sabato 21 settembre 2019

Pierre Edel - Live in Moscow 2018

The original Italian text is available here.

French vocalist Pierre Edel can't be described as "former competitor of The Voice" anymore, because his musical activity proceeds both live and in studio with deserved success. On September 21, Pierre published on YouTube the video of the concert he held in September 2018 at the Mezzo Forte Club in Moscow, where he entertained the audience with rock and roll classics for over an hour.


The band led by Pierre Edel is composed by Dmitry Ursul on guitar, Kirill Zelepukhin on keyboards, Anton Chuiko on bass, Michael Sorokin on drums and two extraordinary singers such as Anna Solo and Lera Green. The team is backed by the sound engineer Igor Baidikov.

During the concert Pierre Edel performs a selection of historical pieces taken from rock and hard rock music of the 70s and 80s, from Bon Jovi to Deep Purple through Styx and David Lee Roth. The band moves perfectly on stage and in each songs Pierre shows off his unmistakable voice, powerful and able to reach very high notes. In addition to the excellent voice of the leader, the two girls also stand out and they immediately give proof of their abilities in Bad Medicine and reiterate them in Hold the Line in which each of them sings a verse leaving the chorus to Pierre.

The concert sees a predominance of fast tracks, with the only exception of Feels Good to Me by Black Sabbath, in which Pierre proves he can compare with Tony Martin. In the setlist, Pierre adds just one blues song with Joe Bonamassa's The Ballad of John Henry, leaving unaltered its psychedelic taste; thanks to the long instrumental parts the song highlights the excellent skills of all musicians, which Pierre introduces with short interviews mounted inside the video between each song and the next one.

The only new song in the setlist is the powerful Rock 'n' Roll Slave (written by Pierre Edel and Dmitry Ursul), a gritty and vibrant AOR piece in full 80's style that allows Pierre, more than the covers, to show his vocal skills. The singer closes the concert with two very strong Deep Purple tracks such as I Can't Do It Right and Burn (which in an interview he said is one of his favorite songs) that surely leave a lot of energy in the audience and a great memory.

Burn fades with the closing credits of this concert by one of the best rock voices in recent years. And at the end of the vision, this video leaves the certainty that the voice is hot, the shape is dazzling and we just have to wait for the next record of new works by this phenomenal singer.

Pierre Edel - Live in Moscow 2018

Una traduzione in inglese di questo articolo è disponibile qui.

L'etichetta di "ex concorrente di The Voice" inizia ad andare stretta al vocalist francese Pierre Edel la cui attività musicale procede sia dal vivo sia in studio con meritato successo. Il 21 settembre Pierre ha pubblicato su YouTube il video del concerto tenutosi a settembre del 2018 al Mezzo Forte Club di Mosca, dove ha intrattenuto il pubblico con i classici del rock and roll per oltre un'ora.

La band capitanata da Pierre Edel è composta da Dmitry Ursul alla chitarra, Kirill Zelepukhin alle tastiere, Anton Chuiko al basso, Michael Sorokin alla batterie e due coriste straordinarie quali Anna Solo e Lera Green. Il team è coadiuvato dietro le quinte dall'ingegnere del suono Igor Baidikov.


Durante il concerto Pierre Edel esegue una selezione di pezzi storici del rock e dell'hard rock degli anni 70 e 80 spaziando dai Bon Jovi ai Deep Purple passando per gli Styx e David Lee Roth. La band si muove sul palco alla perfezione e in ogni pezzo Pierre dà sfoggio della sua voce inconfondibile, potente e in grado di raggiungere note altissime. Oltre all'ottima voce del leader, spicca anche quella delle due ragazze, che danno subito prova delle loro capacità in Bad Medicine e che le ribadiscono in Hold the Line in cui ciascuna di loro canta una strofa lasciando a Pierre il ritornello.

Il concerto vede una predominanza di brani veloci, con l'unica eccezione di Feels Good to Me dei Black Sabbath, in cui Pierre esce a testa altissima dal confronto con Tony Martin. Nella setlist Pierre aggiunge un solo pezzo blues con The Ballad of John Henry di Joe Bonamassa di cui lascia inalterato il gusto psichedelico e che grazie alle lunghe parti strumentali mette in luce le ottime capacità di tutti i musicisti, che Pierre presenta con brevi interviste montate all'interno del video tra un pezzo e l'altro.

L'unico inedito in scaletta è il potente Rock 'n' Roll Slave (scritta da Pierre Edel e Dmitry Ursul), un grintoso e vibrante pezzo AOR in pieno stile anni 80 che consente più delle cover a Pierre di mettere in mostra le proprie capacità vocali. Il cantante chiude il concerto con due pezzi fortissimi dei Deep Purple quali I Can't Do It Right e Burn (che in un'intervista ci aveva rilevato essere uno dei suoi brani preferiti) che sicuramente lasciano nel pubblico un bel po' di energia e un ottimo ricordo.

Su Burn sfumano i titoli di coda che sanciscono la chiusura di questo concerto di una delle migliori voci del rock degli ultimi anni. E al termine della visione, questo video lascia la certezza che la voce è calda, la forma è smagliante e ora non resta che aspettare il prossimo disco di inediti di questo cantante fenomenale.

lunedì 16 settembre 2019

Black Star Riders - Another State of Grace

Il nome della band potrebbe non suonare familiare a tutti, ma a dispetto di ciò i Black Star Riders non sono una band esordiente dalla storia breve, ma un gruppo nato dalla formazione dei Thin Lizzy del 2012 che da allora ha deciso di utilizzare un nome diverso per le incisioni nuove così da non utilizzare il marchio della band storica.

Nel 2019 i Black Star Riders hanno pubblicato il loro quarto album dal titolo Another State of Grace composto da undici tracce nel puro stile tradizionale dei Thin Lizzy. Così come nei tre album precedenti, anche in questo nuovo disco la musica dei Black Star Riders è composta da un hard rock potente e diretto fatto per divertire e catturare l'ascoltatore dal primo giro nello stereo. L'album presenta ovviamente una predominanza di brani veloci in cui lo stile della storica band di Phil Lynott è perfettamente riconoscibile grazie all'uso delle cosiddette twin guitars che conferiscono ai pezzi un suono particolarmente grintoso.

L'album parte con la travolgente traccia di apertura Tonight the Moonlight Let Me Down, che dà un primo assaggio di ciò che si troverà nel resto del disco e il cui rimando alla storia Dancing in the Moonlight dei Thin Lizzy non è troppo velato, il pezzo è anche impreziosito da un assolo di sax nel finale. Tra i pezzi migliori troviamo anche la funkeggiante Soldier in the Ghetto che ricorda come i Thin Lizzy non abbiano mai rinunciato alle contaminazioni della musica nera. Ovviamente non possono mancare le influenze del folk irlandese che troviamo molto marcatamente nella title track che proprio grazie a queste risulta essere il pezzo migliore dell'album. Su undici tracce ne troviamo solo due dai ritmi più lenti, quali la ballad Why Do You Love Your Guns? e il midtempo What Will It Take?

Another State of Grace è in sintesi un disco che fa esattamente ciò che ci si aspetta debba fare, cioè diverte e intrattiene per tutta la sua durata, con una musica grezza, diretta e senza fronzoli. È ovvio che i Black Star Riders non faranno mai rivere i fasti dei Thin Lizzy perché un leader carismatico come Phil Lynott è impossibile da sostituire, e anche perché mentre la band originale attraversò vari periodi questa nuova formazione tende a mettere insieme tutti i caratteri distintivi dei Thin Lizzy producendo una musica un po' troppo uguale a sé stessa. Ma se si ascolta questo disco con le giuste aspettative non si può non considerare che l'obiettivo è centrato in pieno e che i Black Star Riders sono una delle realtà più interessanti del panorama rock degli ultimi anni.

lunedì 9 settembre 2019

Howlin' Wolf - The Howlin' Wolf Album

Dopo aver tentato lo strano esperimento di mischiare il blues con il rock psichedelico con l'album Electric Mud di Muddy Waters nel 1968, l'anno seguente la Chess Records tentò di replicare l'operazione con il secondo dei propri artisti di punta, ovvero lo storico bluesman Howlin' Wolf che nel 1969 aveva già all'attivo una lunga discografia costellata di successi. L'album risultante si intitola The Howlin' Wolf Album e la copertina bianca riporta solo la strana e singolare scritta This is Howlin' Wolf's new album. He doesn't like it. He didn't like his electric guitar at first either.

Il disco è composto da dieci tracce il cui suono abbonda di wah-wah e fuzzbox a cui si somma la potente voce di Howlin' Wolf che interpreta i pezzi nel suo stile distintivo, creando così un bizzarro connubio tra il blues di Chicago e le sonorità che al tempo erano tipiche di Jimi Hendrix e del rock psichedelico che veniva prodotto a Londra. L'LP non contiene pezzi inediti ma è composto interamente di cover, nove delle quali sono standard scritti da Willie Dixon tutti già interpretati in passato da Howlin' Wolf, tra i quali troviamo pezzi storici come The Red Rooster o Evil, più l'autocover di Smokestack Lightning del 1956 e già inclusa nell'album Moanin' in the Moonlight.

In generale il risultato musicale è molto confuso è forzato e non è un caso che l'album non abbia avuto il successo commerciale di Electric Mud. Tuttavia l'esperimento è sicuramente interessante e mostra un lato inedito e mai più replicato nella carriera di Howlin' Wolf. Se questo disco non verrà ricordato per la qualità della musica, lo è sicuramente per il coraggio dell'aver provato a mischiare stili così diversi e per l'aver voluto provare a creare un suond nuovo. Anche se va riconosciuto che questo esperimento non ha dato i risultati sperati.

martedì 3 settembre 2019

Visions of Atlantis - Wanderers

È passato solo un anno e mezzo dall'ultima uscita discografica dei Visions of Atlantis, con The Deep & The Dark del 2018, e la band austriaca ha già pubblicato un nuovo lavoro in studio intitolato Wanderers per il quale la formazione del gruppo vede una nuova modifica, con l'ingresso dell'italiano Michele Guaitoli, già vocalist dei Kaledon e dei Temperance, che sostituisce Siegfried Samer e affianca la voce della soprano francese Clémentine Delauney.

