martedì 9 luglio 2019

L'omicidio di Big L

Il mondo della musica hip-hop è spesso funestato dalle morti premature, e spesso violente, dei suoi rappresentanti più noti. Dopo Tupac e Notorious B.I.G., ma prima che questa assurda lista proseguisse con Jam Master Jay e molti altri, anche il rapper newyorkese Big L morì in circostanze mai chiarite sotto i colpi sparati da un anonimo aggressore.


Il vero nome di Big L era Lamont Coleman, ed era nato ad Harlem nel 1974. Il suo primo album intitolato Lifestylez ov da Poor & Dangerous era stato pubblicato nel 1995, il secondo sarebbe uscito nel 2000 con il titolo di The Big Picture, ma Coleman non fece in tempo a vederlo pubblicato perché il 15 febbraio del 1999 fu freddato da nove colpi di pistola alla testa e al tronco sparatigli da un auto in corsa a un solo isolato dalla casa dove viveva con la madre.

La sera prima la donna, dopo essere tornata dal lavoro, chiese al figlio di andare a comprare dei dolci per poter festeggiare insieme San Valentino. Il rapper uscì per andare a un negozio all'angolo a comprare per la madre degli snack alle arachidi e al cioccolato, e dopo averli portati in casa uscì di nuovo. La madre non lo vide mai più in vita, in quanto andò a dormire prima che il figlio tornasse e quando il giorno dopo tornò dal lavoro non lo trovò a casa. Non sapremo mai, pertanto, da dove stesse tornando Big L dopo le otto di sera e quanto tempo stette fuori casa quando fu ucciso davanti al complesso residenziale noto come Savoy Park al numero 45 di West 139th Street, ad Harlem.

Tutte le ricostruzioni giornalistiche che si trovano in rete parlano di drive-by shooting, ma in realtà non ci sono testimoni oculari dell'accaduto. La prima testimonianza oculare della morte di Big L è quella del rapper Showbiz del duo Showbiz & A.G. che si stava allontanando da New York per il compleanno della fidanzata quando fu raggiunto da una telefonata che lo informava della morte di Big L. Showbiz arrivò sulla scena poco dopo, e vide l'amico e collega steso a terra senza vita. La polizia fu avvisata da una telefonata anonima e arrivò sul luogo della sparatoria alle 20:30 e non potè che constatare che Big L era dead on arrival.

Tre mesi dopo, la polizia arrestò il ventinovenne Gerard Woodley in relazione alla morte del rapper. Tra l'altro i due erano amici di lunga data ed esiste anche una foto che li ritrae insieme. Secondo una portavoce della polizia di New York, Woodley, che era già stato arrestato per due casi di omicidio nel 1990 e nel 1996 senza mai venir condannato, potrebbe aver agito per vendicarsi contro il fratello di Big L, Leroy Phinazee detto Big Lee, che nel 1999 si trovava in carcere, forse per un debito mai pagato. Tuttavia Woodley fu rilasciato poco dopo per assenza di prove e ad oggi l'omicidio resta insoluto.

Big L è il primo a sinistra, Woodley è il primo a destra.

A complicare il mistero già sufficientemente fitto sulla morte di Big L, nel 2002 anche Phinazee fu ucciso da colpi di arma da fuoco sparati da un aggressore mai identificato nello stesso quartiere in cui fu ucciso il fratello. Nonostante non ci siano collegamenti evidenti tra i due omicidi, la madre dei due sostiene che Leroy sia stato ucciso perché stava indagando privatamente sulla morte di Big L.

Incredibilmente la scia di morti sospette in questo strano caso è proseguita nel 2016, quando anche Gerard Woodley rimase ucciso in una sparatoria davanti al numero 106 di West 139th Street, la stessa strada in cui morì Big L, il 23 di giugno poco dopo le 23. La polizia fu chiamata dai vicini che sentirono tre spari in rapida successione, Woodley fu portato all'ospedale dove morì poco dopo. Essendo comunque passati diciassette anni tra i due eventi, gli inquirenti ritengono che non ci siano legami tra la morte di Woodley e quella di Big L.

Purtroppo la famiglia di Big L è stata colpita da un'altra morte violenta il 24 giugno del 2019, quando anche il nipote di Big L, che come il padre si chiamava Leroy Phinazee  fu ucciso in una sparatoria mentre usciva da un negozio di alimentari all'incrocio tra 137th Street e Lexington Avenue. L'uomo, che aveva ventinove anni, fu raggiunto da due proiettili: uno alla spalla e uno al collo. L'assassino lo aveva seguito e lo stava aspettando fuori dal negozio. Anche in questo caso l'omicidio non è legato a quello del rapper, ma più probabilmente a un altro omicidio simile avvenuto la settimana prima nel quartiere di Inwood (a nord di Manhattan) in cui un uomo fu ucciso in circostanze simili al giovane Phinazee.

A seguito della sua prematura scomparsa, la discografia di Big L si è sviluppata ovviamente solo dopo la sua morte, con altri tre album postumi oltre a The Big Picture e varie compilation che contengono versioni nuove di pezzi presenti sugli album e registrazioni con le crew dei D.I.T.C. e dei Children of the Corn.

Nonostante la sua vita molto breve, Big L è considerato uno dei pionieri e dei fondatori dell'horrorcore, genere che mischia immaginario horror e musica hip-hop e che vede tra i suoi esponenti più importanti gruppi come gli Insane Clown Posse e i Mobb Deep. Big L si aggiunge alla lunga e desolante fila di artisti rap morti troppo presto, e anche in questo caso non sapremo mai quali successi avrebbe raggiunto se avesse avuto il lusso di vivere più a lungo.

lunedì 1 luglio 2019

Marko Hietala - Mustan Sydämen Rovio

Il 2019 vede l'esordio discografico da solista del bassista dei Nightwish Marko Hietala. La band finlandese è nota soprattutto per le straordinarie doti canore delle tre vocalist che si sono avvicendate come frontwoman, ma non va dimenticato che Hietala esegue tutte le voci maschili ed i cori sin da Century Child del 2002 ed è quindi l'unico e vero quarto cantante della band.

L'album solista di Hietala si intitola Mustan Sydämen Rovio ed è composto da dieci tracce cantate interamente in finlandese, aspetto che dona un tocco particolare al disco che manca alle incisioni dei Nightwish. Inoltre la musica solista di Marko si distanza notevolmente dal metal della band per assestarsi su un hard rock ricco di spunti diversi ma lontanissimo dal lirismo dei Nightwish.

