e l'altro Pino ricorda anche il compianto Lemmy Klimster di cui narra anche qualche aneddoto legato al tour italiano dei Motorhead di metà degli anni 80 in cui i Vanadium fecero da gruppo di apertura.

Al termine del concerto, lasciando il fossato del castello resta il ricordo del concerto a chiusura dell'evento che la Bubbles Crew ha organizzato anche quest'anno, portando a Pavia un piccolo estratto della migliore musica che il nostro paese abbia prodotto. Grazie Pino, per la bella serata. Grazie Bubbles Crew, ci vediamo l'anno prossimo.

martedì 18 luglio 2017

Quante foto esistono di Robert Johnson?

Si ringrazia Bruce Conforth per la consulenza fornita nella stesura di questo articolo.

Nonostante la sua carriera sia stata molto breve e nonostante sia uno dei primi ad essersi iscritto al fantomatico Club 27 (quello riservato ai musicisti morti a 27 anni), Robert Johnson è uno dei musicisti più influenti dell'ultimo secolo. Molti dei suoi brani, come Sweet Home Chicago o I Believe I'll Dust my Broom, sono entrati a pieno titolo nei più importanti standard blues di ogni tempo e vantano innumerevoli cover, e possiamo dire senza dubbio che la musica odierna di qualunque genere non sarebbe la stessa senza il suo preziosissimo contributo.

Purtroppo le informazioni sulla sua vita sono molto lacunose e spesso aneddotiche, come il presunto patto con il diavolo che il chitarrista avrebbe stretto per poter raggiungere la qualità musicale ineguagliata ai suoi tempi.

Uno dei principali problemi nel ricostruire la vita di questo leggendario musicista riguarda quante sue foto esistano al mondo. Due di esse sono ben note e su queste non ci sono dubbi: la prima di lo mostra in una cabina fotografica, mentre la seconda è stata scattata in studio seduto su uno sgabello e con le gambe incrociate.


Queste due foto sono emerse solo nel 1973 grazie al lavoro dello storico Steven C. LaVere che le reperì dalla sorellastra di Johnson, Carrie Spencer (altrove chiamata Carrie Thompson). La donna, che conservava la foto in una Bibbia, aggiunse che il vestito che Johnson indossa nella foto appartiene al nipote Louis, cioè al figlio della Spencer.

Nel 2008 la rivista Vanity Fair pubblicò una probabile terza foto di Johnson che lo ritrarrebbe insieme al musicista Johnny Shines. La foto era stata acquistata tre anni prima su Ebay dal collezionista Steven "Zeke" Schein il quale pensò di riconoscere Johnson nell'uomo a sinistra per via delle lunghe dita della mano e per il fatto che questi avesse un occhio meno aperto dell'altro, difetto riscontrabile anche nelle foto note di Johnson dovuto a una malattia infantile.

La foto fu dichiarata autentica dalla disegnatrice di identikit (forensic artist, in inglese, termine che non ha una traduzione precisa in italiano) Lois Gibson, purtroppo il rapporto completo della Gibson non è mai stato pubblicato ed è solo nelle mani della Robert Johnson Estate e del suo avvocato John Kitchens e gli unici dati disponibili sono quelli pubblicati da un altro articolo di Vanity Fair.

La redazione di questo blog ha contattato sia John Kitchens sia Lois Gibson per chiedere il testo integrale del rapporto, ma senza ottenere alcuna risposta.

Alcuni eminenti storici, tra cui Bruce Conforth ed Elijah Wald, non concordano con la Gibson e pubblicarono nel 2015 un lungo articolo in cui confutano il risultato della Gibson sulla base delle misure facciali e di considerazioni relative all'abbigliamento dell'uomo, che farebbe pensare a una foto successiva alla morte di Johnson, e del fatto che la chitarra che tiene in mano non è vera, ma un arredo scenico. Inoltre, come spiega il primo articolo di Vanity Fair linkato in precedenza, la foto è stata sottoposta a due persone che hanno conosciuto Johnson in vita, i bluesman Robert Lockwood e David Edwards, che hanno confermato di non riconoscere nello scatto il leggendario chitarrista.

Nonostante la dettagliata smentita del team di Conforth, la Robert Johnson Estate ha risposto ufficialmente rifiutando le conclusioni di Conforth e continuando a sostenere quelle della Gibson.

Più recentemente, nel giugno di quest'anno, il ricercatore inglese Mark Bampton ha pubblicato un nuovo rapporto di 54 pagine in cui si unisce a Conforth nello smontare l'ipotesi della Gibson. Bampton non si basa solo sulle misure facciali ma anche su quelle delle mani e ipotizza anche che la foto sia un fotomontaggio di due immagini di due persone scattate in momenti e luoghi diversi.

Nel dicembre del 2015 emerse una nuova presunta foto di Robert Johnson, questa volta l'immagine ritrae l'uomo insieme a quelli che dovrebbero essere Calletta Craft, la moglie di Johnson, Estella Coleman, madre di Robert Lockwood, e lo stesso Lockwood. Anche questa nuova foto fu dichiarata autentica da Lois Gibson, tuttavia il riconoscimento facciale è reso particolarmente difficile dal fatto che l'uomo ha la parte inferiore del viso coperta dalla mano e dal bicchiere. Questa volta il lavoro della Gibson è disponibile come allegato a questo articolo di Inweekly.


Anche nel caso di questa nuova foto Bruce Conforth, con l'aiuto dello storico Frank Matheis, scrisse un articolo per confutare la conclusioni della Gibson. I due fanno notare che l'abbigliamento delle persone, gli occhiali che indossano, le acconciature delle due donne e il tavolo a cui sono seduti sembrano molto successivi alla morte di Johnson e risalgono probabilmente agli anni 50. Ad esso va aggiunto che la donna identificata come la moglie di Johnson non assomiglia per nulla alla vera Craft e che questa è morta nel 1932, quindi nella foto Johnson dovrebbe avere al massimo 21 anni ma l'uomo nella foto sembra più vecchio di tale età. In ultimo, la bottiglia di Coca Cola appoggiata al tavolo non era in commercio fino agli anni 50.

Conforth aggiunge un dettaglio importante anche sull'apparente curriculum impeccabile di Lois Gibson. La scienziata avrebbe autenticato una foto di Jesse James che non viene accettata nemmeno dalla famiglia stessa del bandito.

Ma nonostante queste due smentite, una terza foto di Robert Johnson esiste davvero. Nel suo libro Searching for Robert Johnson il biografo Peter Guralnick narra che lo storico del blues Mack McCormick gli ha mostrato una foto che ritrae Johnson insieme al nipote Louis in divisa da marinaio, con Johnson che abbraccia il nipote appoggiandogli il braccio sulle spalle. La foto non è mai stata resa pubblica e pertanto le poche informazioni che sono emerse, sono giunte dalle parole di Gurnalick

La conclusione più ovvia sembra quindi essere che esistano tre scatti fotografici di Robert Johnson: due pubblicati e uno nelle mani di McCormick che forse in futuro verrà resa pubblica. E' comunque innegabile che l'incertezza riguardo alle sue poche foto contribuisce ad aumentare l'aura di mistero intorno alla figura di questo leggendario musicista, e forse proprio per questo è bene che un po' di mistero rimanga.