In questo nuovo album la band ripropone la propria formula collaudata che prosegue sulla strada battuta da The Deep & The Dark con basi potenti a cui si sommano le voci dei due eccezionali vocalist che si completano, si amalgamano, si rincorrono e spesso duettano con Clémentine a fare le voci alte e Michele quelle basse. Il suono che ne risulta è un symphonic metal patinato e melodico, con forti venature di AOR ottantiamo e che convince e rapisce già al primo ascolto.

Il disco è composto da tredici tracce e si apre con l'epica e lunghissima Release My Symphony che dà un primo assaggio di ciò che si troverà nel resto dell'album con Clémentine che nel finale aggiunge qualche tocco di canto lirico. La continuità con i lavori passati della band è sottolineata dalla traccia successiva Heroes of the Dawn che contiene un'autocitazione da Return to Lemuria dell'album precedente (che a sua volta si ispirava a Lemuria dell'album Cast Away del 2004) e che così come quest'ultima è ricca di fiati che danno un'atmosfera fiabesca al pezzo.

Nel complesso l'album presenta un buon equilibrio tra pezzi energici e quelli lenti. Tra i momenti più melodici troviamo le ballad Nothing Last Forever e Into the Light cantante da entrambi i vocalist e la title track caratterizzata da una strumentazione minimale e cantanta dalla sola Clémentine. Tra i pezzi migliori del disco spiccano sicuramente quelli in cui le influenze AOR sono più marcate, come le energiche A Life or Our Own e At the End of The World, oltre a To The Universe che è il brano che mostra più degli altri l'ottima mescolanza vocale dei due cantanti e che è anch'esso impreziosito da alcuni accenni di canto lirico nei ritornelli.

Chiude il disco la cover di In and Out of Love del DJ olandese Armin van Buuren originariamente affidata alla voce di Sharon Den Adel e che in questo caso è interpretata da Clémenetine che surclassa la collega quanto a potenza, espressività e per quanti diversi colori sappia dare al proprio canto.

Wanderers è in sintesi un ottima album, fresco e divertente, che fa esattamente ciò che deve fare, cioè regalare un ora di metal melodico che trae la propria forza principale dalle voci straordinarie dei due vocalist che nonostante siano al loro esordio insieme sembrano già una coppia navigata ed affiatata. E se era già ben noto che Clémentine fosse una delle migliori autrici e interpreti al mondo, la sua collaborazione con Michele funziona alla grande e se le premesse delle nuova coppia sono queste siamo sicuri che i Visions of Atlantis abbiano un futuro ancora più roseo del loro già glorioso passato.

sabato 17 agosto 2019

Giacomo Voli - Cremona, 16/8/2019

È una notte di mezza estate, una di quelle rese celebri dal famoso sogno di Shakespeare, e questa volta la location per il concerto di Giacomo Voli è decisamente insolita, perché il CRAL di una grande azienda come la Tamoil non è il posto dove ci si aspetta che si possa fermare per una sera un cantante blasonato come il nostro Giacomo. Fa caldo, ma non troppo, e quindi il viaggetto verso Cremona si affronta volentieri.


Il concerto è anticipato da una cena a base di gnocchi tricolori, e come sempre la cena è anche un momento di convivialità, per conoscere gente nuova accomunata dalla passione per la buona musica e per la voce di Giacomo. E dopo aver fatto qualche nuova amicizia, inizia il concerto con Giacomo che imbraccia la chitarra poco dopo le 21:30 e già dal primo pezzo si capisce che la serata non avrà nulla di scontato, perché la scelta dei pezzi è singolare, visto che si parte con What's Up? dei 4 Non Blondes. La voce di Linda Perry è unica, ma Giacomo riesce alla grande a interpretare il pezzo, e io che pensavo che un brano del genere fosse impossibile da rendere in acustico evidentemente mi sbagliavo.

Nella prima parte della scaletta trovano ampio spazio gli Aerosmith, e nemmeno gli acuti di Steven Tyler non sono un problema per Giacomo che regge il confronto alla grande e anche in questo caso la scelta dei pezzi non è banale perché oltre ai superclassici come Dream On e I Don't Want to Miss a Thing troviamo anche Pink che potrebbe non essere tra i pezzi più conosciuti per chi non segue il gruppo. Giacomo si accompagna alternando la chitarra e la tastiera e sopperisce con quest'ultima all'assenza della batteria e il risultato è che il suono è molto più ricco e completo di quanto ci si aspetterebbe da un acustico, così che più che a un acustico sembra di assistere al concerto di una one man band.

Nel prosieguo del concerto Giacomo esegue un buon numero di pezzi dei Queen, con il pubblico che canta i ritornelli insieme al vocalist che attinge dal repertorio degli anni 70 con Bohemian Rhapsody, Killer Queen e Somebody to Love, fino agli anni 80 di Radio Ga Ga e I Want to Break Free. Ovviamente non può mancare un omaggio ai mostri sacri del rock anni 70, come i Led Zeppelin di Whole Lotta Love e i Deep Purple con Soldier of Fortune, Hush e Smoke on the Water.

Giacomo sorprende tutti quando dice che sta per fare qualche pezzo italiano prima di chiudere il concerto. Ma come, è già tempo di salutarci? Non è iniziato da un quarto d'ora al massimo? Guardo l'orologio e, no, sono passate quasi due ore. Ma è stato tutto così divertente che il tempo è volato. Godiamoci allora gli ultimi pezzi, con Ti Sento dei Matia Bazar e Impressioni di Settembre della PFM (entrambe già incise da Voli nei suoi album solisti). E prima di chiudere non possono mancare ancora due brani dei Queen come We Are The Champions e Crazy Little Thing Called Love che Giacomo regala perché il pubblico non vuole lasciarlo andare senza un encore.

Purtroppo il concerto finisce, anche se il tempo sembra essere passato in un attimo. Sceso dal palco, Giacomo si ferma a fare qualche foto con i fans e a scambiare qualche parola con il pubblico che si complimenta per la voce e per l'esecuzione. Durante il viaggio verso casa nell'autoradio scelgo l'ultimo album dei Rhapsody of Fire, perché stasera Giacomo ci ha dato prova di uno dei lati della sua vocalità e l'occasione è buona per ripassare anche quella più metal ed epica. E mentre ripensiamo al concerto che abbiamo appena visto, resta la consapevolezza che alla fine è andato tutto bene, che abbiamo assistito a una grande prova di un polistrumentista e cantante straordinario, e che è proprio così che una notte di mezza estate dovrebbe essere per essere perfetta.

mercoledì 14 agosto 2019

Bruce Springsteen - Western Stars

Sono passati sette anni dall'ultimo album di inediti di Bruce Springsteen, perché né High Hopes del 2014, né Chapter and Verse del 2016 erano di fatto dischi di pezzi nuovi. E dopo questa lunga attesa il Boss torna sulle scene con il suo diciottesimo album per il quale sceglie una formula nuova abbandonando completamente l'heartland rock per muoversi verso un country rock ispirato alle band californiane degli anni 70 come gli Eagles o i Creedence Clearwater Revival.

Il titolo stesso Western Stars indica come Bruce abbia spostato verso ovest i propri spunti e le immagine bucoliche che accompagnano il CD anticipano le sonorità che si troveranno nel disco. Il risultato è un album di tredici tracce lente i cui ritmi non si discostano mai dalle atmosfere rilassate del deserto americano. I ritmi lenti del disco sorprendono non poco, ma stupisce anche la presenza massiccia di strumenti ad arco, che non erano così predominanti nei dischi di Springsteen dai tempi di Waitin' on a Sunny Day di The Rising.

Se questa combinazione risulta comunque buona e funziona bene, il disco ha l'innegabile difetto che i pezzi sembrano tutti un po' troppo simili e le sensazioni suscitate dalla traccia di apertura Hitch Hikin' si troveranno poi anche in tutte le altre. Si distinguono solo Sleepy Joe’s Café? per i ritmi leggermente più vivaci, e la ballad There Goes My Miracle caratterizzata da atmosfere più profonde e solenni. Tra i pezzi migliori troviamo anche Tucson Train e Chasin' Wild Horses che sono i due brani in cui gli archi si sentono con maggiore intensità e la title track di cui è stato realizzato un video in ambientazione western.

Chiudono il disco Hello Sunshine, pubblicata in singolo prima dell'uscita dell'LP, che risente di qualche eco di Everybody's Talking di Harry Nilsson e l'acustico Moonlight Motel realizzata con solo piano, chitarra e voce.

In sintesi Western Stars è sicuramente un disco di altissimo livello e perfettamente godibile, ma per apprezzarlo bisogna ascoltarlo con le giuste aspettative. Se ci si aspetta il rock di Born in the U.S.A., qui non c'è. Questo disco non assomiglia a nulla che Springsteen abbia fatto in passato e potrebbe quindi scontentare i fan storici. Ma se lo si approccia con le giuste attese, non si può non considerare che Western Stars dimostra invece come questo settantenne abbia ancora molte strade da esplorare e che anche quelle nuove gli riescono bene come quelle già percorse.

martedì 6 agosto 2019

Le colonne sonore della serie di Men in Black

Il 2019 ha visto l'uscita nelle sale cinematografiche del quarto film della serie di Men in Black, iniziata nel 1997 con l'eponimo film con Will Smith e Tommy Lee Jones. Fin dal primo capitolo la  serie è stata famosa non solo per la parte cinematografica ma anche per le sue celebri colonne sonore.

