martedì 17 ottobre 2017

Black Merda: rock psichedelico da Detroit (prima parte 1969 - 1972)

Il nome del gruppo farà sorridere gli ascoltatori italofoni, ma a dispetto del nome un po' infelice i Black Merda (che è il respelling di black murder e non ha nulla a che vedere con la parola omografa in italiano) sono una delle realtà più interessanti del rock psichedelico dei primi anni 70. La formazione nacque come un terzetto composto da Anthony Hawkins alla chitarra, VC Lamont Veasey al basso e alla voce e Tyrone Hite alla batteria. Prima della pubblicazione del primo album il gruppo divenne un quartetto con l'aggiunta di Charles Hawkins (fratello di Anthony) alla seconda chitarra.

L'attività discografica della band iniziò nel 1969 come musicisti per l'album Mary Don't Take Me On No Bad Trip di Fugi, musicista dallo stile simile che registrava per la stessa etichetta, la Funky Delicacies. Il disco fu inciso nel 1969, ma pubblicato su vinile solo 28 anni dopo e su CD nel 2005.

Il primo ed eponimo album dei Black Merda è stato pubblicato nel 1970 ed è composto da 11 tracce di puro rock psichedelico, fortemente basato sul suono delle chitarre che conferiscono alle basi delle marcate venature funk. Tra i pezzi migliori dell'album troviamo il brano di apertura Prophet e la grintosa Ashamed che richiamano molte le sonorità dei contemporanei Jimi Hendrix Experience, sia nelle musiche sia nel canto di Veasey che si ispira a Hendrix in modo non troppo velato. I Black Merda attingono a piene mani anche dalla tradizione blues della loro città, come dimostrato da pezzi come Think of Me e Over and Over. Tra i pezzi migliori troviamo anche Cynthy-Ruth, caratterizzata da un poderoso coro eseguito da tutta la band sul ritornello, e la ballad soul Reality.

Due anni dopo la band pubblicò il secondo album intitolato Long Burn the Fire, per l'occasione il quartetto cambiò il proprio nome in Mer-Da. Oltre al nome cambia anche la musica, con il suono che si fa più morbido e patinato. Il pezzo di apertura For You, così come la terza traccia My Mistake, sono infatti lenti soul più simili alle produzioni della Motown che al disco di esordio dei Black Merda; la stessa tendenza si riscontra in The Folks From Mother's Mixer che però si assesta su ritmi più alti. Non mancano brani più graffianti, come la title track e I Got a Woman, che comunque non raggiungono quanto a intensità le sonorità psichedeliche del disco precedente.

Long Burn the Fire in realtà dimostrò che il quartetto era in grado di spaziare in vari stili della musica nera con risultati più che buoni, ma la scarsa promozione dell'LP portò a risultati di vendita inferiori alle aspettative e come conseguenza la band si sciolse.

Tuttavia la carriera del gruppo non si arrestò, perché la pubblicazione di due compilation nel primi anni 2000 risvegliò l'interesse verso il rock funk dei Black Merda. La band tornò in studio come terzetto, perché Tyrone Hite morì nel 2004, e registrò due nuovi album tra il 2006 e il 2009.

La seconda parte della discografia dei Black Merda verrà trattata in un prossimo articolo.

mercoledì 11 ottobre 2017

La discografia solista di Amanda Somerville

Amanda Somerville è nota per essere una delle migliori voci del symphonic metal, ma parallelamente a questa sua attività come vocalist di HDK, Avantasia, Exit Eden e molti altri, ha anche una carriera solista in cui mostra un lato di sé completamente diverso, più pop e più melodico.

Il primo album solita di Amanda Somerville è stato pubblicato nel 2000 e si intitola In The Beginning There Was... ed è composto da undici tracce, principalmente ballad e midtempo, spesso malinconiche nel narrare storie d'amore tormentate. In queste registrazioni Amanda mostra un registro vocale da soprano e uno stile di canto leggero, molto diverso da quello che anni dopo l'avrebbe resa una delle regine del metal. In questo album oltre a cantare Amanda suona le tastiere, pertanto i due brani fatti solo di voce e tastiera, Still The Same e I Write For Me, sono frutto solo delle sue mani e della sua voce. Tra gli altri spiccano la traccia d'apertura Puzzling Rapunzel, Blue Nothing, Angel of Mine e I Miss America che regala un momento un po' più allegro mentre la cantante loda il suo paese di origine.

Lo stesso anno del primo album, Amanda ha pubblicato anche il singolo Blue Nothing, che contiene il brano omonimo nella stessa versione presente sull'album e in un inedito remix, oltre alla versione live della ballad How It Had Been (anch'essa tratta dall'album) e al remix di Angel of Mine. Completa il disco l'inedito This And That (Or Might've Beens), un pezzo veloce e allegro che si stacca decisamente per atmosfere dal resto del singolo e dell'album.

Nel 2003 Amanda ha realizzati un EP intitolato Never Alone a scopo benefico, gli introiti sono infatti stati devoluti all'associazione del calciatore polacco Krzysztof Nowak a favore della ricerca sulla sclerosi laterale anamorfica (di cui il calciatore era malato e che lo portò alla morte nel 2005). Il disco contiene una reinterpretazione di Amanda dell'inno You'll Never Walk Alone, spesso usato in ambito calcistico dalla tifoserie, una versione a cappella del canto natalizio Oh, Holy Night e tre inediti quali le ballad Searching e Forces of Love e il pezzo veloce e tendente al funk Are You Ready.

Il secondo, e fino ad ora ultimo, album solista di Amanda è stato pubblicato nel 2008 con il titolo Windows ed è la sua opera solista più famosa. Nelle 12 tracce si trova una varietà di suoni che manca ai suoi lavori precedenti. Nel disco troviamo ballad leggere che continuano sulle atmosfere del primo LP, come Moth, Point of Safe Return, All That I Am e la title track, ma anche brani decisamente rock come My Song For You, Inner Whore e la cover di Out dei Sonata Artica. In questo album Amanda si cimenta anche in qualche pezzo jazz come Clean e Sometimes, la cui melodia è retta dal piano suonato anche in questo caso dalla stessa vocalist. Nel brano intitolato Carnival, troviamo anche un esperimento di latin jazz, a riprova dell'elettricità di Amanda come musicista e cantante.

Oltre a questi quattro dischi, la pagina di Broadjam di Amanda Somerville propone altri quattro pezzi. La ballad Foreigner, realizzata dalla sola cantante con piano e voce, il brano uptempo Phenomenal, inciso per l'apertura del museo della scienza del Phaeno di Wolfsburg, e la scherzosa Bring Home the Bacon, scritta per una campagna pubblicitaria, nelle versioni dixie e afro.

Purtroppo questi quattro dischi e le altre poche tracce vengono spesso ignorati perché la notorietà di Amanda Somerville è legata alla sue innumerevoli apparizioni nel mondo metal, sia nelle collaborazioni sia come artista principale. Conoscere la sua discografia solista offre comunque della buona musica e un lato meno noto, ma per lei sicuramente non meno importante, del profilo professionale di questa straordinaria musicista.

mercoledì 4 ottobre 2017

Giacomo Voli - Prigionieri Liberi

Giacomo Voli non è più solo un cantante uscito da un talent show ma è ad oggi una delle più importante realtà del rock italiano, a tre anni dalla sua esperienza a The Voice il cantante di Correggio è infatti oggi la voce maschile dei TeodasiA, con cui ha inciso nel 2016 l'album Metamorphosis, e il frontaman dei Rhapsody of Fire, la formazione metal più gloriosa del nostro paese in cui ha sostituito egregiamente il leggendario Fabio Lione, con cui ha realizzato un album di nuove versioni di pezzi editi intitolato Legendary Years.

Nonostante gli impegni con le due band, Giacomo non trascura la propria carriera solista che lo vede produrre dell'ottimo rock in italiano e a due anni e mezzo dall'EP di esordio Ancora nell'Ombra ha appena pubblicato il suo primo LP intitolato Prigionieri Liberi. Il disco è composto da otto tracce di puro rock, spesso ai confini con l'hard rock e ricche di venature prog. I pezzi sono stati scritti, nelle musiche e nei testi, dallo stesso Voli e da Daniela Ridolfi che è anche produttrice del disco e hanno come caratteristica principale quella di mettere in luce l'incredibile estensione vocale del cantante e di mostrarne le notevoli capacità.

L'album si apre con l'aggressiva Esasperante, che con un testo graffiante su una base ricca di distorsioni narra del rapporto contrastato con la donna amata la cui gelosia è soffocante. La seconda traccia dal titolo Segni di Tregua prosegue su atmosfere simili, con un'altra base sostenuta ed energica a creare un brano che descrive la strana prossimità dell'amore e del dolore.

Tra i brani energici troviamo anche Templi Moderni, una critica sferzante alla spettacolarizzazione del vuoto nei media e ai talent show (e non solo quelli canori), e la title track in cui compare come ospite Giulia Dagani, il pezzo narra del senso di oppressione di chi è costretto a vivere situazioni di facciata che costringono a indossare maschere in pubblico e a negare la propria vera identità. Il pezzo è impreziosito dai duetti dei due cantanti che si integrano perfettamente con Giacomo che fa le voci alte e Giulia quelle basse.

Il disco lascia molto spazio anche a momenti più melodici e intimistici. Troviamo infatti una sorta di preghiera salmodica in Non Ci Pensi Mai e due ballad quali L'Ultimo Frame e Il Libro dell'Assenza, quest'ultima è in particolare uno dei pezzi migliori dell'album grazie all'atipico fischio che introduce le strofe e al testo toccante che descrive il desiderio di rivedere la donna amata dopo un periodo troppo lungo di allontanamento; la melodia del pezzo ne fa l'unica vera power ballad mai incisa in italiano.