L'album parte fortissimo con l'energica e maestosa Kiviä in cui Hietala dà subito una forte prova delle qualità della sua voce. Subito dopo troviamo Isäni ääni, la prima delle sei ballad del disco che rallenta i ritmi. Con la terza traccia Tähti, hiekka ja varjo troviamo marcate suggestioni elettroniche da AOR ottantiano che donano sonorità patinate molto lontane dal suono delle due tracce di apertura, ma che ritroveremo in abbondanza in altri pezzi. Sulle stesse atmosfere troviamo ad esempio Vapauden kuolinmarssi e la ballad Laulu sinulle. Come anticipato il disco è ricco di ballad e oltre a quelle già menzionate troviamo l'onirica Minä olen tie e Unelmoin öisin oltre a Kuolleiden jumalten poik che alterna strofe leggere a ritornelli più pesanti.

Completano il disco due pezzi dal sapore folk quali la grintosa Juoksen rautateitä e la ballad Totuus vapauttaa che chiude il disco.

Il primo album di Marko Hietala è in sintesi un ottimo disco che convince e intrattiene dal primo all'ultimo pezzo, ricco di contaminazioni diverse e che stupisce per quanto Hietala si sia allontanato da quanto fatto in passato. Mustan Sydämen Rovio piacerà ai fan dei Nightwish ma anche ai rocker di ogni genere e centra perfettamente l'obiettivo dei disco solisti, cioè quello di dar modo ai musicisti di esprimersi anche in stili diversi da quelli delle loro band.

venerdì 21 giugno 2019

Pubblicata una registrazione inedita di Freddie Mercury? Non proprio.

Da alcuni giorni si legge sulle maggiori testate che sarebbe stata pubblicata una traccia inedita di Freddie Mercury intitolata Time Waits for No One. In realtà le informazioni su di essa sono moto confuse e spesso errate, proviamo quindi a chiarire cosa è stato pubblicato e perché non si tratta di una registrazione inedita.

Anzitutto la traccia è una versione nuova di quella pubblicata con il titolo Time nel concept album (e colonna sonora del musical omonimo) dallo stesso titolo di David Clark del 1986. Come spiegato dallo stesso David Clark alla BBC in occasione della pubblicazione della nuova versione, quando registrarono Time negli studi di Abbey Road Freddie registrò dapprima la propria linea vocale accompagnato solo dal piano suonato da Mike Moran. Alla prima registrazione furono poi sommate altre 48 tracce vocali per arrivare alla fine alla sovrapposizione di 96 tracce tra quelle vocali e quelle strumentali che compongono la versione presente sull'album. Anni dopo Clark chiese agli ingegneri che lavorano con lui di trovare la registrazione originale di Mercury, ma non essendo possibile trovarla dovettero isolarla partendo dalla registrazione che finì nel disco. Solo nel 2017 riuscirono finalmente a isolare la registrazione originale composta da piano e voce.

Contrariamente da quanto si legge in rete (anche su siti autorevoli come la stessa BBC) Mike Moran non ha registrato di nuovo la propria parte al piano, ma quella che accompagna Freddie nella traccia da poco pubblicata è proprio la registrazione originale del 1986.

Anche il video nuovo pubblicato insieme all'audio è stato ottenuto isolando l'immagine di Freddie Mercury dal video originale e spesso stringendo le inquadrature su di lui anziché riprendere il coro e la scenografia come nella versione originale.


Time Waits for No One non può quindi essere considerata una registrazione inedita, ma una nuova versione di un pezzo già edito a cui sono state tolte delle parti. Questa nuova versione è comunque un capolavoro al pari di quella edita in passato e valorizza la voce di Freddie come forse la versione originale non faceva.

Inedita o no, resta comunque una perla di musica la cui riscoperta è in ogni caso molto preziosa.

giovedì 20 giugno 2019

Def Leppard + Whitesnake - Assago, 19/6/2019

Tra i miei gruppi preferiti che non avevo mai visto dal vivo ce n'era uno che occupava un posto particolare, perché il desiderio di vedere un live del leopardo sordo guidato da Joe Elliot era veramente molto alto. E quindi appena uscito il calendario dei concerti del 2019 è partito l'assalto alla pagina web di TicketOne per assicurarsi un posto nel parterre, quello dove fa caldo e non c'è neanche un centimetro per respirare, ma da dove il concerto si vive appieno vicino al palco. La locandina riportava che ci sarebbero stati anche i Whitesnake come very special guest perché ovviamente non si tratta di un gruppo di apertura e quindi il concerto in realtà ha un doppio headliner.

Causa un incidente in tangenziale il percorso che ci conduce al Forum è particolarmente impervio tra la periferia Milanese più degradata, ma poco male: arriviamo in anticipo e senza fretta. Appena entriamo ci troviamo immersi nella folla che quando alle otto precise vede i Whitesnake aprire lo spettacolo è già accalcata per accogliere i propri idoli. La band di Coverdale parte fortissimo con Bad Boys dal loro album più famoso e prosegue subito dopo con Slide It In, per poi procedere attingendo principalmente dai loro album della fase hair metal.

Coverdale esegue quasi tutta la sua performance sulla parte di palco che si estende in mezzo al pubblico, stando quindi vicino ai fan e lontano dal resto della band. Nonostante gli anni che passano il vocalist tiene la scena alla grande, e la sua voce trova riposo solo dopo mezz'ora quando i due chitarristi Reb Beach e Joel Hoekstra si cimentano in un guitar duel e quando poco dopo Tommy Aldridge regala un assolo di batteria, dapprima con le bacchette e poi a mani nude. La band esegue solo due pezzi dal'ultimo album Flesh & Blood, quali Shut Up & Kiss Me e Hey You, e tiene sapientemente le ballad come Is This Love e Here I Go Again per la chiusura dello show.

Quando Coverdale presenta la band il pubblico esulta per il nostrano Michele Luppi alle tastiere, e anche quando il sestetto saluta il pubblico prima di lasciare il palco ai Def Leppard la folla scandisce ancora il nome di Michele a rimarcare che l'eccellenza italiana va apprezzata e sostenuta.

Dopo un'ora sembra di aver appena assistito a un concerto fantastico, ma forse non sappiamo che ciò che sta per arrivare sarà ancora meglio. Perché se i Whitesnake sono grandiosi, i Def Leppard sono di un altro pianeta.