Contestualmente all'uscita del primo Men in Black sono stati pubblicati due dischi, come all'epoca era abbastanza consueto: il primo intitolato Men in Black: The Score contenente le musiche di Danny Elfman effettivamente presenti nel film e il secondo intitolato Men in Black: The Album che contiene invece dei pezzi cantanti. Il più celebre brano tratto dall'album è sicuramente la title track di Will Smith basata su un campionamento di Forget Me Nots di Patrice Rushen del 1982 e ricordata anche per il celebre video in cui Will Smith balla in sincronia con un gruppo di altri uomini in nero a cui si aggiunge un grosso alieno. Nel disco è presente anche un secondo pezzo di Will Smith intitolato Just Cruisin' e altri dodici brani interpretati da alcuni dei maggiori esponenti della black music dell'epoca, tra cui i Roots, Nas, le Destiny's Child e gli A Tribe Called Quest.


Oltre a quelli di Will Smith i pezzi migliori del disco sono We Just Wanna Party with You di Snoop Doggy Dogg, alla sua ultima uscita discografica prima del cambio di nome in Snoop Doog, basata su un campionamento di Get Down on It di Kool and the Gang, e Dah Dee Dah (Sexy Thing) di Alicia Keys allora sedicenne al suo esordio. Completano in disco due pezzi strumentali di Danny Elfman presenti anche nella score. Ad esclusione delle due tracce di Elfman e della title track, nessuno dei pezzi dei disco compare nel film rendendo di fatto Men in Black: The Album una compilation di black music slegata dal film.

Men in Black fu inclusa anche nel primo album solista di Will Smith intitolato Big Willie Styles uscito pochi mesi dopo il film; nella versione europea dell'album è presente anche Just Cruisin' come bonus track. L'anno dopo entrambi i pezzi sono stati inclusi nel Greatest Hits di DJ Jazzy Jeff & The Fresh Prince, nonostante fossero stati incisi come brani solisti di Smith quando il duo non era più in attività.

Nel 2002, con l'uscita di Men in Black II, Will Smith ripeté l'esperimento di pubblicare la traccia principale della colonna sonora anche sul proprio album solista Born to Reign (e nel 1999 aveva fatto lo stesso con il film Wild Wild West e l'album Willennium). Tuttavia il pezzo Black Suits Comin' (Nod Ya Head) ebbe un approccio meno scherzoso e più serio e aggressivo rispetto alla colonna sonora del primo film, grazie al suono prominente delle chitarre seguendo un percorso musicale già iniziato con Willennium.

Di Men in Black II è stata pubblicato un unico disco intitolato Men In Black II: Music From The Motion Picture che contiene diciotto brani strumentali di Danny Elfman, Black Suits Comin' (Nod Ya Head) di Will Smith e I Will Survive interpretata da Tim Blaney che nel film dà la voce al cane Frank.

Nel 2012 uscì al cinema Men in Black 3 di cui fu pubblicata la colonna sonora dal titolo MIB3 Music by Danny Elfman che come dice il titolo stesso contiene sono i brani strumentali di Elfman. L'unico pezzo cantato che compare nel film è Back in Time di Pitbull che venne pubblicato in singolo, ma non incluso nell'album delle colonna sonora.

Il quarto capitolo della serie intitolato Men in Black: International, il primo e unico fin'ora senza la partecipazione di Will Smith, è uscito nelle sale cinematografiche nel 2019 e contestualmente ne è stata pubblicata la colonna sonora dal titolo Men in Black: International - Original Motion Picture Score che contiene ventisei brani strumentali di nuovo di Danny Elfman, questa volta con la partecipazione di Chris Bacon.


Le colonne sonore di Men in Black sono sicuramente uno dei motivi del successo di questo franchise, e nonostante i capitoli cinematografici siano ad oggi quattro è indubbio che le prime due realizzate da Will Smith abbiano dato il contributo principale a consolidare il marchio di questa fortunata serie che è diventata in breve tempo un'icona degli anni 90 e il cui successo dura ancora più di vent'anni dopo il primo film.

martedì 30 luglio 2019

Hollywood Vampires - Rise

Sono passati cinque anni dall'esordio discografico dello strano supergruppo formato da Alice Cooper, Joe Perry degli Aerosmith e l'attore Johnny Depp, noto con il nome di Hollywood Vampires, che nel 2014 esordì con un album di cover. Questo 2019 vede il ritorno del terzetto con un album dalle ambizioni maggiori intitolatalo Rise e composto tredici pezzi nuovi (di cui quattro interludi) più tre cover.

Il disco parte subito con forza con il potente hard rock di I Want My Now, che dura più di sette minuti. Ma la prima traccia non deve trarre in inganno, se infatti è normale aspettarsi un disco di rock massiccio da questo terzetto, il resto del disco riserverà comunque delle sorprese muovendosi tra stili diversi e alternando anche i vocalist; infatti nonostante Alice Cooper canti la maggior parte dei pezzi cede spesso il microfono agli altri due.

Nel disco troviamo infatti anche un pezzo rock and roll da sapore rétro come Welcome to Bushwackers (che vede la presenza come ospiti di Jeff Beck e dell'attore John Waters) e momenti di stoner rock come in Git from Round Me cantata dal bassista Tommy Henriksen e da Johnny Depp. Verso la chiusura del disco Alice Cooper torna anche ad atmosfere cupe e doom in Mr Spider. La traccia di apertura non è comunque l'unico pezzo energico del disco, infatti sullo stesso stile troviamo anche The Boogieman Surprise e New Threat.

Come anticipato nel disco sono presenti anche tre cover. La prima di queste è il midtempo You Can't Put Your Arms Around a Memory di Johnny Thunders del New York Dolls, qui cantata da Joe Perry che lascia la melodia inalterata ma sostituisce la voce acuta di Thunders con la propria molto più bassa e profonda. La seconda cover è Heroes di David Bowie cantata da Johnny Depp, che nonostante riesca a interpretarla in modo sicuramente dignitoso, dimostra di non essere un vero cantante visto che la parte vocale è notevolmente semplificata (e per verificarlo basta un breve confronto con la versione dei Wallflowers cantata da Jakob Dylan). La terza e ultima cover e People Who Died della Jim Carroll Band in cui al microfono troviamo di nuovo Depp. È comunque curioso constatare che Alice Cooper non canta nessuna delle tre cover e, a parte Git From Round Me, sono proprio questi gli unici pezzi che non lo vedono alla voce.

In conclusione, Rise fa esattamente ciò che ci si aspetta, regalando oltre un ora di hard rock divertente, non troppo ricercato e fatto per piacere al primo ascolto senza pretese di innovazione o sperimentazione; ovviamente va benissimo così perché è proprio questo che un supergruppo deve fare. E se Alice Cooper e Joe Perry sono musicisti esperti e navigati, un plauso particolare va a Johnny Depp che a oltre cinquant'anni grazie agli Hollywood Vampires dimostra di essere un chitarrista in grado di reggere concerti e di registrare un album di livello professionale insieme a gente che vanta oltre quattro decenni di esperienza.

mercoledì 24 luglio 2019

Gianluigi Cavallo - Base Ribelle

Sono passati quattro anni da quando la scena rock italiana è stata travolta dal ritorno discografico di Gianluigi "Cabo" Cavallo, ex frontman dei Litfiba dal 2000 al 2006, con l'album E=MC2 - Essenza di Macchina Cuore Cervello della nuova formazione denominata ilNero. E dopo un lungo tour che ha alternato performance in elettrico a altre in acustico, il 2019 vede finalmente l'uscita del nuovo album del cantante parmense, questa volta firmato con il suo solo nome e cognome e intitolato Base Ribelle.

Il disco è composto di dodici pezzi a cui ha collaborato come assistente anche il figlio Sebastiano, detto Zeb. Come suggerisce il titolo stesso, e come è normale aspettarsi dal passato di Cabo, tutte le tracce dell'album trasudano di un rock puro, genuino e diretto i cui testi parlano spesso della ribellione e del rifiuto dell'omologazione. E se questo aspetto era facilmente intuibile anche prima dell'ascolto, il disco presenta anche molti lati inattesi, come la sperimentazione e la contaminazione di musica etnica con cui Cabo ha arricchito la propria produzione.

L'uscita dell'album è stata preceduta dalla pubblicazione di due tracce che hanno dato un assaggio di quello che si trova nel disco intero con pezzi ricchi di riff di chitarra e con melodie che valorizzano appieno la straordinaria voce baritonale di Cabo. I primi due brani pubblicati sono stati Di Questo Mondo, che è il pezzo più pesante dell'intero album caratterizzato da suoni pesanti ai confini con il metal e con spruzzate di grunge nello stile di In Utero sul ritornello, e il midtempo Leggero che invece si muove su atmosfere più raccolte e distantissime da quelle del pezzo precedente.

Sonorità aggressive da heavy metal si trovano anche in Il Crocevia dei Miracoli ed E Fuoco Sia, impreziosita dai vocalizzi in stile gitano dello stesso Cabo prima e dopo l'ultimo ritornello. Tra i pezzi "d'assalto" troviamo anche Faccia al Vento, grintoso hard rock che cita anche uno stralcio di un'intervista a Giovanni Falcone sul non rimanere prigioniero della paura.


Nel disco spiccano anche alcuni pezzi influenzati dallo stoner rock dalla velocità non troppo elevata e che risultano anche essere quelli che mettono più in luce le capacità vocali di Cabo. Tra questi troviamo Destino, Sei e Orizzonte che è uno dei momenti più interessanti del disco grazie alle sua mescolanza di stoner, psichedelia e influenze mediterranee.