Completa il disco la cover di Ti Sento dei Matia Bazar, che Voli aveva già interpretato nei suoi live con la GV Band, che trasforma un brano pop in uno hard rock sostenuto dal suono potente delle chitarre, mantenendone la melodia originale.

Questo primo album conferma che Giacomo Voli è una delle realtà più interessanti del panorama rock nostrano. Ciò che colpisce di questo straordinario vocalist è l'incredibile versatilità, che gli consente di passare dal power metal alle cover della tradizione italiana traendo il meglio della propria incredibile voce in ogni occasione

Musicisti come Giacomo Voli sono tesori preziosi per la nostra nazione che grazie a un numero veramente ristretto do personalità di questo calibro può continuare a produrre ottima musica, proprio come Prigionieri Liberi.

Non resta che godersi l'ascolto di questo album, in attesa del prossimo disco di inediti dei Rhapsody of Fire.

venerdì 29 settembre 2017

Ringo Starr - Give More Love

Il giorno del suo settantasettesimo compleanno, caduto il 7 luglio del 2017, Ringo Starr ha anunnciato l'imminente uscita del nuovo album, l'attesa è stata breve e Give More Love è arrivato nei negozi a metà di settembre.

Il disco è composto di 14 pezzi in cui Ringo suona la batteria oltre a cantare, i brani spaziano musicalmente stra stili abbastanza diversi e tra nuove incisioni ed autocover. L'album si apre con la trascinante We're on the Road Again, sostenuta da un bel giro di chitarra e che vede la presenza di Paul McCartney al basso; la collaborazione tra i due ex Beatles si ripropone in Show Me The Way, prima ballad del disco caratterizzata da un bellissimo coro in sottofondo nelle strofe. Tra i brani veloci troviamo anche la pungente Laughable che esprime un ironico commento sulla situazione mondiale in rapido mutamento, Speed of Sound e Shake It Up, divertente rock and roll in stile anni 50.

Come nella migliore tradizione del Beatles e delle loro carriere soliste, anche questo disco è ricco di contaminazioni di generi diversi. Troviamo ad esempio un assaggio di reggae in King of the Kingdom e due brani che tendono verso il country intitolati So Wrong for So Long e Standing Still, due leggeri midtempo retti dalle chitarre acustiche. Ringo non si fa mancare neanche un po' di blues, grazie ai riff di chitarra di Electricity.

L'ultimo dei pezzi nuovi è la title track ricca di melodia e impreziosita da cori su ponte e ritornello.

Le ultime quattro tracce sono altrettante versioni nuove di pezzi già editi. Troviamo infatti le reincisioni di Photograph, Back Off Boogaloo, You Can't Fight Lightning provenienti dagli album solisti di Ringo e Don't Pass Me By che era cantata dal batterista anche nel White Album dei Beatles.

Se c'è una cosa che questo album dimostra è che nonostante l'età avanzata, Ringo Starr è ancora in pienissima forma e la sua voglia di creare buona musica, spaziando sempre tra vari territori sonori, non è minimamente calata. Give More Love è uno dei dischi più interessanti di questo 2017, a riprova del fatto che il quartetto di Liverpool era composto da quattro geni della musica, ognuno in grado di fare una carriera solista dello stesso altissimo livello di quella della band.

sabato 23 settembre 2017

Motörhead - Under Cöver

Questo articolo è stato scritto dal nostro guest blogger Tino che ringraziamo per il contributo.

40 anni di carriera e 23 dischi in studio non sono abbastanza e dopo circa due anni dalla scomparsa del leggendario Lemmy Klimster e dal loro conseguente scioglimento, i Motörhead pubblicano una raccolta dal titolo Under Cöver che contiene 10 reinterpretazioni di brani registrati tra il 1992 e il 2015 già inclusi in altre raccolte e un inedito. La raccolta abbraccia generi musicali diversi, ma il tutto è in perfetto stile Motörhead: grezzo e veloce, ruggente e violento.

Il punk non è mai stato la mia passione ma la reinterpretazione di God Save the Queen dei Sex Pistols fatta nel 2000 per il disco We Are Motörhead è davvero ben riuscita; entusiasma meno Rockaway Beach dei Ramones, incisa nel 2002 ma mai pubblicata.

Andando invece su sonorità più familiari, il brano di apertura Breaking The Law dei Judas Priest è spettacolare, fu inciso nel 2008 per la raccolta Hell Bent Forever: A Tribute To Judas Priest ma non è presente nella discografia ufficiale. Bellissima ma da non considerarsi esattamente una cover Hellraiser, scritta da Ozzy Osbourne, Lemmy Klimster e Zack Wylde. Lemmy e soci sono riusciti a rendere più devastante anche Wiplash, direttamente dall'album di esordio dei Metallica, pubblicata nel 2005 che valse a Lemmy e soci l'unico Grammy della loro carriera.

Con la collaborazione di Biff Byford dei Saxon e direttamente dal repertorio dei Rainbow anche un riarrangiamento di Starstruck, pubblicata nel 2014 nella raccolta Ronnie James Dio This Is Your Life, dedicata al compianto ex frontman proprio dei Rainbow.

Non particolarmenti degni di nota Cat Scratch Fever di Ted Nugent e di Sympathy for the Devil dei Rolling Stones, mentre secondo me, sempre dei Rolling Stones, Jumpin' Jack Flash è un pezzaccio da sparare nell'autoradio a tutto volume! Buon lavoro anche per Shoot'em Down dei Twisted Sisters.

Ho lasciato intenzionalmente in fondo la reinterpretazione di Heroes di David Bowie, pezzo che da solo vale tutto il disco. Il pezzo è epico già nella versione originale, ma Lemmy l'ha reso ancora più bello; registrato nel 2015 durante la produzione dell'ultimo disco dei Motörhead Bad Magic è rimasto inedito fino ad agosto del 2017 ed è l'ultima registrazione del frontman della band prima di lasciarci 4 mesi più tardi. Singolo e videoclip per questa raccolta è già stato scelto come inno ufficiale per il festival metal Wacken Open Air del 2018.

Anche se a prima vista il disco può sembrare un'operazione nostalgica ma sopratutto commerciale è davvero ben fatto e ne consiglio a tutti gli amanti di musica rock, non solo a i fan dei Motörhead, l'ascolto. Lemmy non c'è più, ma il mito continua...

They are Motörhead ... and they play rock 'n roll!

mercoledì 20 settembre 2017

Magni Animi Viri - Heroes Temporis

Il 2007 ha visto la nascita della prima rock-opera interamente in italiano, il progetto musicale guidato dal maestri Giancarlo Trotta e Luca Contegiacomo porta il nome di Magni Animi Viri e il loro album si intitola Heroes Temporis.

Il disco si basa su basi musicali suonate dalla band composta da chitarre, bassi e batteria a cui si unisce la Bulgarian Symphony Orchestra diretta dal maestro Giacomo Simonelli. Il suono prodotto da questa larga schiera di oltre cento musicisti unisce le sinfonie della musica classica al suono più moderno del power metal, a questo tessuto musicale si sommano le splendide voci del tenore operistico Francesco Napoletano e della cantante pop-rock Ivana Giugliano, invertendo quindi il paradigma del metal sinfonico che spesso vede voci liriche femminili accanto a voci maschili dallo stile moderno.

L'album narra del viaggio nella vita del protagonista della storia, interpretato da Napoletano, che ripensa alle diverse fasi della propria esistenza e in questo percorso incontra varie figure quali quella di un genitore e ovviamente quella della donna amata con cui ha un rapporto contrastato. Alla fine del proprio viaggio il protagonista scoprirà di aver vissuto un sogno.

Dal punto di vista musicale il risultato è semplicemente meraviglioso e l'unione di due mondi musicali così diversi è incredibilmente armoniosa. La vera forza di questo disco è la voce di Napoletano che dà sfoggio della propria potenza ed estensione per tutta la durata dell'album. I due vocalist si alternano, si amalgamano e spesso duettano, con Napoletano che fa le voci più alte e la Giugliano che interpreta quelle più basse, come nel pezzo centrale dell'opera Vorrei e nella leggera Sai Cos'è, unico pezzo del disco a essere suonato con chitarre acustiche. Bellissimo è anche il controcanto della Giugliano sul ritornello finale di Come Un Falco cantato da Napoletano.

Alcuni brani sono eseguiti dalla sola Giuglano che sfodera una voce graffiante e versatile in pezzi che risultano più tradizionalmente pop-rock che power metal operistico. Tra questi troviamo la ballad Finché, la rockeggiante Pensieri e l'onirico midtempo Immenso.

I brani migliori del disco sono quelli in cui Napoletano mostra al meglio le doti della sua magnifica voce, tra essi troviamo i due pezzi di apertura Heroes... e ...temporis, le già citate Vorrei e Come Un Falco e la poderosa Mai Più.

Il disco è impreziosito dalla presenza di sostenuti cori in molti dei pezzi che spesso regalano una bellissima alternanza tra la sezione femminile e quella maschile. Alcune parti sono invece solo lette per aggiungere segmenti narrati alla vicenda, la voce del lettore è prestata da Matteo Salsano.

Nove anni dopo la pubblicazione iniziale, Trotta e Contegiacomo sono tornati in studio per realizzare la world edition di Heroes Temporis cantata in inglese da due vocalist d'eccezione: Russel Allen (cantante tra gli altri dei Symphony X e degli Adrenaline Mob) alla voce maschile e Amanda Somerville (Trillium, Avantasia, Exit Eden e molti altri) alla voce femminile. La parte del narratore è invece interpretata da Clive Riche. La tracklist è leggermente più corta perché mancano alcuni brevi inserti musicali, ma le parti cantante restano immutate, e i titoli dei brani sono tradotti in inglese.