Il gruppo di Elliot parte subito con due grandi classici come Rocket e Animal e il tuffo nel passato prosegue con Let It Go e When Love and Hate Collide. Anche i Def Leppard si concentrano principalmente sulla fase AOR della loro carriera eseguendo ben sei pezzi da Hysteria e tre da High 'n' Dry.

La performance della band è stellare dall'inizio alla fine, con i quattro musicisti che non sbagliano un colpo nelle musiche e nei cori, e con le inquadrature sui maxischermi che indugiano spesso sull'eroico batterista Rick Allen che viene accolto da applausi ogni volta che appare sui video.

Joe Elliot coinvolge il pubblico tantissimo, invitandolo a cantare con lui e a eseguire i cori, tanto che non sembra di essere il pubblico che assiste a uno spettacolo, ma parte dello spettacolo stesso. La band è semplicemente perfetta per tutte le quasi due ore del concerto in cui il meglio del proprio repertorio più la cover di Rock On di David Essex e uno snipped di "Heroes" di David Bowie all'interno di Hysteria (e qualcuno accanto a noi commenta il pezzo del Duca Bianco è talmente inflazionato che una cover di "Heroes" l'ha fatta anche mia nonna).

L'energia della musica si ferma solo per Two Steps Behind eseguita in acustico, per la quale anche Elliot imbraccia la chitarra. Il concerto termina con Pour Some Sugar on Me, Rock of Ages e Photograph e al termine dell'encore il pubblico applaude unanime la band che saluta Milano dopo un concerto strepitoso.

Mentre usciamo dal Forum e ci infiliamo nel trafficatissimo parcheggio riflettiamo sul fatto che i Def Leppard sono stati davvero fenomenali: suono pulito e potente e coinvolgenti come nessun altro. Magari qualche pezzo dal primo album On Through the Night (quello dal suono un po' più metallico degli altri) ci sarebbe stato bene, ma va bene anche così! Perché in realtà questa sera è andato bene tutto e ora on through the night ci tuffiamo davvero consapevoli che quella che abbiamo appena visto è una delle migliori band al mondo e che dal vivo sono una vera forza della natura.

lunedì 10 giugno 2019

I b-side dei Doors

Durante la loro carriera discografica, che si estende tra il 1967 e il 1978, i Doors hanno pubblicato nove album in studio e oltre venti singoli, e tra i b-side che hanno accompagnato le loro hit più famose su vinile solo tre non sono mai stati pubblicate all'interno degli album.

Il primo di essi risale al 1969 e si intitola Who Scared You, b-side di Wishful Sinful tratto dal The Soft Parade. Il brano è stato scritto da Jim Morrison e Robby Krieger ed è un pezzo di rock psichedelico ricco di contaminazioni di jazz fusion, come nello stile di The Soft Parade di cui è coevo, nel brano non mancano infatti lunghe parte strumentali tra i ritornelli e le strofe.

Il secondo b-side mai pubblicato su un album risale invece al 1971 ed è la cover di (You Need Meat) Don't Look No Further di Willie Dixon incisa per la prima volta da Muddy Waters nel 1956 con il titolo Don't Go No Farther. La versione dei Doors è stata pubblicata come b-side di Love Her Madly dall'album L.A. Woman ed è l'unica registrazione in studio della band ad essere cantata da Ray Manzarek prima della morte di Jim Morrison, il quale in questo caso non ha avuto alcun ruolo nelle registrazioni.

L'esecuzione canora di Manzarek non ha comunque nulla da invidiare al suo più noto collega (come in futuro avrebbe ampiamente dimostrato negli album registrati dopo la morte di Morrison), rispetto all'esecuzione di Muddy Waters il pezzo mantiene le atmosfere blues, ma aggiunge le stesse connotazioni di blues rock che contraddistinguono L.A. Woman rendendolo in generale un po' più grintoso e ovviamente Manzarek canta su note più alte rispetto a quelle di Muddy Waters.

Il terzo e ultimo dei tre brani mai pubblicati in album è Treetrunk del 1972, pubblicato come b-side di Get Up and Dance tratto da Full Circle, secondo e ultimo album pubblicato dalla band con Manzarek e Krieger alla voce dopo la prematura scomparsa di Jim Morrison. Il pezzo è sorprendentemente pop e orecchiabile ed è stato escluso dal disco proprio per l'approccio diverso rispetto a quello di ogni altra registrazione del gruppo.

Who Scared You e (You Need Meat) Don't Look No Further comparvero per la prima volta in un 33 giri nel 1972, nella compilation Weird Scenes Inside the Gold Mine. In seguito Who Scared You fu inserita nel cofanetto quadruplo The Doors: Box Set del 1997 (anche se in una versione accorciata), mentre (You Need Meat) Don't Look No Further trovò la sua prima pubblicazione in CD nella raccolta Perception composta da 12 dodici dischi che raccolgono i primi sei album della band con l'aggiunta di outtakes e tracce extra.

Treetrunk fu invece pubblicata in un album solo nel 2010, nell'edizione in CD a doppio disco di Other Voices e Full Circle e da allora è stata inclusa solo in un altra compilation: il cofanetto The Singles Box destinato al mercato giapponese del 2013.

Questi tre sono sicuramente brani meno noti della ricca discografia dei Doors, tuttavia il fatto che si tratti di pezzi di gran livello conferma il fatto che anche i brani scartati da Doors sono capolavori di rock dallo stile inconfondibile così come le loro tracce più note.

lunedì 3 giugno 2019

B.B. King - In London

Seguendo l'esempio della Chess Records, che nei primi anni 70 per quattro volte realizzò album unendo la musica del blues di Chigago a quella della swinging London, anche la ABC Records tentò la stessa strada registrando un album nel vecchio continente per il loro bluesman più importante, nonché uno dei più famosi al mondo quale il leggendario B.B. King.

L'album che nacque da questa sperimentazione si intitola In London ed è stato pubblicato nell'autunno del 1971. Il disco è composto da nove tracce a cui B.B. King presta la voce e la chitarra; oltre a B.B. la formazione dell'album vede nomi di spicco della scena inglese tra cui Ringo Starr (che lo stesso anno partecipò anche a The London Sessions di Howlin' Wolf), Alexis Korner, Steve Winwood e Greg Ridley, Steve Marriott e Jerry Shirley degli Humble Pie.