Come anticipato, non mancano momenti più melodici come il midtempo Quello Che Ho, anch'essa influenzata dal med rock, e l'etera Nuvole ricca di venature new wave e synth pop. Completano il disco il rock and roll della title track, introdotta da una citazione del compianto presidente Sandro Pertini sull'importanza del seguire i propri ideali per distinguersi dalla massa, e la lenta e profonda traccia di chiusura Le Nostre Verità.

In conclusione questo album è sicuramente una delle uscite migliori di questo 2019, grazie a dodici tracce ricche di spunti diversi che meriterebbero tutte una pubblicazione in singolo. Che Cabo fosse uno dei migliori autori e interpreti del rock italiano è noto fin da Elettromacumba, ma con questo album, che è il suo primo da solista, ha sicuramente alzato l'asticella dando pieno sfogo alla sua creatività. Base Ribelle è un assoluto capolavoro di rock, l'ennesimo della carriera di Cabo, e ora non resta che aspettare di poter sentire la potenza di questi pezzi deflagrare dal vivo nel prossimo tour.

martedì 9 luglio 2019

L'omicidio di Big L

Il mondo della musica hip-hop è spesso funestato dalle morti premature, e spesso violente, dei suoi rappresentanti più noti. Dopo Tupac e Notorious B.I.G., ma prima che questa assurda lista proseguisse con Jam Master Jay e molti altri, anche il rapper newyorkese Big L morì in circostanze mai chiarite sotto i colpi sparati da un anonimo aggressore.


Il vero nome di Big L era Lamont Coleman, ed era nato ad Harlem nel 1974. Il suo primo album intitolato Lifestylez ov da Poor & Dangerous era stato pubblicato nel 1995, il secondo sarebbe uscito nel 2000 con il titolo di The Big Picture, ma Coleman non fece in tempo a vederlo pubblicato perché il 15 febbraio del 1999 fu freddato da nove colpi di pistola alla testa e al tronco sparatigli da un auto in corsa a un solo isolato dalla casa dove viveva con la madre.

La sera prima la donna, dopo essere tornata dal lavoro, chiese al figlio di andare a comprare dei dolci per poter festeggiare insieme San Valentino. Il rapper uscì per andare a un negozio all'angolo a comprare per la madre degli snack alle arachidi e al cioccolato, e dopo averli portati in casa uscì di nuovo. La madre non lo vide mai più in vita, in quanto andò a dormire prima che il figlio tornasse e quando il giorno dopo tornò dal lavoro non lo trovò a casa. Non sapremo mai, pertanto, da dove stesse tornando Big L dopo le otto di sera e quanto tempo stette fuori casa quando fu ucciso davanti al complesso residenziale noto come Savoy Park al numero 45 di West 139th Street, ad Harlem.

Tutte le ricostruzioni giornalistiche che si trovano in rete parlano di drive-by shooting, ma in realtà non ci sono testimoni oculari dell'accaduto. La prima testimonianza oculare della morte di Big L è quella del rapper Showbiz del duo Showbiz & A.G. che si stava allontanando da New York per il compleanno della fidanzata quando fu raggiunto da una telefonata che lo informava della morte di Big L. Showbiz arrivò sulla scena poco dopo, e vide l'amico e collega steso a terra senza vita. La polizia fu avvisata da una telefonata anonima e arrivò sul luogo della sparatoria alle 20:30 e non potè che constatare che Big L era dead on arrival.

Tre mesi dopo, la polizia arrestò il ventinovenne Gerard Woodley in relazione alla morte del rapper. Tra l'altro i due erano amici di lunga data ed esiste anche una foto che li ritrae insieme. Secondo una portavoce della polizia di New York, Woodley, che era già stato arrestato per due casi di omicidio nel 1990 e nel 1996 senza mai venir condannato, potrebbe aver agito per vendicarsi contro il fratello di Big L, Leroy Phinazee detto Big Lee, che nel 1999 si trovava in carcere, forse per un debito mai pagato. Tuttavia Woodley fu rilasciato poco dopo per assenza di prove e ad oggi l'omicidio resta insoluto.

Big L è il primo a sinistra, Woodley è il primo a destra.

A complicare il mistero già sufficientemente fitto sulla morte di Big L, nel 2002 anche Phinazee fu ucciso da colpi di arma da fuoco sparati da un aggressore mai identificato nello stesso quartiere in cui fu ucciso il fratello. Nonostante non ci siano collegamenti evidenti tra i due omicidi, la madre dei due sostiene che Leroy sia stato ucciso perché stava indagando privatamente sulla morte di Big L.

Incredibilmente la scia di morti sospette in questo strano caso è proseguita nel 2016, quando anche Gerard Woodley rimase ucciso in una sparatoria davanti al numero 106 di West 139th Street, la stessa strada in cui morì Big L, il 23 di giugno poco dopo le 23. La polizia fu chiamata dai vicini che sentirono tre spari in rapida successione, Woodley fu portato all'ospedale dove morì poco dopo. Essendo comunque passati diciassette anni tra i due eventi, gli inquirenti ritengono che non ci siano legami tra la morte di Woodley e quella di Big L.

Purtroppo la famiglia di Big L è stata colpita da un'altra morte violenta il 24 giugno del 2019, quando anche il nipote di Big L, che come il padre si chiamava Leroy Phinazee  fu ucciso in una sparatoria mentre usciva da un negozio di alimentari all'incrocio tra 137th Street e Lexington Avenue. L'uomo, che aveva ventinove anni, fu raggiunto da due proiettili: uno alla spalla e uno al collo. L'assassino lo aveva seguito e lo stava aspettando fuori dal negozio. Anche in questo caso l'omicidio non è legato a quello del rapper, ma più probabilmente a un altro omicidio simile avvenuto la settimana prima nel quartiere di Inwood (a nord di Manhattan) in cui un uomo fu ucciso in circostanze simili al giovane Phinazee.

A seguito della sua prematura scomparsa, la discografia di Big L si è sviluppata ovviamente solo dopo la sua morte, con altri tre album postumi oltre a The Big Picture e varie compilation che contengono versioni nuove di pezzi presenti sugli album e registrazioni con le crew dei D.I.T.C. e dei Children of the Corn.

Nonostante la sua vita molto breve, Big L è considerato uno dei pionieri e dei fondatori dell'horrorcore, genere che mischia immaginario horror e musica hip-hop e che vede tra i suoi esponenti più importanti gruppi come gli Insane Clown Posse e i Mobb Deep. Big L si aggiunge alla lunga e desolante fila di artisti rap morti troppo presto, e anche in questo caso non sapremo mai quali successi avrebbe raggiunto se avesse avuto il lusso di vivere più a lungo.

lunedì 1 luglio 2019

Marko Hietala - Mustan Sydämen Rovio

Il 2019 vede l'esordio discografico da solista del bassista dei Nightwish Marko Hietala. La band finlandese è nota soprattutto per le straordinarie doti canore delle tre vocalist che si sono avvicendate come frontwoman, ma non va dimenticato che Hietala esegue tutte le voci maschili ed i cori sin da Century Child del 2002 ed è quindi l'unico e vero quarto cantante della band.

L'album solista di Hietala si intitola Mustan Sydämen Rovio ed è composto da dieci tracce cantate interamente in finlandese, aspetto che dona un tocco particolare al disco che manca alle incisioni dei Nightwish. Inoltre la musica solista di Marko si distanza notevolmente dal metal della band per assestarsi su un hard rock ricco di spunti diversi ma lontanissimo dal lirismo dei Nightwish.

L'album parte fortissimo con l'energica e maestosa Kiviä in cui Hietala dà subito una forte prova delle qualità della sua voce. Subito dopo troviamo Isäni ääni, la prima delle sei ballad del disco che rallenta i ritmi. Con la terza traccia Tähti, hiekka ja varjo troviamo marcate suggestioni elettroniche da AOR ottantiano che donano sonorità patinate molto lontane dal suono delle due tracce di apertura, ma che ritroveremo in abbondanza in altri pezzi. Sulle stesse atmosfere troviamo ad esempio Vapauden kuolinmarssi e la ballad Laulu sinulle. Come anticipato il disco è ricco di ballad e oltre a quelle già menzionate troviamo l'onirica Minä olen tie e Unelmoin öisin oltre a Kuolleiden jumalten poik che alterna strofe leggere a ritornelli più pesanti.

Completano il disco due pezzi dal sapore folk quali la grintosa Juoksen rautateitä e la ballad Totuus vapauttaa che chiude il disco.

Il primo album di Marko Hietala è in sintesi un ottimo disco che convince e intrattiene dal primo all'ultimo pezzo, ricco di contaminazioni diverse e che stupisce per quanto Hietala si sia allontanato da quanto fatto in passato. Mustan Sydämen Rovio piacerà ai fan dei Nightwish ma anche ai rocker di ogni genere e centra perfettamente l'obiettivo dei disco solisti, cioè quello di dar modo ai musicisti di esprimersi anche in stili diversi da quelli delle loro band.

venerdì 21 giugno 2019

Pubblicata una registrazione inedita di Freddie Mercury? Non proprio.

Da alcuni giorni si legge sulle maggiori testate che sarebbe stata pubblicata una traccia inedita di Freddie Mercury intitolata Time Waits for No One. In realtà le informazioni su di essa sono moto confuse e spesso errate, proviamo quindi a chiarire cosa è stato pubblicato e perché non si tratta di una registrazione inedita.