Le melodie sono le medesime del disco in italiano e Russel Allen sfodera una prova magistrale mostrando una versatilità inaspettata nel tentativo di eseguire un canto operistico che sarebbe al di fuori del suo repertorio tradizionale, il risultato è decisamente buono ma per quanto vada lodata la prova di Allen gli manca ancora quel qualcosa in più per raggiungere le vette di Napoletano che rimangono ancora lontane. Amanda Somerville è invece semplicemente inarrivabile, del resto Amanda è una delle migliori cantanti al mondo e ben poche possono avvicinarsi al suo stile; il suo canto è limpido, dolce e deciso e, senza nulla togliere alla pur bravissima Giugliano, regala un'altra performance stellare.

Questo album, in entrambe le sue versioni, è un capolavoro di assoluto valore e di grande effetto. Una volta ascoltata per intero la versione originale viene subito voglia di inserire nel lettore la versione in inglese per poi rimettere quella in italiano e ricominciare l'ascolto dall'inizio. Le melodie di questo album e la voce di Napoletano entrano in testa come un martello pneumatico e non ne escono più e subito dopo il primo ascolto ci si ritrova già a canticchiare Siamo gocce di un oceano, specchio delle luci su di noi.

Ma nonostante questo sia un disco che convince sotto ogni aspetto, ascoltando la world edition resta un grande dubbio e un invito che vogliamo rivolgere Giancarlo Trotta e Luca Contegiacomo: quanto sarebbe bella una terza versione di Heroes Temporis cantata da Francesco Napoletano e Amanda Somerville ognuno nella propria lingua?

Speriamo che i due maestri raccolgano il nostro invito e che questo non resti solo un sogno, così da poterci un giorno togliere la curiosità.

lunedì 18 settembre 2017

Visions of Atlantis - Old Routes - New Waters

Nel 2013 gli austriaci Visions of Atlantis, dopo l'uscita dell'album Ethera, hanno rivoluzionato la propria formazione tenendo il solo batterista Thomas Caser, unico membro rimasto per tutta la carriera del gruppo, a cui si sono aggiunti cinque elementi nuovi. Per i tre musicisti si è trattato di un ritorno, infatti il chitarrista Werner Fiedler, il tastierista Chris Kamper e il bassista Michael Koren avevano già militato nei Visions of Atlantis in passato; mentre i due cantanti, la francese Clémentine Delauney e Siegfried Samer, sono invece membri nuovi.

Il primo EP registrato dal gruppo con la nuova formazione e pubblicato nel 2016 porta l'eloquente titolo di Old Routes - New Waters e in copertina mostra un vascello in mare aperto che batte bandiera austriaca e francese (perché ormai il gruppo non è più solo austriaco).

La band ha scelto per la prima prova in studio di realizzare un EP di cinque brani già editi in passato e qui interpretati dalla band rinnovata. I pezzi scelti sono Lovebearing Storm dall'album Eternal Endless Infinity, Seven Seas dall'album Trinity e Lost, Last Shut Of Your Eyes e Winternight (di cui è stato anche realizzato un video) da Cast Away.

Le melodie restano immutate rispetto alle incisioni originali, ciò che invece cambia notevolmente sono le voci dei due interpreti. In particolare il migliore acquisto di questa band è sicuramente la superlativa Clémentine che con la sua voce limpida da soprano, di registro più alto rispetto a tutte le altre cantanti che l'hanno preceduta nella band, si dimostra superiore alle pur bravissime vocalist precedenti. In particolare Clémentine riesce a tenere lo stile di canto lirico praticamente ovunque, anche a velocità che sarebbero proibitive per gran parte delle sue colleghe. La supremazia vocale di Siegfried Samer rispetto ai due cantanti che l'hanno preceduto non è altrettanto marcata, ma il nuovo vocalist si dimostra almeno allo stesso livello degli altri, riuscendo così a non far rimpiangere le formazioni passate.

Ovviamente questo EP è solo un riempitivo nella discografia dei Visions of Atlantis che aveva come scopo quello di interrompere un silenzio che durava dal 2013. Ma da questo piccolo esperimento possiamo constatare come le premesse per il futuro siano ottime. Sebbene Old Routes - New Waters non sarà una pietra miliare della discografia del gruppo, lascia almeno la speranza che il prossimo album sarà invece l'ennesimo ottimo lavoro.

domenica 10 settembre 2017

All Eyez On Me: il biopic sulla vita di Tupac

Viene proiettato in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane il biopic All Eyez On Me sulla vita del rapper Tupac Shakur. Il film racconta la vita del protagonista dalla nascita a New York nel 1971 fino alla morte nel 1996 a Las Vegas. La prima parte del film è narrata in flash-back con Tupac che racconta la propria vita a un giornalista mentre è detenuto al Clinton Correctional Facility, la narrazione poi riprende con l'uscita del rapper dal penitenziario fino alla sua morte per mano di un misterioso assassino.

Sebbene il film sia molto efficace nel raccontare le difficoltà incontrate da Tupac e la durezza della vita nel ghetto, nella seconda metà del film (dalla firma con la Death Row fino alla morte) il racconto è piuttosto confuso e può essere compreso appieno solo da chi già conosce la storia. Ad esempio, non viene approfondito abbastanza chi siano Frank Alexander, Dr. Dre o Puff Daddy, tre persone che ebbero un ruolo fondamentale nell'ultimo anno della vita di Tupac. Inoltre nella scena finale, che mostra la sparatoria tra le via di Las Vegas, vengono omessi particolari importanti. Non viene ad esempio spiegato perché Suge dopo l'aggressione decise di fare inversione e fuggire dalla zona della sparatoria, lo scopo in realtà era quello di portare Tupac all'ospedale prima possibile, ma dal film sembra che Suge scappi da qualcosa o qualcuno. Non viene spiegato che anche Suge rimase colpito da una delle pallottole, né che la BMW aveva tre gomme bucate quando si fermò, facendo sembrare che Suge abbia interrotto la sua corsa senza un motivo.

La versione italiana del film soffre di qualche errore di adattamento. Il primo produttore di Tupac gli chiede se abbia finito di registrare il secondo verso, incappando in un false friend piuttosto noto: verse in inglese significa strofa e non verso. L'errore più grave comunque riguarda la pronuncia del nome di Suge, qui pronunciato Siug con la G dolce, e non Sciug con la G dura come abbreviazione di Sugar Bear.

La scelta degli attori è complessivamente buona, Demetrius Shipp Jr nel ruolo di Tupac e Dominic Santana in quello di Suge assomigliano molto ai personaggi reali; lo stesso non si può dire di Jarrett Ellis nel ruolo di Snoop Dogg o di Harold House in quello di Dr. Dre.

Suscita qualche perplessità il fatto che nel film durante un concerto alla House of Blues di New York Tupac canti Hail Mary che nella realtà uscì solo dopo la sua morte. Di quel live esistono sia l'album sia il DVD e ovviamente il pezzo non era il scaletta, ovviamente è anche impossibile che il pubblico conoscesse il brano e potesse cantare i ritornelli con Tupac.

All Eyez On Me riesce comunque nell'intento di far conoscere aspetti meno noti della vita dal rapper, come il suo rapporto con la madre la cui vita sregolata è causa di grandi problemi per i suoi figli, ma che è al contenpo amata da Tupac che le dedica Dear Mama nel disco Me Against The World, o la sua profonda amicizia con Jada Pinkett, futura moglie di Will Smith. Tuttavia la fine della sua carriera e la registrazione degli album All Eyez On Me e The Don Killuminati: The Seven Days Theory (che nel film viene chiamato semplicemente Makaveli, che non è il titolo del disco ma lo pseudonimo adottato da Tupac per lo stesso) sono narrati con troppa superficialità e verranno apprezzati sono da chi conosce già la vicenda e la vorrà vedere rappresentata sul grande schermo.

martedì 5 settembre 2017

Muddy Waters - The London Muddy Waters Sessions

Nei primi anni 70 molti artisti afroamericani si spostarono a Londra per registrare delle sessioni musicali che unissero il suono originario del blues d'oltreoceano con il rock e il blues "bianco" che il Regno Unito aveva iniziato a produrre. Uno di questi fu il leggendario bluesman Muddy Waters che nel 1971 realizzò l'album intitolato The London Muddy Waters Sessions presso gli storici IBC Studios di Portland Place.

L'album vede la presenza di alcuni musicisti britannici di rilievo, tra cui il chitarrista irlandese (ma che lavorava a Londra) Rory Gallagher, Steve Winwood, Ric Grech (bassista dei Blind Faith) e Mitch Mitchell (batterista di Jimi Hendrix). Oltre a questi la formazione è completata da alcuni musicisti della band che seguiva Muddy Waters abitualmente, quali il chitarrista Sammy Lawhorn e l'armonicista Carey Bell.

Il disco è composto di nove pezzi, di cui due inediti di Muddy Waters e sette cover di cui quattro di Willie Dixon, una di Lafayette Leake, una di Casey Bill Weldon e lo standard Key To The Highway, che nel libretto del disco viene accreditato a McKinely Morganfield (vero nome di Muddy Waters) ma di cui i veri autori sono probabilmente Charlie Segar e Big Bill Broonzy.