Il disco contiene cinque cover di brani classici tratti dal repertorio storico della black music americana reinterpretati nello stile del white blues di Londra oltre a quattro inediti scritti per l'occasione da alcuni dei musicisti coinvolti nelle sessioni di registrazione. La traccia di apertura è la cover di Caldonia di Louis Jordan, originariamente pubblicata nel 1945, di cui mantiene lo stile del jump blues condendolo con sonorità più moderne. Nel disco è presente una seconda cover di Louis Jordan dello stesso anno, ovvero la ballad We Can't Agree. Le seconda traccia dell'album è la cover di Blue Shadows di Lowell Fulson del 1950 che B.B. King accelera notevolmente e canta con uno stile più vicino al rock and roll allontanandosi dalla atmosfere jazz del pezzo originale. Nel disco è presente anche una cover di Part Time Lover di Clay Hammond del 1963 e anche in questo caso King stravolge il pezzo donando una grinta e una velocità del tutto assenti nella ballad soul originale. L'ultima cover è la traccia di chiusura Ain't Nobody Home di Howard Tate del 1966 di cui King mantiene le atmosfere R&B a cui aggiunge suoni più patinati e un tocco di gospel grazie al coro sul ritornello.

Il primo dei quattro inediti è la ballad Ghetto Woman, che come suggerisce il titolo stesso è il pezzo dell'intero disco che più attinge dal blues d'oltreoceano. Tra i pezzi nuovi troviamo anche la strumentale Alexis Boogie scritta dal chitarrista Alexis Korner che vede una massiccia presenza dell'armonica suonata da Steve Marriott, la veloce ed energica Power of Blues in cui B.B King dà sfoggio più che altrove della sua potenza vocale e la strumentale Wet Hayshark.

Nonostante In London non sia tra i dischi più celebri di B.B. King è sicuramente uno dei migliori della sua discografia grazie alla sua capacità di mischiare i classici a uno stile più moderno e di interpretare pezzi scritti appositamente per lui da alcuni dei migliori musicisti europei del tempo. In London merita sicuramente di essere riscoperto, perché tutte le tracce sono di altissimo livello, alternano stili musicali molto diversi tra loro e mostrano come un grande musicista come B.B. King si sia adattato a situazioni diverse con grande disinvoltura.

lunedì 27 maggio 2019

Myrath - Shehili

I tunisini Myrath sono una delle realtà più fresche e creative del panorama metal attuale sin dalla pubblicazione del loro primo album Hope del 2007. A maggio di quest'anno la band capitanata da Zaher Zorgati è tornata con un nuovo album intitolato Shehili che segue il precedente Legacy del 2016.

L'uscita dell'album è stata preceduta dalla pubblicazione del video del primo singolo Dance. E se il video di Believer di Legacy era ispirato a Prince of Persia, il nuovo video è ispirato al gioco da tavolo Tales of Arabian Nights e vede la band ricorrere alla stessa macchina del tempo di Believer per liberare la città di Samarcanda dalla dittatura del Sultano Omar e riportare nel mondo reale un ragazzino rimasto intrappolato in quel mondo fantastico. Dal punto di vista musicale Dance dà un primo assaggio di ciò che si troverà all'interno dell'LP: da un lato la band ripropone la propria mescolanza di power metal e suoni etnici della propria terra, ma questa volta perfeziona la formula, rinunciando a molte delle venature prog che contraddistinguevano Legacy e atterrando su un suono più semplice e di più facile ascolto, in cui le sonorità folk hanno un ruolo maggiore.

Contestualmente all'uscita dell'album è stato pubblicato il video del secondo singolo No Holding Back che prosegue nella narrazione del video precedente con la band su un vascello ad aiutare il bambino nella fuga dai messi del Sultano che lo vogliono imprigionare, il video termina con il gruppo che porta il Sultano nel mondo reale e lascia il dubbio se la storia si sia conclusa oppure no.


L'album è composto da dodici pezzi che si lasciano ascoltare divertendo e convincendo sotto ogni aspetto dal primo all'ultimo pezzo, regalando una mistura sonora dagli ottimi risultati. Trattandosi di un disco che rasenta la perfezione è difficile individuare brani migliori di altri; in ogni caso la parte migliore delle melodie sembra essere stata lasciata dalla band sapientemente nella seconda metà del disco in cui troviamo la bellissima Monster In My Closet che è forse quella in cui le sonorità si fanno più dure che altrove. Appena dopo si trova un altro pezzo di ottima fattura, quale la ballad Lili Twil in cui il cantante Zaher Zorgati dà sfoggio delle proprie doti canore più che altrove alternando il canto in stile arabo a quello più tradizionale con grande maestria. Sonorità simili si trovano anche in Darkness Arise, mentre momenti più melodici caratterizzano le ballad Stardust, più tradizionale, e Mersal ricchissima di suoni orientali e in cui Zorgati (così come nella già citata Lili Twil) canta parte delle strofe in arabo.

Il disco si chiude con la title track che aggiunge anche chitarre da flamenco e flauti al potente intreccio di power metal e musica araba in un capolavoro musicale che trascende generi e tradizioni. La versione giapponese dell'album è impreziosita, come spesso accade, dalla presenza di una bonus track quale una diversa versione di Monster In My Closet cantata in giapponese.

Se fino ad ora i Myrath avevano composto ottimi album senza mai sbagliarne uno, con Shihili superano sé stessi, realizzando il miglior disco della propria carriera musicale contraddistinta da un suono unico al mondo e incredibilmente ricco. Il panorama dell'oriental metal vede altre band che realizzano esperimenti simili a quelli dei Myrath (tra cui ad esempio gli israeliani Orphaned Land) ma il suono della band di Ez-Zahra è sicuramente il più vario e versatile e grazie a questo nuovo disco il quintetto si proietta a pieno titolo tra i migliori del pianeta, non solo nell'ambito dell'oriental metal, ma del metal di ogni genere.

sabato 18 maggio 2019

Giacomo Voli - Cremona, 17/5/2019

Data fissata in calendario già da più di un mese, appena dopo aver letto nel calendario degli eventi di Giacomo Voli che il 18 maggio si sarebbe fermato a Cremona. Non sapevo dove fosse il Nelson Pub, per me è un po' fuori dal giro, ma imposto il navigatore e si parte tra il freddo e la pioggia di questo strano mese di presunta primavera.

Il locale è piccolo è raccolto, con un bellissimo soffitto a volta con mattoni a vista che trasuda il rock and roll delle cantine americane tanto che viene voglia di voltarsi per vedere se appoggiati al bancone a bere una birra non ci siano anche Jim Morrison e Ray Manzarek.