Anzitutto la traccia è una versione nuova di quella pubblicata con il titolo Time nel concept album (e colonna sonora del musical omonimo) dallo stesso titolo di David Clark del 1986. Come spiegato dallo stesso David Clark alla BBC in occasione della pubblicazione della nuova versione, quando registrarono Time negli studi di Abbey Road Freddie registrò dapprima la propria linea vocale accompagnato solo dal piano suonato da Mike Moran. Alla prima registrazione furono poi sommate altre 48 tracce vocali per arrivare alla fine alla sovrapposizione di 96 tracce tra quelle vocali e quelle strumentali che compongono la versione presente sull'album. Anni dopo Clark chiese agli ingegneri che lavorano con lui di trovare la registrazione originale di Mercury, ma non essendo possibile trovarla dovettero isolarla partendo dalla registrazione che finì nel disco. Solo nel 2017 riuscirono finalmente a isolare la registrazione originale composta da piano e voce.

Contrariamente da quanto si legge in rete (anche su siti autorevoli come la stessa BBC) Mike Moran non ha registrato di nuovo la propria parte al piano, ma quella che accompagna Freddie nella traccia da poco pubblicata è proprio la registrazione originale del 1986.

Anche il video nuovo pubblicato insieme all'audio è stato ottenuto isolando l'immagine di Freddie Mercury dal video originale e spesso stringendo le inquadrature su di lui anziché riprendere il coro e la scenografia come nella versione originale.


Time Waits for No One non può quindi essere considerata una registrazione inedita, ma una nuova versione di un pezzo già edito a cui sono state tolte delle parti. Questa nuova versione è comunque un capolavoro al pari di quella edita in passato e valorizza la voce di Freddie come forse la versione originale non faceva.

Inedita o no, resta comunque una perla di musica la cui riscoperta è in ogni caso molto preziosa.

giovedì 20 giugno 2019

Def Leppard + Whitesnake - Assago, 19/6/2019

Tra i miei gruppi preferiti che non avevo mai visto dal vivo ce n'era uno che occupava un posto particolare, perché il desiderio di vedere un live del leopardo sordo guidato da Joe Elliot era veramente molto alto. E quindi appena uscito il calendario dei concerti del 2019 è partito l'assalto alla pagina web di TicketOne per assicurarsi un posto nel parterre, quello dove fa caldo e non c'è neanche un centimetro per respirare, ma da dove il concerto si vive appieno vicino al palco. La locandina riportava che ci sarebbero stati anche i Whitesnake come very special guest perché ovviamente non si tratta di un gruppo di apertura e quindi il concerto in realtà ha un doppio headliner.

Causa un incidente in tangenziale il percorso che ci conduce al Forum è particolarmente impervio tra la periferia Milanese più degradata, ma poco male: arriviamo in anticipo e senza fretta. Appena entriamo ci troviamo immersi nella folla che quando alle otto precise vede i Whitesnake aprire lo spettacolo è già accalcata per accogliere i propri idoli. La band di Coverdale parte fortissimo con Bad Boys dal loro album più famoso e prosegue subito dopo con Slide It In, per poi procedere attingendo principalmente dai loro album della fase hair metal.

Coverdale esegue quasi tutta la sua performance sulla parte di palco che si estende in mezzo al pubblico, stando quindi vicino ai fan e lontano dal resto della band. Nonostante gli anni che passano il vocalist tiene la scena alla grande, e la sua voce trova riposo solo dopo mezz'ora quando i due chitarristi Reb Beach e Joel Hoekstra si cimentano in un guitar duel e quando poco dopo Tommy Aldridge regala un assolo di batteria, dapprima con le bacchette e poi a mani nude. La band esegue solo due pezzi dal'ultimo album Flesh & Blood, quali Shut Up & Kiss Me e Hey You, e tiene sapientemente le ballad come Is This Love e Here I Go Again per la chiusura dello show.

Quando Coverdale presenta la band il pubblico esulta per il nostrano Michele Luppi alle tastiere, e anche quando il sestetto saluta il pubblico prima di lasciare il palco ai Def Leppard la folla scandisce ancora il nome di Michele a rimarcare che l'eccellenza italiana va apprezzata e sostenuta.

Dopo un'ora sembra di aver appena assistito a un concerto fantastico, ma forse non sappiamo che ciò che sta per arrivare sarà ancora meglio. Perché se i Whitesnake sono grandiosi, i Def Leppard sono di un altro pianeta.

Il gruppo di Elliot parte subito con due grandi classici come Rocket e Animal e il tuffo nel passato prosegue con Let It Go e When Love and Hate Collide. Anche i Def Leppard si concentrano principalmente sulla fase AOR della loro carriera eseguendo ben sei pezzi da Hysteria e tre da High 'n' Dry.

La performance della band è stellare dall'inizio alla fine, con i quattro musicisti che non sbagliano un colpo nelle musiche e nei cori, e con le inquadrature sui maxischermi che indugiano spesso sull'eroico batterista Rick Allen che viene accolto da applausi ogni volta che appare sui video.

Joe Elliot coinvolge il pubblico tantissimo, invitandolo a cantare con lui e a eseguire i cori, tanto che non sembra di essere il pubblico che assiste a uno spettacolo, ma parte dello spettacolo stesso. La band è semplicemente perfetta per tutte le quasi due ore del concerto in cui il meglio del proprio repertorio più la cover di Rock On di David Essex e uno snipped di "Heroes" di David Bowie all'interno di Hysteria (e qualcuno accanto a noi commenta il pezzo del Duca Bianco è talmente inflazionato che una cover di "Heroes" l'ha fatta anche mia nonna).

L'energia della musica si ferma solo per Two Steps Behind eseguita in acustico, per la quale anche Elliot imbraccia la chitarra. Il concerto termina con Pour Some Sugar on Me, Rock of Ages e Photograph e al termine dell'encore il pubblico applaude unanime la band che saluta Milano dopo un concerto strepitoso.

Mentre usciamo dal Forum e ci infiliamo nel trafficatissimo parcheggio riflettiamo sul fatto che i Def Leppard sono stati davvero fenomenali: suono pulito e potente e coinvolgenti come nessun altro. Magari qualche pezzo dal primo album On Through the Night (quello dal suono un po' più metallico degli altri) ci sarebbe stato bene, ma va bene anche così! Perché in realtà questa sera è andato bene tutto e ora on through the night ci tuffiamo davvero consapevoli che quella che abbiamo appena visto è una delle migliori band al mondo e che dal vivo sono una vera forza della natura.

lunedì 10 giugno 2019

I b-side dei Doors

Durante la loro carriera discografica, che si estende tra il 1967 e il 1978, i Doors hanno pubblicato nove album in studio e oltre venti singoli, e tra i b-side che hanno accompagnato le loro hit più famose su vinile solo tre non sono mai stati pubblicate all'interno degli album.

Il primo di essi risale al 1969 e si intitola Who Scared You, b-side di Wishful Sinful tratto dal The Soft Parade. Il brano è stato scritto da Jim Morrison e Robby Krieger ed è un pezzo di rock psichedelico ricco di contaminazioni di jazz fusion, come nello stile di The Soft Parade di cui è coevo, nel brano non mancano infatti lunghe parte strumentali tra i ritornelli e le strofe.

Il secondo b-side mai pubblicato su un album risale invece al 1971 ed è la cover di (You Need Meat) Don't Look No Further di Willie Dixon incisa per la prima volta da Muddy Waters nel 1956 con il titolo Don't Go No Farther. La versione dei Doors è stata pubblicata come b-side di Love Her Madly dall'album L.A. Woman ed è l'unica registrazione in studio della band ad essere cantata da Ray Manzarek prima della morte di Jim Morrison, il quale in questo caso non ha avuto alcun ruolo nelle registrazioni.

L'esecuzione canora di Manzarek non ha comunque nulla da invidiare al suo più noto collega (come in futuro avrebbe ampiamente dimostrato negli album registrati dopo la morte di Morrison), rispetto all'esecuzione di Muddy Waters il pezzo mantiene le atmosfere blues, ma aggiunge le stesse connotazioni di blues rock che contraddistinguono L.A. Woman rendendolo in generale un po' più grintoso e ovviamente Manzarek canta su note più alte rispetto a quelle di Muddy Waters.

Il terzo e ultimo dei tre brani mai pubblicati in album è Treetrunk del 1972, pubblicato come b-side di Get Up and Dance tratto da Full Circle, secondo e ultimo album pubblicato dalla band con Manzarek e Krieger alla voce dopo la prematura scomparsa di Jim Morrison. Il pezzo è sorprendentemente pop e orecchiabile ed è stato escluso dal disco proprio per l'approccio diverso rispetto a quello di ogni altra registrazione del gruppo.

Who Scared You e (You Need Meat) Don't Look No Further comparvero per la prima volta in un 33 giri nel 1972, nella compilation Weird Scenes Inside the Gold Mine. In seguito Who Scared You fu inserita nel cofanetto quadruplo The Doors: Box Set del 1997 (anche se in una versione accorciata), mentre (You Need Meat) Don't Look No Further trovò la sua prima pubblicazione in CD nella raccolta Perception composta da 12 dodici dischi che raccolgono i primi sei album della band con l'aggiunta di outtakes e tracce extra.

Treetrunk fu invece pubblicata in un album solo nel 2010, nell'edizione in CD a doppio disco di Other Voices e Full Circle e da allora è stata inclusa solo in un altra compilation: il cofanetto The Singles Box destinato al mercato giapponese del 2013.

Questi tre sono sicuramente brani meno noti della ricca discografia dei Doors, tuttavia il fatto che si tratti di pezzi di gran livello conferma il fatto che anche i brani scartati da Doors sono capolavori di rock dallo stile inconfondibile così come le loro tracce più note.

lunedì 3 giugno 2019

B.B. King - In London

Seguendo l'esempio della Chess Records, che nei primi anni 70 per quattro volte realizzò album unendo la musica del blues di Chigago a quella della swinging London, anche la ABC Records tentò la stessa strada registrando un album nel vecchio continente per il loro bluesman più importante, nonché uno dei più famosi al mondo quale il leggendario B.B. King.