Il risultato di questa collaborazione è un buon mix tra rock e blues. Il ritmo di alcuni dei brani, come I'm Ready o I Don't Know Why (entrambe cover di Willie Dixon), è notevolmente più veloce di quello degli altri album del bluesman che qui dimostra di sapersi muovere alla grande anche a queste velocità più incalzanti. Oltre alla voce di Muddy Waters il punto di forza di questo album è composto dall'ottimo connubio della chitarra di Gallagher e dell'armonica di Bell. Va sottolineato che la tastiera di Winwood lascia un'impronta piuttosto leggera, ma nel complesso il disco ha un suono armonico di grande effetto e quindi non si può recriminare nulla ai musicisti.

Nella sua avventura nel vecchio continente Muddy Waters ha confermato ciò che già si sapeva sul suo conto: cioè che non gli è mai mancato il coraggio di tentare strade nuove. Ma se alcuni dei tentativi precedenti (come una breve deriva nella musica soul e una nella psichedelia con gli album Brass and the Blues ed Electric Mud) hanno convinto solo a metà, questa volta il tentativo è riuscito alla grande e ha creato con The London Muddy Waters Sessions uno degli album più divertenti del musicista del Mississippi.

martedì 29 agosto 2017

George Thorogood - Party Of One

A 67 anni e a quattro decadi dall'esordio, George Thorogood ha realizzato il suo primo album solista, senza i Destroyers che lo accompagnano dal 1977. Chi si aspetta un album nello stille dei Destroyers suonato da musicisti diversi rimarrà piacevolmente sorpreso: il disco è infatti completamente diverso dalle aspettative, con la strumentazione ridotta all'osso e il solo Thorogood che suona. I pezzi sono tutti realizzati con voce e chitarra e solo in uno è presente anche l'armonica, anch'essa suonata da Thorogood.

Come nella sua migliore tradizione il blues rocker del Delaware decide di realizzare un disco di cover attingendo da repertorio di alcuni mostri sacri del blues, del country e del rock and roll come Robert Johnson, John Lee Hooker, Willie Dixon, Johnny Cash, Rolling Stones e molti altri.

Grazie alla strumentazione essenziale Throgood rimane fedele ai modelli originali e registra un album che omaggia le origini degli stili musicali che lo hanno reso celebre e che lui ha contribuito a diffondere. Uno dei pregi di questo album è infatti proprio quello che i pezzi sembrano vecchi anche all'ascolto; questo non suona come un album di cover realizzato nel 2017, ma un disco preso di peso dai primi decenni del secolo scorso e teletrasportato ai giorni nostri.

Nonostante lo stile minimalista, Thorogood riesce a esprimersi in stili canori e musicali molto diversi. Si passa da pezzi più aggressivi come I'm a Steady Rollin' Man di Robert Johnson e Boogie Chillen di John Lee Hooker a brani più melodici come Soft Spot di Gary Nicholson e Allen Shamblin e No Expectations dei Rolling Stones fino a pezzi tipicamente country come Bad News di Johnny Cash e Pictures From Life's Other Side di Hank Williams. Tra i pezzi degni di nota troviamo anche The Sky is Crying di Elmore James che Thorogood aveva già inciso con la band nell'album Move It Over del 1978.

In chiusura dell'album troviamo una registrazione live di One Bourbon, One Scotch, One Beer di John Lee Hooker registrata da Thorogood con i Destroyers nel 1999 e (solo nella versione in CD) Dynaflow Blues di Robert Johnson che pure aveva inciso con il gruppo nell'album The Hard Stuff del 2006.

Con Party Of One George Thorogood si conferma uno degli artisti più meritevoli della nostra epoca, capace di realizzare un disco di cover e di omaggi al passato armato solo di chitarra e armonica.Oltre che un grandissimo musicista dimostra per l'ennesima volta di essere un grande conoscitore della storia della musica moderna e della sua evoluzione, dal blues del delta del Mississippi fino al rock contemporaneo. In ogni disco di George Thorogood possiamo trovare il perfetto connubio tra la musica e la sua storia ed è un vero peccato che nel nostro paese Thorogood sia conosciuto solo per Bad To The Bone; resta almeno la speranza che Party Of One allarghi il pubblico degli ascoltatori di questo straordinario musicista e che partendo da qui venga riscoperta anche la lunga discografia dei Destroyers.

mercoledì 23 agosto 2017

Cinema e musica: Morte a 33 Giri

Negli anni 80 il cinema horror e la musica heavy metal vissero un periodo di particolare splendore. Nel 1986 il regista e attore Charles Martin Smith decise di unire questi due filoni realizzando il film Morte a 33 Giri (Trick or Treat in originale) in cui horror e metal si uniscono per una pellicola divertente e ricca di musica hard & heavy.

Il film narra la storia di un ragazzo appassionato di metal, Eddie Weinbauer interpretato da Marc Price (noto anche per aver ricoperto il ruolo di Skippy nella serie televisiva Casa Keaton) che riceve in dono dall'amico Nuke, DJ di una radio locale interpretato da Gene Simmons, il nuovo album inedito su disco acetato del suo cantante preferito, Sammi Curr, recentemente scomparso.

Il disco porta l'eloquente titolo Songs in the Key of Death ed Eddie scopre che facendolo girare al contrario può dialogare con il cantante deceduto. Curr dall'oltretomba lo aiuta a vendicarsi degli scherzi che subisce da alcuni bulli della scuola. Sulle prima Eddie si gode le proprie rivincite, ma quando il gioco di Sammi diventerà troppo pesante, il giovane dovrà ribellarsi al suo idolo.

Il film è ovviamente ricco di musica hard & heavy e di rimandi ai gruppi musicali di quel periodo. Nella stanza di Eddie si trovano infatti poster, foto e dischi di band come gli Anthrax, i Raven, i Judas Priest, i Megadeth e molti altri. Inoltre, oltre a Gene Simmons, anche Ozzy Osbourne compare in alcune scene nei panni di un predicatore televisivo che condanna i testi violenti dell'heavy metal.

Il film, come è ovvio, gioca molto sui presunti legami tra occultismo e musica metal e sui messaggi subliminali che secondo una popolare leggenda metropolitana si potrebbero ascoltare facendo girare i vinili al contrario. Del resto molte band di quel periodo scherzarono sugli stessi argomenti usando un look cimiteriale fatto di teschi, abiti neri e immagini tratte dall'immaginario horror.

La colonna sonora del film è affidata interamente ai britannici Fastway che cantano i pezzi di Sammi Curr. L'album è la perfetta controparte musicale del film, improntata su un rock rapido, energico, divertente e di facile presa. Il disco è composto di nove pezzi di cui sette veloci e due lenti intitolati Heft e If You Could See a chiudere il disco. Tra le nove tracce spicca sicuramente il brano di apertura Trick or Treat che nel film viene eseguito da Sammi Curr nella sua esibizione dal vivo nella notte di Halloween di ritorno dall'oltretomba. Degno di nota è anche After Midnight, ascoltabile nel film durante i titoli di coda.

L'album è contraddistinto anche da una piccola nota umoristica: il libretto che accompagna il disco reca infatti  la scritta This album is dedicated to the memory of Sammi Curr, ma il cantante ovviamente non é mai esistito.

Morte a 33 Giri è un ottimo prodotto di un decennio dorato ricco di divertimento e spensieratezza i cui fasti non sono mai stati ripetuti, il film sicuramente non scontenterà né gli amanti dell'horror né quelli del buon hard rock di quel periodo. Guardandolo oggi resta forse un po' di nostalgia nel constatare come il talento di allora sembra essere perso in entrambe le correnti.

lunedì 7 agosto 2017

Exit Eden - Rhapsodies in Black

Quattro tra le più grandi regine del symphonic metal hanno unito le proprie forze per creare un supergruppo chiamato Exit Eden che il 4 agosto scorso ha pubblicato il proprio primo album intitolato Rhapsodies in Black che contiene undici cover di altrettanti pezzi rivisti con il loro stile. Il quartetto è composto dall'americana Amanda Somerville, dalla francese Clémentine Delauney, dalla brasiliana Marina La Torraca e dalla tedesca Anna Brunner. Le quattro ragazze hanno scelto cinque classici della musica pop rock degli ultimi decenni, quali Question of Time dei Depeche Mode, Frozen di Madonna, Heaven di Bryan Adams, Total Eclipse of the Heart di Bonnie Tyler e Fade to Grey dei Visage, a cui si aggiungono sei pezzi pop più recenti come Unfaithful di Rihanna, Incomplete dei Backstreet Boys, Impossibile di Shontelle, Firework di Katy Perry, Skyfall di Adele e Paparazzi di Lady Gaga.

La loro interpretazione degli undici pezzi lascia pressoché invariate le melodie originali, ma trasforma i pezzi nello stile del symphonic metal, con ricche basi musicali dalle sonorità dure a cui si sommano le quattro voci ognuna con il proprio stile distintivo e riconoscibile: dal canto limpido da soprano di Clémentine, a quello aspro di Anna fino ai due potenti contralti Marina e Amanda, con quest'ultima che soverchia le altre quanto a potenza quando cantano insieme, come si può sentire ad esempio nei ritornelli di Unfaithful e Impossibile.

Il risultato è un album di grande effetto improntato soprattutto a valorizzare le quattro voci e riuscendo perfettamente nel compito. Tra i pezzi spiccano sicuramente Frozen e Skyfall che vedono la presenza come ospite di una quinta regina, Simone Simons degli Epica, che aggiunge un tocco lirico al canto. Di notevole valore anche Total Eclipse of the Heart, il cui intro è cantanto dal secondo ospite, lo svedese Rick Altzi, e Heaven la cui prima strofa cantata dal Clémentine è semplicemente celestiale. La stessa Clémentine canta le due strofe in francese di Fade to Gray con una pronuncia ovviamente perfetta che nessuna delle altre avrebbe potuto regalare. In Frozen è da notare anche il vocalizzo che introduce il ritornello che qui è eseguito a più voci dalle quattro vocalist insieme.