Prima che inizi il live Giacomo gira tra il pubblico che si fa sempre più numeroso, come se non fosse il vocalist della band metal più blasonata del nostro paese ma un amico che ha organizzato una festa e invitato un po' di altri amici. Il live inizia verso le 22:30; si parte con Don't Stop Me Now  dei Queen, si procede con Hold the Line dei Toto e Eye of the Tiger dei Survivor che lascia un po' sorpresi, non essendo uno di quei pezzi che di norma si ascoltano agli acustici, ma il Re Mida della musica che abbiamo davanti riesce alla grande ad trasformare in questo stile uno dei brani di AOR più iconici di sempre. Tra un pezzo e l'altro Giacomo condisce la musica con qualche racconto personale, spiegando perché è legato ai pezzi che esegue e proprio per Eye of the Tiger narra come il giro di chitarra così aggressivo lo abbia colpito fin da bambino.

Il nostro vocalist alterna tastiera e chitarra mentre esegue pezzi presi dal repertorio rock di ogni genere dagli anni 60 ad oggi, passando con disinvoltura dai Beatles agli U2 e dai Deep Purple a Gethsemane di Jesus Christ Superstar per la quale racconta di essere più legato alla versione di Ian Gillian che a quella più celebre di Ted Neeley

Vorrei un caffè e mi volto per vedere se riesco a chiamare il cameriere, ma il pubblico dietro di me è molto più nutrito di quanto avessi capito e forma una barriera umana. Ottimo! Questo grande talento che si sta esibendo merita un pubblico numeroso, e pazienza se il caffè dovrà aspettare. Anzi, il locale è talmente gremito che un ragazzo mi chiede se si può sedere in un posto vuoto al mio tavolo e ça va sans dire che la risposta sia positiva, perché il rock unisce, aggrega e un gesto di amicizia non si nega a nessuno.

Intanto sul palco Giacomo non sbaglia un colpo, l'esecuzione è perfetta sia musicalmente che vocalmente e ogni pezzo è condito con un po' di gusto personale del nostro Voli che adatta i brani all'acustico con grande maestria. Gli assoli vengono spesso sostituiti da vocalizzi, ed essendo Giacomo uno dei migliori vocalist del pianeta il risultato è sorprendente quanto interessante e viene da chiedersi se forse i pezzi non siano più belli così di come erano in origine.

Tra i pezzi in scaletta ne troviamo anche I Don't Want To Miss a Thing e Dream On degli Aerosmith e Black Hole Sun dei Soundgarden e Giacomo non può trattenere un ringraziamento a Steven Tyler e Chris Cornell per il loro contributo alla storia della musica e per le loro composizioni.

Circa mezzora dopo la mezzanotte il mixerista fa segno che c'è tempo solo per altri due pezzi. Peccato, dobbiamo rinunciare a Rock And Roll, il brano di Giacomo Voli di cui anche i Led Zeppelin hanno fatto una cover (...okay, forse non è proprio così, ma fa niente... o forse non era così fino a qualche anno fa ed adesso sì).

Finito il concerto il pubblico ancora gremito non accenna ad allontanarsi ed attornia Giacomo per scambiare due parole o magari sentire qualche aneddoto da questo ragazzo che nonostante la giovane età ha esperienza da vendere.

Risaliamo in macchina, maltempo e freddo non se ne sono andati, ma ripartiamo con la consapevolezza che valeva la pena sfidare ogni goccia di pioggia per assistere al concerto di un grande artista, in una bellissima location e con un pubblico caldissimo che in questa serata non poteva mancare.

martedì 30 aprile 2019

Intervista a Sandro Di Pisa

Sandro Di Pisa è uno dei principali jazzisti del nostro paese e da decenni alterna l'attività di musicista a quella di divulgatore. Per parlare dei suoi ultimi dischi e della sua lunga carriera musicale, Di Pisa ha accettato la nostra proposta di un'intervista che pubblichiamo di seguito.

Ringraziamo Sandro Di Pisa per la sua cortesia e disponibilità.


125esima Strada: Ciao Sandro e grazie per il tempo che ci stai dedicando. Partiamo dal tuo nuovo album Tutto (da) solo, essendo tu un jazzista è strano che tu abbia deciso di fare un album di canzoni. Come è nato questo disco?

Sandro Di Pisa: L'estate scorsa ho avuto un'improvvisa esplosione creativa di tipo cantautorale che ha sorpreso anche me. Ero a casa per un periodo di convalescenza e quasi ogni mattina mi svegliavo con una nuova canzone in testa, praticamente quasi già completa di testo e musica. In pochissimo tempo ne realizzavo l'arrangiamento orchestrale, poi registravo e mixavo. Tutto senza l'aiuto di altri musicisti o produttori, come si può intuire dal titolo dell'album. Ci ho preso così tanto gusto che ho deciso di completare anche alcune mie idee giovanili che non si erano mai concretizzate, e arrivato a dodici brani ho sentito l'esigenza di pubblicare. Sentivo che dovevo farlo e subito, che dovevo assolutamente raccontarmi con queste canzoni. Ora capisco cosa intendono i critici quando parlano di "urgenza espressiva dell'artista".


125esima Strada: Il mio pezzo preferito del disco è Daunizzeuèi per via delle influenze da soft rock. Che storia c'è dietro a questo pezzo?

Sandro Di Pisa: L'idea di Daunizzeuei è la più antica di tutte: nasce quando ero un adolescente che cominciava a strimpellare la chitarra. A quei tempi ascoltavo anche gruppi e cantautori britannici, o della west coast americana, e mi divertivo a cantare scimmiottando le sonorità della lingua anglosassone. Ora ho rielaborato il testo in "finto inglese" e ho realizzato delle armonie più raffinate, mantenendo però quelle sonorità tipicamente "anni '70".


125esima Strada: Un paio di anni fa hai deciso di reinterpretare Jesus Christ Superstar sostituendo le chitarre alle voci. Come è nato il tuo Jesus Christ Superguitar?

Sandro Di Pisa: Anche Jesus Christ Superstar è una componente del mio DNA musicale primordiale. Da ragazzino per molti mesi non feci altro che ascoltare questa sublime opera rock, anche perché era l'unica audio cassetta che possedevo. Perciò ricordo a memoria ogni dettaglio delle orchestrazioni. Siccome mi piacciono le imprese folli e impossibili, ho trasferito integralmente l'opera sulle corde di una o di più chitarre, identificando ogni personaggio con uno strumento diverso: Gesù=chitarra jazz, Giuda=chitarra rock, Maddalena=chitarra classica, Apostoli=guitar synth e così via.