L'album che nacque da questa sperimentazione si intitola In London ed è stato pubblicato nell'autunno del 1971. Il disco è composto da nove tracce a cui B.B. King presta la voce e la chitarra; oltre a B.B. la formazione dell'album vede nomi di spicco della scena inglese tra cui Ringo Starr (che lo stesso anno partecipò anche a The London Sessions di Howlin' Wolf), Alexis Korner, Steve Winwood e Greg Ridley, Steve Marriott e Jerry Shirley degli Humble Pie.

Il disco contiene cinque cover di brani classici tratti dal repertorio storico della black music americana reinterpretati nello stile del white blues di Londra oltre a quattro inediti scritti per l'occasione da alcuni dei musicisti coinvolti nelle sessioni di registrazione. La traccia di apertura è la cover di Caldonia di Louis Jordan, originariamente pubblicata nel 1945, di cui mantiene lo stile del jump blues condendolo con sonorità più moderne. Nel disco è presente una seconda cover di Louis Jordan dello stesso anno, ovvero la ballad We Can't Agree. Le seconda traccia dell'album è la cover di Blue Shadows di Lowell Fulson del 1950 che B.B. King accelera notevolmente e canta con uno stile più vicino al rock and roll allontanandosi dalla atmosfere jazz del pezzo originale. Nel disco è presente anche una cover di Part Time Lover di Clay Hammond del 1963 e anche in questo caso King stravolge il pezzo donando una grinta e una velocità del tutto assenti nella ballad soul originale. L'ultima cover è la traccia di chiusura Ain't Nobody Home di Howard Tate del 1966 di cui King mantiene le atmosfere R&B a cui aggiunge suoni più patinati e un tocco di gospel grazie al coro sul ritornello.

Il primo dei quattro inediti è la ballad Ghetto Woman, che come suggerisce il titolo stesso è il pezzo dell'intero disco che più attinge dal blues d'oltreoceano. Tra i pezzi nuovi troviamo anche la strumentale Alexis Boogie scritta dal chitarrista Alexis Korner che vede una massiccia presenza dell'armonica suonata da Steve Marriott, la veloce ed energica Power of Blues in cui B.B King dà sfoggio più che altrove della sua potenza vocale e la strumentale Wet Hayshark.

Nonostante In London non sia tra i dischi più celebri di B.B. King è sicuramente uno dei migliori della sua discografia grazie alla sua capacità di mischiare i classici a uno stile più moderno e di interpretare pezzi scritti appositamente per lui da alcuni dei migliori musicisti europei del tempo. In London merita sicuramente di essere riscoperto, perché tutte le tracce sono di altissimo livello, alternano stili musicali molto diversi tra loro e mostrano come un grande musicista come B.B. King si sia adattato a situazioni diverse con grande disinvoltura.

lunedì 27 maggio 2019

Myrath - Shehili

I tunisini Myrath sono una delle realtà più fresche e creative del panorama metal attuale sin dalla pubblicazione del loro primo album Hope del 2007. A maggio di quest'anno la band capitanata da Zaher Zorgati è tornata con un nuovo album intitolato Shehili che segue il precedente Legacy del 2016.

L'uscita dell'album è stata preceduta dalla pubblicazione del video del primo singolo Dance. E se il video di Believer di Legacy era ispirato a Prince of Persia, il nuovo video è ispirato al gioco da tavolo Tales of Arabian Nights e vede la band ricorrere alla stessa macchina del tempo di Believer per liberare la città di Samarcanda dalla dittatura del Sultano Omar e riportare nel mondo reale un ragazzino rimasto intrappolato in quel mondo fantastico. Dal punto di vista musicale Dance dà un primo assaggio di ciò che si troverà all'interno dell'LP: da un lato la band ripropone la propria mescolanza di power metal e suoni etnici della propria terra, ma questa volta perfeziona la formula, rinunciando a molte delle venature prog che contraddistinguevano Legacy e atterrando su un suono più semplice e di più facile ascolto, in cui le sonorità folk hanno un ruolo maggiore.

Contestualmente all'uscita dell'album è stato pubblicato il video del secondo singolo No Holding Back che prosegue nella narrazione del video precedente con la band su un vascello ad aiutare il bambino nella fuga dai messi del Sultano che lo vogliono imprigionare, il video termina con il gruppo che porta il Sultano nel mondo reale e lascia il dubbio se la storia si sia conclusa oppure no.


L'album è composto da dodici pezzi che si lasciano ascoltare divertendo e convincendo sotto ogni aspetto dal primo all'ultimo pezzo, regalando una mistura sonora dagli ottimi risultati. Trattandosi di un disco che rasenta la perfezione è difficile individuare brani migliori di altri; in ogni caso la parte migliore delle melodie sembra essere stata lasciata dalla band sapientemente nella seconda metà del disco in cui troviamo la bellissima Monster In My Closet che è forse quella in cui le sonorità si fanno più dure che altrove. Appena dopo si trova un altro pezzo di ottima fattura, quale la ballad Lili Twil in cui il cantante Zaher Zorgati dà sfoggio delle proprie doti canore più che altrove alternando il canto in stile arabo a quello più tradizionale con grande maestria. Sonorità simili si trovano anche in Darkness Arise, mentre momenti più melodici caratterizzano le ballad Stardust, più tradizionale, e Mersal ricchissima di suoni orientali e in cui Zorgati (così come nella già citata Lili Twil) canta parte delle strofe in arabo.

Il disco si chiude con la title track che aggiunge anche chitarre da flamenco e flauti al potente intreccio di power metal e musica araba in un capolavoro musicale che trascende generi e tradizioni. La versione giapponese dell'album è impreziosita, come spesso accade, dalla presenza di una bonus track quale una diversa versione di Monster In My Closet cantata in giapponese.

Se fino ad ora i Myrath avevano composto ottimi album senza mai sbagliarne uno, con Shihili superano sé stessi, realizzando il miglior disco della propria carriera musicale contraddistinta da un suono unico al mondo e incredibilmente ricco. Il panorama dell'oriental metal vede altre band che realizzano esperimenti simili a quelli dei Myrath (tra cui ad esempio gli israeliani Orphaned Land) ma il suono della band di Ez-Zahra è sicuramente il più vario e versatile e grazie a questo nuovo disco il quintetto si proietta a pieno titolo tra i migliori del pianeta, non solo nell'ambito dell'oriental metal, ma del metal di ogni genere.

sabato 18 maggio 2019

Giacomo Voli - Cremona, 17/5/2019

Data fissata in calendario già da più di un mese, appena dopo aver letto tra gli eventi di Giacomo Voli che il 18 maggio si sarebbe fermato a Cremona. Non sapevo dove fosse il Nelson Pub, per me è un po' fuori dal giro, ma imposto il navigatore e si parte tra il freddo e la pioggia di questo strano mese di presunta primavera.

Il locale è piccolo è raccolto, con un bellissimo soffitto a volta con mattoni a vista che trasuda il rock and roll delle cantine americane tanto che viene voglia di voltarsi per vedere se appoggiati al bancone a bere una birra non ci siano anche Jim Morrison e Ray Manzarek.

Prima che inizi il live Giacomo gira tra il pubblico che si fa sempre più numeroso, come se non fosse il vocalist della band metal più blasonata del nostro paese ma un amico che ha organizzato una festa e invitato un po' di altri amici. Il live inizia verso le 22:30; si parte con Don't Stop Me Now  dei Queen, si procede con Hold the Line dei Toto e Eye of the Tiger dei Survivor che lascia un po' sorpresi, non essendo uno di quei pezzi che di norma si ascoltano agli acustici, ma il Re Mida della musica che abbiamo davanti riesce alla grande ad trasformare in questo stile uno dei brani di AOR più iconici di sempre. Tra un pezzo e l'altro Giacomo condisce la musica con qualche racconto personale, spiegando perché è legato ai pezzi che esegue e proprio per Eye of the Tiger narra come il giro di chitarra così aggressivo lo abbia colpito fin da bambino.

Il nostro vocalist alterna tastiera e chitarra mentre esegue pezzi presi dal repertorio rock di ogni genere dagli anni 60 ad oggi, passando con disinvoltura dai Beatles agli U2 e dai Deep Purple a Gethsemane di Jesus Christ Superstar per la quale racconta di essere più legato alla versione di Ian Gillian che a quella più celebre di Ted Neeley

Vorrei un caffè e mi volto per vedere se riesco a chiamare il cameriere, ma il pubblico dietro di me è molto più nutrito di quanto avessi capito e forma una barriera umana. Ottimo! Questo grande talento che si sta esibendo merita un pubblico numeroso, e pazienza se il caffè dovrà aspettare. Anzi, il locale è talmente gremito che un ragazzo mi chiede se si può sedere in un posto vuoto al mio tavolo e ça va sans dire che la risposta sia positiva, perché il rock unisce, aggrega e un gesto di amicizia non si nega a nessuno.

Intanto sul palco Giacomo non sbaglia un colpo, l'esecuzione è perfetta sia musicalmente che vocalmente e ogni pezzo è condito con un po' di gusto personale del nostro Voli che adatta i brani all'acustico con grande maestria. Gli assoli vengono spesso sostituiti da vocalizzi, ed essendo Giacomo uno dei migliori vocalist del pianeta il risultato è sorprendente quanto interessante e viene da chiedersi se forse i pezzi non siano più belli così di come erano in origine.

Tra i pezzi in scaletta ne troviamo anche I Don't Want To Miss a Thing e Dream On degli Aerosmith e Black Hole Sun dei Soundgarden e Giacomo non può trattenere un ringraziamento a Steven Tyler e Chris Cornell per il loro contributo alla storia della musica e per le loro composizioni.