In realtà è difficile individuare nel disco tracce migliori di altre perché sono tutte ottime, così come è difficile scegliere quali siano le voci migliori: se proprio fossimo costretti sceglieremmo a pari merito Clémentine per la pulizia dell'esecuzione e Amanda per la potenza.

Nel complesso le quattro realizzando un disco che offre un symphonic metal morbido e divertente che non conosce un attimo di noia, l'unica è pecca è forse proprio la durata perché ascoltando questo album resta la convinzione che le quattro ragazze sarebbero sicuramente state in grado di realizzare un disco molto più lungo di questo senza scadere mai nella qualità. Resta la speranza che questo supergruppo decida di tornare in studio a registrare un nuovo album perché il loro primo esperimento è riuscito alla grande.

martedì 1 agosto 2017

Alice Cooper - Paranormal

Sei anni dopo l'ultimo album Welcome 2 My Nightmare (da non confondere con il quasi omofono Welcome To My Nightmare del 1975) torna Alice Cooper con un nuovo lavoro registrato in studio, il nuovo disco si intitola Paranormal ed è un doppio album che contiene dieci nuove tracce (che vedono la presenza di Larry Mullen jr degli U2 alla batteria) sul primo disco, più altre due registrate con la band originale (per la prima volta dal 1973) e sei registrazioni live di pezzi storici del rocker di Detroit sul secondo disco.

Iniziando l'ascolto stupisce la scelta di aprire l'album con una ballad, la title track; stupisce ancora di più constatare che il pezzo è debole e poco convincente nonostante la presenza di Roger Glover al basso. Con la seconda Dead Flies salgono i ritmi e troviamo il primo brano veloce dell'album, ma purtroppo delude anche questo con un ritmo che pare forzato e poco naturale. Passando alla terza traccia sembra di aver cambiato album, perché finalmente troviamo il primo pezzo nello stile di Alice Cooper che conosciamo, con un hard rock divertente ed energico intitolato Fireball. Proseguendo l'ascolto si conferma l'ipotesi che l'avvio deludente sia stato solo un incidente, perché troviamo la traccia migliore dell'intero disco intitolata Paranoic Personality caratterizzata da un riff potente e da un altrettanto potente controcanto sul ritornello che entra in testa come un martello pneumatico. Con Fallen in Love incontriamo anche il secondo ospite del disco: il chitarrista e cantante degli ZZ Top Billy Gibbons, e il riff di apertura è talmente distintivo dello stile di Gibbons che sembra di essere stati trasportati in un album del terzetto texano. Il pezzo ci regala un ascolto di Alice Cooper in un'insolita veste blues rock, il duetto vocale dei due amalgama perfettamente lo stile canoro di questi colossi del rock così diversi tra loro. L'esperimento del blues rock viene riproposto anche nel pezzo successivo, il rapido e incalzante Dynamite Road che vira in parte verso lo stoner rock.

Con Private Public Breakdown troviamo un midtempo divertente che rallenta leggermente il ritmo del disco che però riparte subito dopo con Holy Water e Rats, due pezzi veloci ed allegri che preludono alla seconda ballad che chiude il primo disco. Ma fortunatamente The Sound of A è un bel pezzo ispirato e dall'atmosfera psichedelica decisamente migliore di quello di apertura.

Inutile nascondere che c'è molta curiosità per i pezzi nuovi registrati dalla band originale, quella che risale al periodo in cui Alice Cooper era il nome del collettivo, composta da Neal Smith alla batteria, Michael Bruce alla chitarra e Dennis Dunaway al basso (il quinto membro Glen Buxton è morto nel 1997). Appena premuto il tasto Play dopo aver inserito il secondo disco l'attesa è ripagata alla grande. Con Genuine American Girl troviamo un rock and roll divertente dal testo molto scherzoso che fa rivivere i fasti della band delle origini, il secondo brano You and All of Your Friends continua sulla strada tracciata dal precedente dimostrando che a distanza di oltre quarant'anni i quattro musicisti hanno trovato subito l'intesa delle origini.

Chiudono il doppio album sei tracce storiche registra dal vivo il 6 maggio 2016 a Columbus, nell'Ohio. I pezzi scelti sono No More Mr. Nice Guy, Under My Wheels, Billion Dollar Babies,
Feed My Frankenstein, Only Women Bleed e School's Out.

Paranormal non è un capolavoro al pari di Raise Your Fist And Yell o Trash, ma è sicuramente un ottimo disco fatto di pezzi di alto valore (a parte i primi due). Stupisce comunque la voglia di sperimentare di Cooper che si lancia in territori fin'ora inesplorati come il blues rock, e riprende quelli abbandonati da oltre quattro decadi trovandosi di nuovo perfettamente a proprio agio. Paranormal non sarà una pietra miliare della carriera di Alice Cooper, ma è sicuramente una prova che questo mostro sacro dello shock rock ha ancora molte frecce al proprio arco.

lunedì 24 luglio 2017

Pino Scotto Bubbles Fest - Pavia, 23/7/2017

Il concerto di Pino Scotto al Bubbles Fest è ormai una "classica" dell'estate pavese. Giunta alla sua quarta edizione, la manifestazione organizzata dalla Bubbles Crew ospita nel fossato del Castello Visconteo quattro serate di musica, condita con birra e ottima cucina, con alcuni tra i migliori gruppi italiani degli ultimi decenni. E dall'anno dell'inaugurazione la serata conclusiva vede la performance del leggendario rocker napoletano ed ex frontman dei Vanadium.

Pino è salito sul palco introno alle 22:30 accompagnato dalla sua band formata da tre musicisti di altissimo livello, ciascuno dei quali meriterebbe un posto in un ipotetico dream team del rock italiano. Il gruppo è composto da Dario Bucca al basso, Steve Angarthal (che suona con Pino fin dai tempi dei Fire Trails) alla chitarra e Marco Di Salvia alla batteria, e nonostante siano solo in tre producono un impatto sonoro che altre band realizzano con quattro o cinque elementi. Il trio colpisce il pubblico non solo per l'esibizione musicale perfetta, ma anche per alcune chicche della loro performance, come Angarthal che suona la chitarra come i denti e Di Salvia che nei momenti più concitati fa roteare la sua lunga chioma mentre suona.

I pezzi eseguiti da Pino spaziano per tutta la sua carriera musicale, attingendo sia dalla discografia dei Vanadium, sia da quella dei Fire Trails, fino al arrivare alla sua carriera solista e alternando quindi il canto in inglese a quello in italiano. Gli anni passano ma la voce di Pino resta forte e tonante come confermano i numerosi scream in cui si lancia e che esegue con la potenza degli anni migliori. In totale il quartetto regala un'ora e mezza di grande hard rock ai confini col metal, per un concerto all'insegna del divertimento e dell'energia ininterrotta

Come in ogni concerto di Pino, i pezzi cantati sono alternati dai suoi coloriti commenti socio-politici che, vista la location del concerto, non risparmiano nemmeno le zanzare e l'umidità. La voce di Pino si interrompe solo per pochi minuti circa a metà del concerto quando il cantante cede la scena ad Angarthal che esegue un brano dal suo album solista.

Tra un pezzo e l'altro Pino ricorda anche il compianto Lemmy Klimster di cui narra anche qualche aneddoto legato al tour italiano dei Motorhead di metà degli anni 80 in cui i Vanadium fecero da gruppo di apertura.

Al termine del concerto, lasciando il fossato del castello resta il ricordo del concerto a chiusura dell'evento che la Bubbles Crew ha organizzato anche quest'anno, portando a Pavia un piccolo estratto della migliore musica che il nostro paese abbia prodotto. Grazie Pino, per la bella serata. Grazie Bubbles Crew, ci vediamo l'anno prossimo.

martedì 18 luglio 2017

Quante foto esistono di Robert Johnson?

Si ringrazia Bruce Conforth per la consulenza fornita nella stesura di questo articolo.

Nonostante la sua carriera sia stata molto breve e nonostante sia uno dei primi ad essersi iscritto al fantomatico Club 27 (quello riservato ai musicisti morti a 27 anni), Robert Johnson è uno dei musicisti più influenti dell'ultimo secolo. Molti dei suoi brani, come Sweet Home Chicago o I Believe I'll Dust my Broom, sono entrati a pieno titolo nei più importanti standard blues di ogni tempo e vantano innumerevoli cover, e possiamo dire senza dubbio che la musica odierna di qualunque genere non sarebbe la stessa senza il suo preziosissimo contributo.

Purtroppo le informazioni sulla sua vita sono molto lacunose e spesso aneddotiche, come il presunto patto con il diavolo che il chitarrista avrebbe stretto per poter raggiungere la qualità musicale ineguagliata ai suoi tempi.

Uno dei principali problemi nel ricostruire la vita di questo leggendario musicista riguarda quante sue foto esistano al mondo. Due di esse sono ben note e su queste non ci sono dubbi: la prima di lo mostra in una cabina fotografica, mentre la seconda è stata scattata in studio seduto su uno sgabello e con le gambe incrociate.


Queste due foto sono emerse solo nel 1973 grazie al lavoro dello storico Steven C. LaVere che le reperì dalla sorellastra di Johnson, Carrie Spencer (altrove chiamata Carrie Thompson). La donna, che conservava la foto in una Bibbia, aggiunse che il vestito che Johnson indossa nella foto appartiene al nipote Louis, cioè al figlio della Spencer.