125esima Strada: Tu sei noto anche per il tuo canale YouTube e per la tua tecnica di divulgazione nota come Ri-didattica. Come ti è venuta l'idea di divulgare la teoria musicale in questo modo?

Sandro Di Pisa: Insegno da tanti anni - non solo chitarra moderna, ma anche armonia, teoria musicale e storia del jazz - e l'ho sempre fatto con la stessa passione e lo stesso approccio "umoristico" che metto quando faccio concerti dal vivo. Perciò è stato naturale ideare le "Canzoni che spiegano se stesse" che hanno avuto tanto successo in rete: un modo divertente e immediato per comprendere le strutture e gli stili musicali, che tra l'altro è diventato anche uno spettacolo live. Così ho teorizzato questa nuova disciplina, la "Ri-didattica musicale", che non significa solo didattica per ridere, ma anche nuova didattica. Col progetto, forse un po' folle e utopistico, di riscrivere in questa chiave tutta la storia e la teoria musicale.


125esima Strada: Come è nata la tua passione per il jazz?

Sandro Di Pisa: Nei primi anni '80, un concerto al mitico Capolinea di Milano. Un quartetto di bravissimi jazzisti afroamericani dei quali non saprei assolutamente dirti i nomi, perché ero lì quasi per caso e non sapevo ancora niente di jazz. Rimasi fulminato: capii la grande varietà e libertà creativa consentita dall'improvvisazione e dall'ascolto reciproco tra i suonatori. Dopo quella sera mi buttai a capofitto nel jazz e cominciai a studiare musica seriamente. Non ho più smesso.


125esima Strada: Il jazz ha molte sfaccettature e stili diversi, il tuo sembra essere vicino al cool jazz. Ti riconosci in questa definizione?

Sandro Di Pisa: Non amo molto le etichette applicate agli stili di musica, anche perché mi piace mischiarli. Potrei definirmi come un chitarrista traditional/swing/be-bop-/cool/latin/mediterranean/fusion... Comunque sì, se per cool intendi "rilassato", mi piace.


125esima Strada: Chi sono i musicisti che ti hanno influenzato di più durante la tua carriera?

Sandro Di Pisa: Come si fa a dirlo? Ci vorrebbero duecento pagine. Da ragazzo mi piaceva il prog-rock, soprattutto i Genesis. Ricordo anche il primo Pino Daniele, che per me è stato un anello di congiunzione tra la canzone pop e le sonorità jazz-blues. Poi tra i chitarristi jazz uno su tutti: Wes Montgomery. Ma anche tutti gli altri grandi del novecento, da Django Reinhardt a Jim Hall a Pat Metheny. E i grandi del jazz di ogni periodo e di ogni strumento, da Duke Ellington a Mingus, da Miles Davis a Bill Evans e mille altri. E le centinaia di musicisti con cui ho suonato. E Bach, Chopin, Rossini, Jobim, Frank Zappa, Stevie Wonder, Fred Buscaglione... Tutti quelli che ho ascoltato in qualche modo mi sono entrati dentro, per questo quando compongo o mentre improvviso ogni tanto ne cito qualcuno.

Perché no? Persino... Orietta Berti.


125esima Strada: E chi sono invece i tuoi preferiti di oggi?

Sandro Di Pisa: Devo ammettere che non saprei farti dei nomi. Più vado avanti, più ascolto cose sempre più antiche. Ci trovo dentro molte più novità.


125esima Strada: Il jazz oggi in Italia è relegato a una nicchia e sommerso da altri generi musicali più popolari. Quale pensi potrebbe essere una strategia per aumentarne la diffusione?

Sandro Di Pisa: Non solo in Italia, purtroppo. Il jazz è musica di nicchia, anche se io da anni tento di spiegare che non è poi così difficile capirlo, basterebbe avere un po' di cultura e di abitudine ad usare le orecchie. I media però ci spingono ad ascoltare la musica in modo sempre più superficiale e frettoloso, abbinandola quasi sempre a un video, il che ci fa perdere la magia di poterci immaginare quello che vogliamo mentre ascoltiamo.

Generi come il rap poi stanno abituando i giovanissimi a percepire la musica solo come "base", cioè come sottofondo ritmico a un testo e non come componente essenziale di una composizione. Anche gli mp3, lo streaming, la facilità di poter scaricare qualsiasi brano in qualsiasi momento sono cose che rischiano di banalizzare il momento dell'ascolto che, quando ero giovanissimo era un momento sacro: chiudersi in camera, accendere lo stereo hi-fi, mettere sul piatto il vinile faticosamente acquistato con la paghetta settimanale, adagiare la puntina sul primo solco (scccrrrscciach), leggere le note di copertina, ascoltare in religioso silenzio. E poi riascoltare il disco infinite volte fino a conoscerlo in ogni dettaglio.

Oggi invece i supporti per ascoltare sono virtuali, sta scomparendo persino il CD e il mercato della musica riprodotta sembra destinato a morire.

Eppure forse il jazz suonato dal vivo, proprio per la sua peculiarità di evento sempre diverso e irripetibile, potrebbe dar nuova linfa al mercato della musica riprodotta. La tecnologia attuale consente di registrare un concerto dal vivo e di ottenere in pochi minuti copie della registrazione da vendere al pubblico prima che esca dal locale. Gli acquirenti potranno ricevere un gradito ricordo della serata, magari insieme all'autografo o a un selfie con i musicisti . Oltretutto le improvvisazioni e il repertorio ogni sera cambiano per cui ogni registrazione assume il valore di un esemplare unico. In questo modo un po' più di gente potrebbe essere attratta ad ascoltare musica creativa dal vivo e un gruppo di jazz che suona spesso probabilmente venderebbe più dischi del vincitore del festival di Sanremo.

È un'idea, pensiamoci.

mercoledì 17 aprile 2019

Tin Idols - Jesus Christ Supernova

Nel 2013 gli hawaiani Tin Idols hanno realizzato la loro interpretazione personale dello storico musical Jesus Christ Superstar di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, il titolo di questa rivisitazione è Jesus Christ Supernova e così come nel titolo la superstar viene trasformata in una supernova, anche la musica all'interno dell'album subisce una trasformazione che la rende potente ed esplosiva trasformando l'opera di rock progressivo originale in una heavy metal.