Circa mezzora dopo la mezzanotte il mixerista fa segno che c'è tempo solo per altri due pezzi. Peccato, dobbiamo rinunciare a Rock And Roll, il brano di Giacomo Voli di cui anche i Led Zeppelin hanno fatto una cover (...okay, forse non è proprio così, ma fa niente... o forse non era così fino a qualche anno fa e adesso sì).

Finito il concerto il pubblico ancora gremito non accenna ad allontanarsi ed attornia Giacomo per scambiare due parole o magari sentire qualche aneddoto da questo ragazzo che nonostante la giovane età ha esperienza da vendere.

Risaliamo in macchina, maltempo e freddo non se ne sono andati, ma ripartiamo con la consapevolezza che valeva la pena sfidare ogni goccia di pioggia per assistere al concerto di un grande artista, in una bellissima location e con un pubblico caldissimo che in questa serata non poteva mancare.

martedì 30 aprile 2019

Intervista a Sandro Di Pisa

Sandro Di Pisa è uno dei principali jazzisti del nostro paese e da decenni alterna l'attività di musicista a quella di divulgatore. Per parlare dei suoi ultimi dischi e della sua lunga carriera musicale, Di Pisa ha accettato la nostra proposta di un'intervista che pubblichiamo di seguito.

Ringraziamo Sandro Di Pisa per la sua cortesia e disponibilità.


125esima Strada: Ciao Sandro e grazie per il tempo che ci stai dedicando. Partiamo dal tuo nuovo album Tutto (da) solo, essendo tu un jazzista è strano che tu abbia deciso di fare un album di canzoni. Come è nato questo disco?

Sandro Di Pisa: L'estate scorsa ho avuto un'improvvisa esplosione creativa di tipo cantautorale che ha sorpreso anche me. Ero a casa per un periodo di convalescenza e quasi ogni mattina mi svegliavo con una nuova canzone in testa, praticamente quasi già completa di testo e musica. In pochissimo tempo ne realizzavo l'arrangiamento orchestrale, poi registravo e mixavo. Tutto senza l'aiuto di altri musicisti o produttori, come si può intuire dal titolo dell'album. Ci ho preso così tanto gusto che ho deciso di completare anche alcune mie idee giovanili che non si erano mai concretizzate, e arrivato a dodici brani ho sentito l'esigenza di pubblicare. Sentivo che dovevo farlo e subito, che dovevo assolutamente raccontarmi con queste canzoni. Ora capisco cosa intendono i critici quando parlano di "urgenza espressiva dell'artista".


125esima Strada: Il mio pezzo preferito del disco è Daunizzeuèi per via delle influenze da soft rock. Che storia c'è dietro a questo pezzo?

Sandro Di Pisa: L'idea di Daunizzeuei è la più antica di tutte: nasce quando ero un adolescente che cominciava a strimpellare la chitarra. A quei tempi ascoltavo anche gruppi e cantautori britannici, o della west coast americana, e mi divertivo a cantare scimmiottando le sonorità della lingua anglosassone. Ora ho rielaborato il testo in "finto inglese" e ho realizzato delle armonie più raffinate, mantenendo però quelle sonorità tipicamente "anni '70".


125esima Strada: Un paio di anni fa hai deciso di reinterpretare Jesus Christ Superstar sostituendo le chitarre alle voci. Come è nato il tuo Jesus Christ Superguitar?

Sandro Di Pisa: Anche Jesus Christ Superstar è una componente del mio DNA musicale primordiale. Da ragazzino per molti mesi non feci altro che ascoltare questa sublime opera rock, anche perché era l'unica audio cassetta che possedevo. Perciò ricordo a memoria ogni dettaglio delle orchestrazioni. Siccome mi piacciono le imprese folli e impossibili, ho trasferito integralmente l'opera sulle corde di una o di più chitarre, identificando ogni personaggio con uno strumento diverso: Gesù=chitarra jazz, Giuda=chitarra rock, Maddalena=chitarra classica, Apostoli=guitar synth e così via.


125esima Strada: Tu sei noto anche per il tuo canale YouTube e per la tua tecnica di divulgazione nota come Ri-didattica. Come ti è venuta l'idea di divulgare la teoria musicale in questo modo?

Sandro Di Pisa: Insegno da tanti anni - non solo chitarra moderna, ma anche armonia, teoria musicale e storia del jazz - e l'ho sempre fatto con la stessa passione e lo stesso approccio "umoristico" che metto quando faccio concerti dal vivo. Perciò è stato naturale ideare le "Canzoni che spiegano se stesse" che hanno avuto tanto successo in rete: un modo divertente e immediato per comprendere le strutture e gli stili musicali, che tra l'altro è diventato anche uno spettacolo live. Così ho teorizzato questa nuova disciplina, la "Ri-didattica musicale", che non significa solo didattica per ridere, ma anche nuova didattica. Col progetto, forse un po' folle e utopistico, di riscrivere in questa chiave tutta la storia e la teoria musicale.


125esima Strada: Come è nata la tua passione per il jazz?

Sandro Di Pisa: Nei primi anni '80, un concerto al mitico Capolinea di Milano. Un quartetto di bravissimi jazzisti afroamericani dei quali non saprei assolutamente dirti i nomi, perché ero lì quasi per caso e non sapevo ancora niente di jazz. Rimasi fulminato: capii la grande varietà e libertà creativa consentita dall'improvvisazione e dall'ascolto reciproco tra i suonatori. Dopo quella sera mi buttai a capofitto nel jazz e cominciai a studiare musica seriamente. Non ho più smesso.


125esima Strada: Il jazz ha molte sfaccettature e stili diversi, il tuo sembra essere vicino al cool jazz. Ti riconosci in questa definizione?

Sandro Di Pisa: Non amo molto le etichette applicate agli stili di musica, anche perché mi piace mischiarli. Potrei definirmi come un chitarrista traditional/swing/be-bop-/cool/latin/mediterranean/fusion... Comunque sì, se per cool intendi "rilassato", mi piace.


125esima Strada: Chi sono i musicisti che ti hanno influenzato di più durante la tua carriera?

Sandro Di Pisa: Come si fa a dirlo? Ci vorrebbero duecento pagine. Da ragazzo mi piaceva il prog-rock, soprattutto i Genesis. Ricordo anche il primo Pino Daniele, che per me è stato un anello di congiunzione tra la canzone pop e le sonorità jazz-blues. Poi tra i chitarristi jazz uno su tutti: Wes Montgomery. Ma anche tutti gli altri grandi del novecento, da Django Reinhardt a Jim Hall a Pat Metheny. E i grandi del jazz di ogni periodo e di ogni strumento, da Duke Ellington a Mingus, da Miles Davis a Bill Evans e mille altri. E le centinaia di musicisti con cui ho suonato. E Bach, Chopin, Rossini, Jobim, Frank Zappa, Stevie Wonder, Fred Buscaglione... Tutti quelli che ho ascoltato in qualche modo mi sono entrati dentro, per questo quando compongo o mentre improvviso ogni tanto ne cito qualcuno.

Perché no? Persino... Orietta Berti.


125esima Strada: E chi sono invece i tuoi preferiti di oggi?

Sandro Di Pisa: Devo ammettere che non saprei farti dei nomi. Più vado avanti, più ascolto cose sempre più antiche. Ci trovo dentro molte più novità.


125esima Strada: Il jazz oggi in Italia è relegato a una nicchia e sommerso da altri generi musicali più popolari. Quale pensi potrebbe essere una strategia per aumentarne la diffusione?

Sandro Di Pisa: Non solo in Italia, purtroppo. Il jazz è musica di nicchia, anche se io da anni tento di spiegare che non è poi così difficile capirlo, basterebbe avere un po' di cultura e di abitudine ad usare le orecchie. I media però ci spingono ad ascoltare la musica in modo sempre più superficiale e frettoloso, abbinandola quasi sempre a un video, il che ci fa perdere la magia di poterci immaginare quello che vogliamo mentre ascoltiamo.

Generi come il rap poi stanno abituando i giovanissimi a percepire la musica solo come "base", cioè come sottofondo ritmico a un testo e non come componente essenziale di una composizione. Anche gli mp3, lo streaming, la facilità di poter scaricare qualsiasi brano in qualsiasi momento sono cose che rischiano di banalizzare il momento dell'ascolto che, quando ero giovanissimo era un momento sacro: chiudersi in camera, accendere lo stereo hi-fi, mettere sul piatto il vinile faticosamente acquistato con la paghetta settimanale, adagiare la puntina sul primo solco (scccrrrscciach), leggere le note di copertina, ascoltare in religioso silenzio. E poi riascoltare il disco infinite volte fino a conoscerlo in ogni dettaglio.

Oggi invece i supporti per ascoltare sono virtuali, sta scomparendo persino il CD e il mercato della musica riprodotta sembra destinato a morire.

Eppure forse il jazz suonato dal vivo, proprio per la sua peculiarità di evento sempre diverso e irripetibile, potrebbe dar nuova linfa al mercato della musica riprodotta. La tecnologia attuale consente di registrare un concerto dal vivo e di ottenere in pochi minuti copie della registrazione da vendere al pubblico prima che esca dal locale. Gli acquirenti potranno ricevere un gradito ricordo della serata, magari insieme all'autografo o a un selfie con i musicisti . Oltretutto le improvvisazioni e il repertorio ogni sera cambiano per cui ogni registrazione assume il valore di un esemplare unico. In questo modo un po' più di gente potrebbe essere attratta ad ascoltare musica creativa dal vivo e un gruppo di jazz che suona spesso probabilmente venderebbe più dischi del vincitore del festival di Sanremo.