Nel 2008 la rivista Vanity Fair pubblicò una probabile terza foto di Johnson che lo ritrarrebbe insieme al musicista Johnny Shines. La foto era stata acquistata tre anni prima su Ebay dal collezionista Steven "Zeke" Schein il quale pensò di riconoscere Johnson nell'uomo a sinistra per via delle lunghe dita della mano e per il fatto che questi avesse un occhio meno aperto dell'altro, difetto riscontrabile anche nelle foto note di Johnson dovuto a una malattia infantile.

La foto fu dichiarata autentica dalla disegnatrice di identikit (forensic artist, in inglese, termine che non ha una traduzione precisa in italiano) Lois Gibson, purtroppo il rapporto completo della Gibson non è mai stato pubblicato ed è solo nelle mani della Robert Johnson Estate e del suo avvocato John Kitchens e gli unici dati disponibili sono quelli pubblicati da un altro articolo di Vanity Fair.

La redazione di questo blog ha contattato sia John Kitchens sia Lois Gibson per chiedere il testo integrale del rapporto, ma senza ottenere alcuna risposta.

Alcuni eminenti storici, tra cui Bruce Conforth ed Elijah Wald, non concordano con la Gibson e pubblicarono nel 2015 un lungo articolo in cui confutano il risultato della Gibson sulla base delle misure facciali e di considerazioni relative all'abbigliamento dell'uomo, che farebbe pensare a una foto successiva alla morte di Johnson, e del fatto che la chitarra che tiene in mano non è vera, ma un arredo scenico. Inoltre, come spiega il primo articolo di Vanity Fair linkato in precedenza, la foto è stata sottoposta a due persone che hanno conosciuto Johnson in vita, i bluesman Robert Lockwood e David Edwards, che hanno confermato di non riconoscere nello scatto il leggendario chitarrista.

Nonostante la dettagliata smentita del team di Conforth, la Robert Johnson Estate ha risposto ufficialmente rifiutando le conclusioni di Conforth e continuando a sostenere quelle della Gibson.

Più recentemente, nel giugno di quest'anno, il ricercatore inglese Mark Bampton ha pubblicato un nuovo rapporto di 54 pagine in cui si unisce a Conforth nello smontare l'ipotesi della Gibson. Bampton non si basa solo sulle misure facciali ma anche su quelle delle mani e ipotizza anche che la foto sia un fotomontaggio di due immagini di due persone scattate in momenti e luoghi diversi.

Nel dicembre del 2015 emerse una nuova presunta foto di Robert Johnson, questa volta l'immagine ritrae l'uomo insieme a quelli che dovrebbero essere Calletta Craft, la moglie di Johnson, Estella Coleman, madre di Robert Lockwood, e lo stesso Lockwood. Anche questa nuova foto fu dichiarata autentica da Lois Gibson, tuttavia il riconoscimento facciale è reso particolarmente difficile dal fatto che l'uomo ha la parte inferiore del viso coperta dalla mano e dal bicchiere. Questa volta il lavoro della Gibson è disponibile come allegato a questo articolo di Inweekly.


Anche nel caso di questa nuova foto Bruce Conforth, con l'aiuto dello storico Frank Matheis, scrisse un articolo per confutare la conclusioni della Gibson. I due fanno notare che l'abbigliamento delle persone, gli occhiali che indossano, le acconciature delle due donne e il tavolo a cui sono seduti sembrano molto successivi alla morte di Johnson e risalgono probabilmente agli anni 50. Ad esso va aggiunto che la donna identificata come la moglie di Johnson non assomiglia per nulla alla vera Craft e che questa è morta nel 1932, quindi nella foto Johnson dovrebbe avere al massimo 21 anni ma l'uomo nella foto sembra più vecchio di tale età. In ultimo, la bottiglia di Coca Cola appoggiata al tavolo non era in commercio fino agli anni 50.

Conforth aggiunge un dettaglio importante anche sull'apparente curriculum impeccabile di Lois Gibson. La scienziata avrebbe autenticato una foto di Jesse James che non viene accettata nemmeno dalla famiglia stessa del bandito.

Ma nonostante queste due smentite, una terza foto di Robert Johnson esiste davvero. Nel suo libro Searching for Robert Johnson il biografo Peter Guralnick narra che lo storico del blues Mack McCormick gli ha mostrato una foto che ritrae Johnson insieme al nipote Louis in divisa da marinaio, con Johnson che abbraccia il nipote appoggiandogli il braccio sulle spalle. La foto non è mai stata resa pubblica e pertanto le poche informazioni che sono emerse, sono giunte dalle parole di Gurnalick

La conclusione più ovvia sembra quindi essere che esistano tre scatti fotografici di Robert Johnson: due pubblicati e uno nelle mani di McCormick che forse in futuro verrà resa pubblica. E' comunque innegabile che l'incertezza riguardo alle sue poche foto contribuisce ad aumentare l'aura di mistero intorno alla figura di questo leggendario musicista, e forse proprio per questo è bene che un po' di mistero rimanga.

domenica 9 luglio 2017

Litfiba Rugby Sound Festival - Legnano, 8/7/2017

Nota: questo articolo è stato scritto dal nostro guest blogger Tino che ringraziamo per il prezioso contributo.

Credit: Elena Di Vincenzo
Li vidi la prima volta nel 2011, mi pare fosse il tour successivo alla reunion e non nascondo che allora ebbi qualche perplessità: "ma ci credono davvero?" "Il concerto sarà bello?" Mi sbagliavo, e alla grande, il concerto fu fantastico e mi convinsi che, a volte, le minestre scaldate possono andare bene davvero.

Lessi con entusiasmo la recensione del concerto di marzo dello stesso tour e appena giunta voce di un altro concerto in zona nessun dubbio, dovevo andarci.

Solo che il livello dello spettacolo andato in scena all’Isola del Castello di Legnano, in occasione del Rugby Sound Festival, era qualcosa di diverso, di molto diverso, letteralmente uno tsunami di energia ha inondato le oltre 7000 persone che hanno atteso, anche sotto un po’ di pioggia e fulmini, la band toscana.

Con Lo spettacolo, Grande Nazione e Dio del Tuono, i Litfiba iniziano questo strepitoso concerto la cui scaletta abbraccia tutta la loro carriera iniziata nel lontano 1981 e che ha all'attivo ben 14 album in studio.

Credit: Elena Di Vincenzo
Ghigo sul palco è impeccabile e Piero Pelù è un vero leone che domina la scena, il pubblico è davvero molto partecipe tant'è che dalla posizione in cui stavo, durante Fata Morgana la voce del pubblico copriva quasi quella del cantante. Tante anche le canzoni tratte da Eutòpia, ben 4, comprese Maria Coraggio, dedicata a Lea Garofalo vittima della ‘ndrangheta e In Nome di Dio, dedicata alla strage del Bataclan di Parigi del 2015.

Immancabile critica alla classe politica affrontata dalla violenza di Dimmi il Nome dall'album Terremoto del 1993; l’immortale Regina di Cuori prepara il pubblico al rush finale fatto dalla bellissima Lacio Drom e Gira nel Mio Cerchio, i Litfiba chiudono con Cangaceiro (dall’album Pirata del 1989) e la storica El Diablo, inutile precisare la gioia e il delirio del pubblico.

Un concerto fantastico di una band che, nel panorama rock nazionale, non è seconda a nessuno. Litfiba, avete fatto bene ad ascoltare il consiglio di Elio e le Storie Tese che nel 2003 incisero Litfiba Tornate Insieme, e ora ve lo chiedo io … tornate di nuovo a regalarci serate così, magari ancora al Rugby Sound!!!

venerdì 7 luglio 2017

The Darkness Rugby Sound Festival - Legnano, 6/7/2017

Nota: questo articolo è stato scritto dal nostro guest blogger Tino che ringraziamo per il prezioso contributo.

Credit: Elena Di Vincenzo
Prendi il rock, quello energico ma non violento, quello che comunque vada ti entra in testa e ci rimane; prendi una band scatenata e un frontman vestito con una tutina attillata grigio scintillante che spara acuti come se non ci fosse un domani. I Darkness sono questo, rock, energia e divertimento!

Inglesi, nascono nel 2000 e il loro stile unico li porta facilmente al successo. Nel 2003 il loro album d'esordio Permission to Land fu un successo incredibile; successo destinato poi a ripetersi con il secondo disco, One way ticket to Hell ... and Back. Dopo iniziarono i problemi: tra cambi di formazioni e problemi di droga del cantante Justin Hawkins, il gruppo si perse un po' per strada e solamente dopo tre anni, nel 2006, l'annuncio dell'abbandono del cantante sembrava aver segnato la fine della band e l'inizio di side projects per i componenti.

Credit: Elena Di Vincenzo
Tutto questo fino a quando, nel 2011, venne annunciata la reunion e il terzo album in studio Hot Cakes, disco che passò abbastanza inosservato; Last of Our Kind del 2015 segna secondo me una nuova rinascita della band, sperando che anche il nuovo disco, annunciato per la fine del 2017 sia allo stesso livello.

Ora veniamo a quelle settemila persone che hanno invaso l'Isola del Castello a Legnano in quella sera che ha visto la band inglese esibirsi sul palco del Rugby Sound, bellissimo festival organizzato dai ragazzi del Rugby Parabiago che, nel corso di una decina d'anni, si è ingrandito al punto tale da riuscire a organizzare concerti di questa portata.