L'album dei Tin Idols è composto ovviamente da tutte le ventisette del celebre musical e già da Heaven On Their Minds, il primo pezzo dopo l'intro, si coglie come la batteria e la distorsione delle chitarre abbiano un ruolo molto maggiore rispetto al passato. Le melodie del brani vengono lasciate pressoché inalterate, anche se le linee vocali vengono adattate alle caratteristiche canore degli interpreti. Ad esempio in Superstar, il pezzo più noto dell'intera opera, Mark Kaleiwahea, che nell'opera ha il doppio ruolo di vocalist e chitarrista, che interpreta Giuda pone più attenzione sull'asprezza della sua interpretazione piuttosto che sull'estensione, come riscontrabile quando canta if you'd come today you would have reached a whole nation nel quale resta su note molto più basse rispetto ad altri interpreti che lo hanno ricevuto.

L'unica parte femminile, quella di Maria Maddalena, è affidata alla voce graffiante di Cathy Lowenberg che interpreta le più importanti ballad come Everything's Alright e Could We Start Again Please? dando un tocco blues che manca in tutte le altre versioni dell'opera. Che le note graffianti e il blues siano terreni in cui Cathy si muove bene non è certo una sorpresa, come riscontrabile anche nella sua cover di Piece of My Heart.

La parte di Gesù è interpretata da Mark Caldeira che si si distingue per pulizia di esecuzione e che non nasconde le impronte da heartland rock della propria provenienza musicale e che da sfoggio della propria ecletticità, del resto Caldeira sa passare con disinvoltura dalle cover di Bob Seger e quelle degli Iron Maiden. Proprio per queste sue capacità e per il contrasto che crea con gli altri interpreti sono particolarmente efficaci i duetti tra Caldeira e Cathy Lowenberg in What's the Buzz? e quello tra Caldeira e Kaleiwahea in Strange Things Mystifying

Anche le parti corali, come la già citata What's That Buzz? o The Last Supper si adattano bene al paradigma dell'heavy metal, con gli interpreti che eseguono le parti della folla e degli apostoli su queste basi più aggressive e veloci rispetto alle originali.

Jesus Christ Supernova non è che la prima opera di questo straordinario combo che da allora ha replicato l'esperimento numerose altre volte e con il medesimo successo; ad oggi hanno anche all'attivo una serie di compilation di canti natalizi interpretati con lo stesso stile e anche un tributo agli Osmonds. Il primo album del gruppo hawaiano è una delle più convincenti rielaborazioni dell'opera di Andrew Lloyd Webber e di Tim Rice che non solo offre un'esecuzione nuova dal punto di vista vocale, ma rielabora le basi come nessun'altro ha fatto prima. Questo album metterà tutti d'accordo, e già dal primo ascolto: i fan del metal, quelli del rock progressivo e di chiunque ami Jesus Christ Superstar.

lunedì 8 aprile 2019

Le colonne sonore della serie di Mission: Impossible

Il 1996 diede avvio alla serie cinematografica di Mission: Impossible grazie alla volontà di Tom Cruise, nella doppia veste di protagonista e produttore, che decise di realizzare per il grande schermo una nuova versione degli storici telefilm omonimi. Il primo telefilm che vedeva come protagonisti gli agenti della Impossible Mission Force fu trasmesso tra il 1966 e il 1973 e un remake fu prodotto tra il 1988 e 1990; il primo dei due telefilm ebbe in Italia il titolo di Missione Impossible, mentre il secondo venne intitolato Il Ritorno di Missione Impossibile.

Con la nascita del primo dei due telefilm venne lanciato anche il celebre tema musicale di Mission: Impossible del compositore e pianista Lalo Schifrin che fu utilizzato per tutte le serie dei telefilm e anche per i videogiochi ispirati alla serie.

Con l'uscita del primo film a metà degli anni 90 fu pubblicata la colonna sonora dello stesso con il titolo Music From And Inspired By The Motion Picture Mission: Impossible. Il disco conteneva la celebre rivisitazione del tema di Lalo Schifrin in chiave rock interpretata da Larry Muller e Adam Clayton degli U2 che quell'anno ebbe molto successo nelle classifiche e nei passaggi radiofonici e televisivi. Oltre al Theme from Mission: Impossible, in due versioni, l'album conteneva tre pezzi strumentali di Danny Elfman e dieci brani cantati tra cui Weak degli Skunk Anansie, Spying Glass dei Massive Attack e Headphones di Björk. Una nota sul retro di copertina chiarisce che dei quindici brani ben dieci non compaiono nel film e gli unici ad essere inclusi nel film sono il brano portante, i tre di Danny Elfman e Dreams dei Cranberries che però non è un pezzo a commento di una scena del film, ma un brano che viene trasmesso dagli altoparlanti del locale in cui alcuni i personaggi di Tom Cruise e Ving Rhames si incontrano alla fine. Di fatto, a parte le due incisioni di Clayton e Mullen e quelle di Danny Elfman, il disco è una compilation di pezzi completamente slegati dal film.


Contemporaneamente all'uscita della colonna sonora, fu pubblicato un secondo disco dal titolo Music From the Original Motion Picture Score Mission: Impossible che contiene le vere musiche del film scritte da Danny Elfman. In questo secondo disco non compaiono le tre tracce di Elfman incluse nella soundtrack, ma è invece presente un'altra rivisitazione del tema di Lalo Schifrin, questa volta ad opera proprio di Danny Elfman.

Il secondo film della serie uscì nel 2000 e anche nel caso del primo sequel venne pubblicata una colonna sonora dal titolo Music From and Inspired by Mission: Impossible 2. L'album contiene una raccolta di brani hard rock, metal e crossover tra cui spiccano sicuramente I Disappear dei Metallica e Take a Look Around dei Limp Bizkit che reinterpreta in chiave crossover la musica originale di Lalo Schifrin. Dei due brani furono anche girati altrettanti video ispirati alle atmosfere del film. In Take a Look Around vediamo infatti i Limp Bizkit interpretare degli agenti sotto copertura che lavorano come camerieri in un ristorante; mentre in I Disappear ciascun membro dei Metallica interpreta una scena simile a quella di film di azione del passato: Kirk Hammett viene rincorso da un aereo nel deserto come Cary Grant in Intrigo Internazionale, Jason Newsted cerca di scappare da centinaia di persone che vogliono ucciderlo all'interno di una villa come Jonathan Pryce nel film Brazil, James Hetfield guida una muscle car tra le colline di San Francisco come Steve McQueen in Bullitt (film le cui musiche furono composte proprio da Lalo Schifrin) e Lars Ulrich salta da un palazzo che sta per esplodere come Bruce Willis in Die Hard.