È un'idea, pensiamoci.

mercoledì 17 aprile 2019

Tin Idols - Jesus Christ Supernova

Nel 2013 gli hawaiani Tin Idols hanno realizzato la loro interpretazione personale dello storico musical Jesus Christ Superstar di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, il titolo di questa rivisitazione è Jesus Christ Supernova e così come nel titolo la superstar viene trasformata in una supernova, anche la musica all'interno dell'album subisce una trasformazione che la rende potente ed esplosiva trasformando l'opera di rock progressivo originale in una heavy metal.

L'album dei Tin Idols è composto ovviamente da tutte le ventisette del celebre musical e già da Heaven On Their Minds, il primo pezzo dopo l'intro, si coglie come la batteria e la distorsione delle chitarre abbiano un ruolo molto maggiore rispetto al passato. Le melodie del brani vengono lasciate pressoché inalterate, anche se le linee vocali vengono adattate alle caratteristiche canore degli interpreti. Ad esempio in Superstar, il pezzo più noto dell'intera opera, Mark Kaleiwahea, che nell'opera ha il doppio ruolo di vocalist e chitarrista, che interpreta Giuda pone più attenzione sull'asprezza della sua interpretazione piuttosto che sull'estensione, come riscontrabile quando canta if you'd come today you would have reached a whole nation nel quale resta su note molto più basse rispetto ad altri interpreti che lo hanno ricevuto.

L'unica parte femminile, quella di Maria Maddalena, è affidata alla voce graffiante di Cathy Lowenberg che interpreta le più importanti ballad come Everything's Alright e Could We Start Again Please? dando un tocco blues che manca in tutte le altre versioni dell'opera. Che le note graffianti e il blues siano terreni in cui Cathy si muove bene non è certo una sorpresa, come riscontrabile anche nella sua cover di Piece of My Heart.

La parte di Gesù è interpretata da Mark Caldeira che si si distingue per pulizia di esecuzione e che non nasconde le impronte da heartland rock della propria provenienza musicale e che da sfoggio della propria ecletticità, del resto Caldeira sa passare con disinvoltura dalle cover di Bob Seger e quelle degli Iron Maiden. Proprio per queste sue capacità e per il contrasto che crea con gli altri interpreti sono particolarmente efficaci i duetti tra Caldeira e Cathy Lowenberg in What's the Buzz? e quello tra Caldeira e Kaleiwahea in Strange Things Mystifying

Anche le parti corali, come la già citata What's That Buzz? o The Last Supper si adattano bene al paradigma dell'heavy metal, con gli interpreti che eseguono le parti della folla e degli apostoli su queste basi più aggressive e veloci rispetto alle originali.

Jesus Christ Supernova non è che la prima opera di questo straordinario combo che da allora ha replicato l'esperimento numerose altre volte e con il medesimo successo; ad oggi hanno anche all'attivo una serie di compilation di canti natalizi interpretati con lo stesso stile e anche un tributo agli Osmonds. Il primo album del gruppo hawaiano è una delle più convincenti rielaborazioni dell'opera di Andrew Lloyd Webber e di Tim Rice che non solo offre un'esecuzione nuova dal punto di vista vocale, ma rielabora le basi come nessun'altro ha fatto prima. Questo album metterà tutti d'accordo, e già dal primo ascolto: i fan del metal, quelli del rock progressivo e di chiunque ami Jesus Christ Superstar.

lunedì 8 aprile 2019

Le colonne sonore della serie di Mission: Impossible

Il 1996 diede avvio alla serie cinematografica di Mission: Impossible grazie alla volontà di Tom Cruise, nella doppia veste di protagonista e produttore, che decise di realizzare per il grande schermo una nuova versione degli storici telefilm omonimi. Il primo telefilm che vedeva come protagonisti gli agenti della Impossible Mission Force fu trasmesso tra il 1966 e il 1973 e un remake fu prodotto tra il 1988 e 1990; il primo dei due telefilm ebbe in Italia il titolo di Missione Impossible, mentre il secondo venne intitolato Il Ritorno di Missione Impossibile.

Con la nascita del primo dei due telefilm venne lanciato anche il celebre tema musicale di Mission: Impossible del compositore e pianista Lalo Schifrin che fu utilizzato per tutte le serie dei telefilm e anche per i videogiochi ispirati alla serie.

Con l'uscita del primo film a metà degli anni 90 fu pubblicata la colonna sonora dello stesso con il titolo Music From And Inspired By The Motion Picture Mission: Impossible. Il disco conteneva la celebre rivisitazione del tema di Lalo Schifrin in chiave rock interpretata da Larry Muller e Adam Clayton degli U2 che quell'anno ebbe molto successo nelle classifiche e nei passaggi radiofonici e televisivi. Oltre al Theme from Mission: Impossible, in due versioni, l'album conteneva tre pezzi strumentali di Danny Elfman e dieci brani cantati tra cui Weak degli Skunk Anansie, Spying Glass dei Massive Attack e Headphones di Björk. Una nota sul retro di copertina chiarisce che dei quindici brani ben dieci non compaiono nel film e gli unici ad essere inclusi nel film sono il brano portante, i tre di Danny Elfman e Dreams dei Cranberries che però non è un pezzo a commento di una scena del film, ma un brano che viene trasmesso dagli altoparlanti del locale in cui alcuni i personaggi di Tom Cruise e Ving Rhames si incontrano alla fine. Di fatto, a parte le due incisioni di Clayton e Mullen e quelle di Danny Elfman, il disco è una compilation di pezzi completamente slegati dal film.


Contemporaneamente all'uscita della colonna sonora, fu pubblicato un secondo disco dal titolo Music From the Original Motion Picture Score Mission: Impossible che contiene le vere musiche del film scritte da Danny Elfman. In questo secondo disco non compaiono le tre tracce di Elfman incluse nella soundtrack, ma è invece presente un'altra rivisitazione del tema di Lalo Schifrin, questa volta ad opera proprio di Danny Elfman.

Il secondo film della serie uscì nel 2000 e anche nel caso del primo sequel venne pubblicata una colonna sonora dal titolo Music From and Inspired by Mission: Impossible 2. L'album contiene una raccolta di brani hard rock, metal e crossover tra cui spiccano sicuramente I Disappear dei Metallica e Take a Look Around dei Limp Bizkit che reinterpreta in chiave crossover la musica originale di Lalo Schifrin. Dei due brani furono anche girati altrettanti video ispirati alle atmosfere del film. In Take a Look Around vediamo infatti i Limp Bizkit interpretare degli agenti sotto copertura che lavorano come camerieri in un ristorante; mentre in I Disappear ciascun membro dei Metallica interpreta una scena simile a quella di film di azione del passato: Kirk Hammett viene rincorso da un aereo nel deserto come Cary Grant in Intrigo Internazionale, Jason Newsted cerca di scappare da centinaia di persone che vogliono ucciderlo all'interno di una villa come Jonathan Pryce nel film Brazil, James Hetfield guida una muscle car tra le colline di San Francisco come Steve McQueen in Bullitt (film le cui musiche furono composte proprio da Lalo Schifrin) e Lars Ulrich salta da un palazzo che sta per esplodere come Bruce Willis in Die Hard.

Il disco contiene altri pezzi di grande valore come la cover di Have a Cigar dei Pink Floyd interpretata dai Foo Fighters con Brian May, l'autocover di Mission di Chris Cornell, qui intitolata Mission 2000, e What U Lookin' At? di Uncle Kracker (che sul retro di copertina è indicato come Uncle Kracker produced by Kid Rock). Dell'album esistono varie versioni, infatti la versione europea contiene anche Iko-Iko delle Zap Mama; la versione giapponese include S.O.S. dei giapponesi Oblivion Dust e Iko-Iko; le verione australiana include Sucker degli australiani 28 Days, la rivisitazione del Theme From Mission: Impossible di Josh Abrahams e Iko-Iko; la versione per l'America Latina include Deslizándote del messicano Saúl Hernández e Iko-Iko; la versione brasiliana ha come unica bonus track Give my Bullet Back dei brasiliani Raimundos mentre la versione asiatica  contiene Afraid of What? del cinese Leon Lai e Iko-Iko.


Anche in questo caso il disco è una compilation che non ha alcun legame con il film. L'unico pezzo che si sente nelle scene dl film è Iko-Iko; per il resto i brani di Metallica e Limp Bizkit si sentono durante i titoli di coda, e tutti gli altri pezzi non compaiono nel film in alcun modo. Le vere musiche del film composte da Hans Zimmer sono state pubblicate in un secondo disco intitolato Music From the Original Motion Picture Score Mission: Impossible 2 che include anche Iko-Iko.

Il terzo capitolo di Mission: Impossible è uscito nel 2006 e le musiche strumentali del film composte da Michael Giacchino sono state pubblicate nel disco intitolato Mission: Impossible III – Music from the Original Motion Picture Soundtrack. Giacchino compose anche le musiche del quarto film Mission: Impossible - Ghost Protocol del 2011 che sono state pubblicate nell'album Music from the Motion Picture Mission: Impossible - Ghost Protocol.


Il quinto capitolo intitolato Mission: Impossible – Rogue Nation uscì nelle sale nel 2015 e anche in questo caso venne realizzato solo un disco strumentale che contiene le musiche di Joe Kraemer. Al momento il più recente film della serie è Mission: Impossible - Fallout del 2018 e anche in questo caso ne venne pubblicato solo un album strumentale intitolato Music from the Motion Picture Mission: Impossible - Fallout che raccoglie le musiche di Lorne Balfe.

Mission: Impossible è quindi una di quelle serie cinematografiche che meglio hanno saputo coniugare cinema e musica, unendo spesso ottime trame a ottimi sottofondi musicali. E anche se in qualche caso i produttori si sono presi qualche libertà nell'assemblare le compilation, queste colonne sonore sono entrate a pieno titolo nella storia della musica cinematografica.