La scaletta comprende molti pezzi del loro album d'esordio e inizia proprio con la prima traccia Black Shuck, giusto per scaldare la folla e sempre nella prima parte si continua con Givin'up, pezzo che ricorderanno tutti per il costante falsetto. Segue Mudslide, primo pezzo tratto da Last of Our Kind, che anticipa di poco il primo dei singoli davvero famosi: One Way Ticket e poco dopo Love Is Only A Feeling fanno letteralmente impazzire il pubblico. Justin è davvero un incontenibile animale da palco e la voce tiene senza nessun problema mentre dei reggiseni iniziano a volare sul palco.

Credit: Elena Di Vincenzo
Il terzo singolo tratto dal primo disco, Friday Night e Get Your Hands Off My Woman portano il concerto verso le battute finali.

Penultimo pezzo della scaletta è la hit I Believe in a Thing Called Love che manda il pubblico in delirio, mentre Love On The Rocks With No Ice, intervallato da un lunghissimo assolo durante il quale Justin è stato trasportato in mezzo al pubblico chiude questa indimenticabile serata.

Forse dopo un concerto viene da pensare molti dei pezzi siano simili tra loro, ma non importa, è comunque musica che non stanca e che si ascolterebbe per ore. Grazie Rugby Sound per averli invitati, grazie Darkness per essere venuti e averci fatto davvero divertire due ore!

mercoledì 5 luglio 2017

I duetti mai completati di Freddie Mercury e Michael Jackson

Può sembrare incredibile che due leggende della musica che appartengono a generi musicali molto diversi decidano di incrociare le proprie strade; eppure nel 1983 per un breve periodo il re del pop Michael Jackson e il cantante dei Queen Freddie Mercury intrapresero la registrazione di alcuni pezzi insieme.


Purtroppo il progetto naufragò e nessuno dei tre brani fu pubblicato mentre i due cantanti erano ancora in vita, i motivi per cui la collaborazione non diedi i frutti sperati sono vari: il libro Freddie Mercury: The Definitive Biography di Leslie-Ann Jones dice che la causa sia da ricercare nei molti impegni di entrambi, la stessa versione è sostenuta anche dallo stesso Freddie Mercury in alcune interviste. Tuttavia nel documentario Freddie Mercury: The Great Pretender del 2012 il manager Jim Beach aggiunge che Freddie si trovava a disagio a lavorare con Jackson perché questi portava abitualmente il proprio lama nello studio di registrazione, curiosamente la passione di MJ per animali atipici fu anche la causa per cui saltò la sua collaborazione con i Run D.M.C.

Il primo dei tre brani che i due avrebbero dovuto registrare insieme era There Must Be More To Life Than This che Freddie Mercury aveva scritto per l'album dei Queen Hot Space del 1982 ma che non trovò spazio nella composizione finale dell'album. I due provarono a inciderla insieme per l'album solista di Mercury del 1985 intitolato Mr. Bad Guy, ma il lavoro non fu completato e Freddie completò il pezzo da solo per inserirlo nel disco. Una versione demo cantata da entrambi fu pubblicata nel 2003 nel bootleg per il mercato giapponese Queen: Buried Treasures. Nel 2010 emerse in rete, ancora come bootleg, la versione solista di Jackson che canta il pezzo per intero. Nel 2014 finalmente fu pubblicata la versione definitiva nella compilation Queen Forever; i due cantanti si alternano alla voce e nel finale duettano con Jackson che fa la voce più alta e Freddie che fa quella bassa.

Il secondo pezzo che i due avrebbero dovuto registrare insieme fu State of Shock per l'album Victory dei Jacksons del 1984, album nel quale MJ tornò a lavorare con i propri fratelli e che si colloca temporalmente tra Thriller e Bad. Anche questo secondo pezzo è disponibile cantato da Michael e Freddie in versione demo sul bootleg Queen: Buried Treasures, ma la versione definitiva presente su Victory fu ultimata con Mick Jagger al posto di Mercury. Nella stessa intervista linkata in precedenza, il cantante dei Queen spiega che Jackson dovette terminare la registrazione con Jagger perché aveva fretta di chiuderla affinché potesse essere inclusa nell'album.

L'ultimo pezzo che i due avrebbero dovuto incidere insieme sarebbe stata la title track di Victory che ad oggi rimane completamente inedita. L'album fu quindi pubblicato stranamente senza la title track.

Non sempre le collaborazioni tra i giganti della musica danno buoni risultati e spesso l'accostamento tra generi diversi suona molto forzato. Ma Jackson e Mercury hanno avuto una lunga carriera di collaborazioni con gli artisti più disparati e le poche registrazioni nate dalla loro breve collaborazione confermano che si tratta di artisti bravissimi a mischiare il proprio stile con quello di altri. There Must Be More To Life Than This e State of Shock sono bellissimi pezzi, che mischiano il rock di Freddie alla tradizione nera di Jackson e sono tra i migliori esempi di come questo si possa fare. A riprova del fatto che oltre che essere grandi musicisti avevano entrambi un'incredibile propensione ad unire le proprie forze con quelle di altri per creare suoni nuovi e sempre di altissimo livello.

giovedì 29 giugno 2017

Deep Purple The Long Goodbye Tour, 27/6/2017

Vivere i concerti dal parterre è ben altra cosa, rispetto a vederli dalle tribune. Ci si ritrova nella calca, nel vivo della scena, a pochi metri dal palco e immersi nel caldo infernale della folla che inneggia alle star sul palco, e quando questi sono delle leggende del rock la serata assume contorni magici.

Eravamo proprio lì, sotto al palco ad attendere i Deep Purple, il cui live ad Assago è stato aperto dagli ottimi Tyler Bryant & The Shakedowns che hanno regalato quasi un'ora di hard rock divertente ed energico al punto giusto per scaldare la folla prima che alle 21 salisse sul palco la band capitanata da Ian Gillian. E appena sono partite le note di Time for Bedlam, tratta dall'ultimo album Infinite, è sgorgata l'energia del rock della band che ha travolto la platea per un'ora e quaranta della migliore musica di ogni tempo.

In questo tour in gruppo attinge da brani appartenenti a tutta la loro carriera, eseguendo sia i pezzi storici sia quelli nuovi. Infatti oltre ai classici come Fireball, Space Truckin' o Strange Kind of Woman, il gruppo ha eseguito quattro pezzi da Infinite e due da Now What?! del 2013. Questa scelta comporta ovviamente che dalla scaletta vengano esclusi pezzi storici come Highway Star o Child in Time, ma poco importa perché la scelta dei brani resta comunque ottima.

L'esecuzione dei pezzi è stata impreziosita da lunghi assoli di chitarra di Steve Morse e di tastiera di Don Airey che servono in parte a consentire a Gillian di riprendere fiato; infatti nonostante la prova più che soddisfacente, il cantante è forse quello che risente più del peso degli anni perché se l'estensione vocale è immutata e gli acuti sono ancora quelli degli anni migliori, lo stesso non si può dire della potenza. Nel suo lungo assolo, Airey ha aggiunto qualche frammento di La Donna è Mobile e di Nessun Dorma, aggiungendo un pizzico di italianità a questa serata milanese.

Il concerto si è chiuso con gli immancabili Smoke On The Water, Hush (introdotta dal Peter Gunn Theme) e da Black Night al termine dei quali Glover ha ricambiato l'affetto del pubblico lanciando i propri plettri alla folla.

Lasciando il Forum resta il ricordo di una serata storica, una di quelle in cui la storia del rock si ferma a Milano. E resta anche la consapevolezza che se questo è davvero il tour di addio della band, i quattro di Hertford lasciano i palchi in splendida forma e ancora pienamente in grado di reggere la scena; perché se è vero che Gillian è in debito di energia, i musicisti suonano ancora come quando erano all'apice della carriera.

E se, come sembra, questa serata storia non potrà ripetersi, resta almeno la felicità di esserci stati.

lunedì 26 giugno 2017

Chuck Berry - Chuck

In occasione del suo novantesimo compleanno nell'ottobre del 2016, Chuck Berry annunciò sui social network di star registrando il suo nuovo album, il primo da Rock It del 1979. Il leggendario cantante fece in tempo a completare la registrazione del nuovo disco, intitolato proprio Chuck, ma non a vederlo pubblicato perché il 18 marzo di quest'anno spirò nella sua casa di Saint Charles nel Missouri.

L'album è stato comunque pubblicato il 9 giugno del 2017 ed è composto di dieci tracce che lasciano traspirare quanto ispirato e in forze fosse Chuck durante le sessioni di registrazione. La musica di Chuck Berry resta fedele al rock and roll degli anni 50 che lo rese famoso e questa impronta è chiara fin dalle prime tracce. Il disco si apre infatti con due pezzi veloci e divertenti come nella sua migliore tradizione: Wonderful Woman, che ricorda nella melodia You Never Can Tell, e Big Boys il cui riff iniziale ricorda molto quello di Johnny B. Goode e di Roll Over Beethoven, ma non è una sorpresa che Chuck riutilizzi alcune melodie in più pezzi visto che lo ha fatto più di una volta durante la sua brillante carriera. Un riff simile apre anche Lady B. Goode il cui rimando al passato è fin troppo ovvio. Un altro brano che chiaramente si ricollega alle origini è il melodico Jamaica Moon che ricorda per sonorità e per le atmosfere caraibiche Havana Moon tratto da After School Session del 1957.

Chuck Berry non attinge solo dal proprio passato rock and roll ma anche dal blues che è da sempre una delle colonne portanti della sue musica. Nel disco troviamo infatti due blues lenti ispirati alla tradizione del delta del Mississippi, Ducthman e Eyes of Man, in cui Chuck abbandona il canto per passare al parlato nello stile del talking blues inventato da John Lee Hooker. Dalle sonorità tipicamente blues è anche la melodica cover dello standard You Got to My Head in cui Chuck duetta con la figlia Ingrid.

Tra i momenti più melodici del disco troviamo anche Darlin e She Still Loves You, due pezzi lenti sorretti dal suono del piano. In ultimo nel disco è presente un brano un po' diverso e un po' più scherzoso intitolato 3/4 Time (Enchiladas) che come suggerisce il titolo stesso è caratterizzato da un allegro tempo in 3/4.

E' superfluo dire che questo album rappresenta il testamento musicale di Chuck Berry, ciò che invece va sottolineato è da questo disco emerge come Chuck a novant'anni avesse ancora voglia di scrivere e incidere della buona musica fatta per divertire senza mai essere scontata. E' vero che nella sua lunga carriera Chuck Berry non si è mai allontanato dal proprio modello iniziale, e questo disco lo conferma, ma è anche vero che la stragrande maggioranza della musica rock nata dagli anni 50 in avanti discende da lui come testimoniato dall'incredibile numero di cover dei suoi pezzi che sono state realizzate dagli artisti più disparati. E questo nuovo album non è solo un testamento, ma anche l'ennesima prova che il lascito culturale di Chuck Berry, che nel disco compare non solo come cantante e autore ma anche come chitarrista, è enorme e inestimabile e che nonostante l'età avanzatissima la sua capacità creativa non è mai calata.

martedì 20 giugno 2017

Jimmy Page e Robert Plant - Walking Into Clarksdale

A metà degli anni novanta, dopo più di dieci anni dallo scioglimento dei Led Zeppelin seguito alla morte del batterista John Bonham, Jimmy Page e Robert Plant unirono di nuovo le proprie carriere per la realizzazione di due album. Il primo di essi fu il live No Quarter, dal titolo di un pezzo dei Led Zeppelin dall'album Houses of the Holy, pubblicato nel 1994 in cui il duo reinterpretò alcuni classici dell band e alcuni brani nuovi coadiuvati da un'orchestra egiziana e da un gruppo di strumenti a corda marocchino. Il secondo album registrato dal duo durante la temporanea reunion è invece un intero disco di inediti registrati in studio intitolato Walking Into Clarksdale e pubblicato nei primi mesi del 1998.

Walking Into Clarksdale è forse l'unico album mai uscito che fa veramente rivivere i fasti dei Led Zeppelin dopo il loro scioglimento, sebbene le melodie siano notevolmente diverse da quelle del quartetto emerge comunque una continuità musicale e il desiderio di sperimentazione che ha sempre contraddistinto i dischi della band.

Già dal primo ascolto si coglie quanto il disco sia melodico sia nella musica, in cui ovviamente spicca la chitarra di Page, che nel canto di Plant. L'album si apre con due brani solari e gioiosi come Shining in the Light e When the World Was Young, la seconda in particolare mostra un bel cambio di tempo tra la strofa lenta e il ritornello più veloce. Subito dopo troviamo sonorità più maestose ed epiche con Upon a Golden Horse, le stesse sonorità epiche si trovano in Most High, il pezzo più noto del disco che uscì anche in singolo e di cui fu realizzato un video, che riprende la sonorità mediorientali e magrebine che avevano caratterizzato il live No Quarter.

Nel disco sono presenti anche due ballad dal suono piuttosto tradizionale, quali Blue Train e Heart in Your Hand. Oltre a queste tra i pezzi più melodici troviamo il bellissimo midtempo Please Read the Letter dal testo particolarmente interessante che narra della bramosia per la donna amata a cui è stato lasciato un messaggio sulla porta di casa, Plant in seguito ricantò lo stesso brano nell'album Raising Sand realizzato con Alison Krauss nel 2007 notevolmente rallentato trasformando così il midtempo in una ballad. Altro brano melodico è When I Was a Child, dal ritmo lento e sognante che tende verso il dream pop.

Nell'album non mancano pezzi di hard rock puro più simili alla tradizione musicale dei Led Zeppelin come House of Love, che richiama le origini blues della band, e Burning Up, dal suono più sostenuto grazie anche a lunghe parti strumentali di chitarra. Anche la title track si ricollega al passato della band, con sonorità complesse e ricche di cambi di tempo e di stile a formare un blues rock ispirato proprio alla città di Clarksdale nel delta del Mississippi.

L'ultima traccia dei disco è un divertente e veloce rock and roll intitolato Sons of Freedom ed è forse il pezzo più veloce e vivace dell'intero disco.

Oltre alle dodici tracce ufficiali che compaiono nell'album, durante le sessioni di Waking Into Clarksdale ne furono incise altre due. La prima di esse è The Window, pubblicata come b-side di Most High il cui suono è davvero stupefacente perché non assomiglia a nulla di ciò che i due hanno fatto in passato, si tratta infatti di un trip hop molto lento dalle atmosfere oniriche che richiama molte produzioni di fine anni 90, ma lontanissimo dalla tradizione musicale del Led Zeppelin. Il pezzo è una piccola gemma, semi sconosciuta, che dimostra come i due si trovino bene anche in sentieri ben lontani dal rock. La seconda traccia non inclusa nell'album è Whiskey from the Glass che è presente nel CD come bonus track solo nell'edizione giapponese; il pezzo, ricco di distorsioni, è molto simile a Most High ed è forse per questo che non ha trovato posto nella composizione finale dell'album

In conclusionem Walking Into Clarksdale è un disco di altissimo valore ma purtroppo largamente sottovalutato; la ricchezza del suo suono dimostra come Page e Plant non abbiano perso nulla della loro creatività nemmeno venticinque anni dopo il disco d'esordio, come abbiano saputo ammodernare il proprio repertorio e adeguarsi anche al rock di fine anni 90 non rinunciando alle contaminazioni musicali che da sempre hanno contraddistinto le loro incisioni. Ma soprattutto è l'unico album al di fuori della discografia dei Led Zeppelin che ne faccia rivivere la storia e l'unico esempio di come sarebbero state le produzione della band se il loro batterista non fosse morto troppo presto.

giovedì 15 giugno 2017

Barrio Viejo - Liberación

Capita saltuariamente che dei campioni dello sport passino al mondo della musica e alcune volte il cambio di carriera ha riscontrato un buon successo; i casi più celebri sono senza dubbio quelli del cestista Shaquille O'Neal e quello del wrestler John Cena, ma oltre a questi ce ne sono innumerevoli altri meno noti come il compianto Wayman Tisdale, un altro cestista, o Deion Sanders che nella sua carriera sportiva ha giocato professionalmente sia a baseball sia a football. In questo universo prevalentemente nordamericano, stupisce un po' che l'ultimo sportivo ad aver fatto questo passo sia un calciatore italoargentino che ha lasciato il mondo del pallone per approdare a quello del blues rock. Dopo l'ultima stagione giocata con il Boca Juniors in Argentina, l'ex centravanti Pablo Daniel Osvaldo (che in Italia ha militato in Fiorentina, Roma, Juventus e Inter oltre che in nazionale) ha infatti interrotto la propria carriera agonistica per diventare la voce e il frontman dei Barrio Viejo, band fondata in Spagna con sede a Barcellona.

Il primo album dei Barrio Viejo è stato pubblicato il 2 giugno di quest'anno e si intitola Liberación e offre un blues rock fresco e divertente, impreziosito dal canto in spagnolo piuttosto atipico per questo genere. Già dal primo ascolto il disco stupisce la scelta musicale di mischiare il blues rock alla musica latinoamericana e per la quantità e varietà di strumenti usati che non si fermano a chitarra, basso e batteria, ma si estendono a percussioni latinoamericane di vario tipo, fiati e tastiere.

Il disco presenta una predominanza di pezzi veloci e allegri, come la traccia di apertura Insatisfacción sorretta da una buona combinazione di chitarre e tastiera. Tra i prezzi allegri troviamo anche la grintosa Infumable in cui il suono delle chitarre incontra quello dell'armonica, La Callejiera che è l'unico a vedere anche la presenza di chitarre elettriche, la saltellante Pájaro Azul, e la cover di Walking the Dog di Rufus Thomas. Tra i pezzi veloci il migliore resta comunque la trascinante Desorden, di cui è stato anche realizzato in video, che presenta una bella mescolanza strumentale a cui partecipano anche tastiera e fiati.

Nell'album si trovano anche pezzi più melodici come il lento blues Flores Muertas, e la seguente Viejo Aburrido che tende verso il jazz grazie al suono delle tastiere. Le venature jazz di questo disco non si fermano qui, troviamo anche la bellissima Croissant Perdedor che tende molto al latin jazz per via delle chitarre che ricordano quelle delle leggende di questo genere come i Santana. Tra i pezzi lenti troviamo anche il blues tradizionale La 13/14 e la ballad Viejo Querido che chiude il disco.

In Liberación troviamo anche due midtempo: Flores, blues rock piuttosto tradizionale, e Nada Special che dopo un inizio molto lento sfocia in un midtempo leggero e divertente.

In tutti i tredici brani del disco la voce di Osvaldo crea un bel mix con la base musicale risultando sufficientemente profonda e altrettanto dinamica per adattarsi a tutti gli stili richiesti dalla ricca varietà musicale del gruppo.

Dall'ascolto dell'intero album emerge come questa band sia molto promettente e capace di scrivere dell'ottima musica, mai banale e spesso divertente. In attesa di vedere i Barrio Viejo dal vivo e nella speranza che questo non sia l'unico album della loro carriera, non possiamo che constatare che il grande talento di Pablo Osvaldo non si è certo esaurito nel calcio e che in questo caso la bravura da calciatore è pari a quella da musicista.