Il disco contiene altri pezzi di grande valore come la cover di Have a Cigar dei Pink Floyd interpretata dai Foo Fighters con Brian May, l'autocover di Mission di Chris Cornell, qui intitolata Mission 2000, e What U Lookin' At? di Uncle Kracker (che sul retro di copertina è indicato come Uncle Kracker produced by Kid Rock). Dell'album esistono varie versioni, infatti la versione europea contiene anche Iko-Iko delle Zap Mama; la versione giapponese include S.O.S. dei giapponesi Oblivion Dust e Iko-Iko; le verione australiana include Sucker degli australiani 28 Days, la rivisitazione del Theme From Mission: Impossible di Josh Abrahams e Iko-Iko; la versione per l'America Latina include Deslizándote del messicano Saúl Hernández e Iko-Iko; la versione brasiliana ha come unica bonus track Give my Bullet Back dei brasiliani Raimundos mentre la versione asiatica  contiene Afraid of What? del cinese Leon Lai e Iko-Iko.


Anche in questo caso il disco è una compilation che non ha alcun legame con il film. L'unico pezzo che si sente nelle scene dl film è Iko-Iko; per il resto i brani di Metallica e Limp Bizkit si sentono durante i titoli di coda, e tutti gli altri pezzi non compaiono nel film in alcun modo. Le vere musiche del film composte da Hans Zimmer sono state pubblicate in un secondo disco intitolato Music From the Original Motion Picture Score Mission: Impossible 2 che include anche Iko-Iko.

Il terzo capitolo di Mission: Impossible è uscito nel 2006 e le musiche strumentali del film composte da Michael Giacchino sono state pubblicate nel disco intitolato Mission: Impossible III – Music from the Original Motion Picture Soundtrack. Giacchino compose anche le musiche del quarto film Mission: Impossible - Ghost Protocol del 2011 che sono state pubblicate nell'album Music from the Motion Picture Mission: Impossible - Ghost Protocol.


Il quinto capitolo intitolato Mission: Impossible – Rogue Nation uscì nelle sale nel 2015 e anche in questo caso venne realizzato solo un disco strumentale che contiene le musiche di Joe Kraemer. Al momento il più recente film della serie è Mission: Impossible - Fallout del 2018 e anche in questo caso ne venne pubblicato solo un album strumentale intitolato Music from the Motion Picture Mission: Impossible - Fallout che raccoglie le musiche di Lorne Balfe.

Mission: Impossible è quindi una di quelle serie cinematografiche che meglio hanno saputo coniugare cinema e musica, unendo spesso ottime trame a ottimi sottofondi musicali. E anche se in qualche caso i produttori si sono presi qualche libertà nell'assemblare le compilation, queste colonne sonore sono entrate a pieno titolo nella storia della musica cinematografica.

lunedì 1 aprile 2019

Rhapsody of Fire - The Eighth Mountain

Con il nuovo The Eighth Mountain i Rhapsody of Fire affrontano la prima prova in studio con pezzi inediti con la rinnovata formazione che vede Giacomo Voli alla voce e il tedesco Manuel Lotter alla batteria; il disco segue la compilation Legendary Years del 2017 realizzata con questa lineup in cui il gruppo ha reinterpretato alcuni dei suoi classici del passato.

Il nuovo album è composto da dodici tracce in cui la band propone il proprio epic power metal distintivo, dando come sempre ampio spazio alle ricche e maestose melodie e alla voce del cantante. Rispetto a Conti e Lione, Giacomo Voli alza ulteriormente l'asticella raggiungendo vette interpretative di altissimo livello che si assestano al di sopra delle performance dei due pur bravissimi cantanti che lo hanno preceduto. Per questo nuovo album la band si avvale inoltre del contributo della Bulgarian National Symphony Orchestra che supporta il gruppo con la propria strumentazione e con il coro.

L'uscita dell'album è stata anticipata dalla pubblicazione del video di Rain of Fury che dà un assaggio di ciò che poi si troverà nel resto dell'LP con un pezzo ricco di metal melodico che mischia sapientemente atmosfere epiche con il suono moderno del power metal.

Trattandosi di un concept album che va ascoltato nella sua interezza, è difficile individuare parti migliori di altre; ciò non toglie che si possano trovare momenti più ricchi di componenti varie come Seven Heroic Deeds, il primo brano dopo l'intro, che vede la presenza massiccia del coro che introduce i ritornelli cantando il ponte in latino. I pezzi più melodici del disco si trovano nella parte centrale dell'LP, come White Wizard e Warrior Heart che si apre con il clavicembalo suonato da Alex Staropoli e il flauto suonato dal fratello Manuel che accompagnano senza altri strumenti la voce di Voli per tutta la prima strofa.

Tra i brani di spicco troviamo anche la bellissima e sontuosa The Courage to Forgive introdotta da un vocalizzo di un coro lirico di cui fanno parte anche lo stesso Voli e Chiara Tricarico dei Moonlight Haze. L'edizione giapponese dell'album è impreziosita dalla presenza di una bonus track: una seconda versione di Rain of Fury in cui Voli canta le strofe in giapponese, dando al pezzo un tocco di originalità.

Se con Legendary Years i Rhapsody of Fire hanno dimostrato che la nuova formazione era all'altezza di tutte le precedenti dal punto di vista tecnico, con questo nuovo album hanno confermato che la nuova lineup è perfettamente in grado di mantenere alti i fasti del gruppo metal più celebre del nostro paese anche nelle incisioni inedite.

The Eighth Mountain apre così la nuova fase della carriera dei Rhapsody of Fire e se queste sono le premesse possiamo essere sicuri che nonostante gli oltre due decenni di carriera alle spalle, la band ha ancora molte frecce al proprio arco e che sicuramente regalerà album di qualità altissima ancora per molti, molti anni.

martedì 26 marzo 2019

Muddy Waters - Electric Mud

Nel 1968 la Chess Records tentò lo strano esperimento di mischiare il blues delle origini con il rock psichedelico che in quel periodo viveva il suo momento di maggiore splendore. Uno dei risultati di questa sperimentazione è l'LP Electric Mud di Muddy Waters in cui il leggendario bluesman del Mississippi prova a contaminare il proprio sound con quello che in quegli anni Jimi Hendrix produceva nella capitale del Regno Unito.

Il disco è composto da otto tracce il cui risultato è, come è ben noto, ampiamente discutibile. L'abuso di wah-wah e fuzzbox non si coniuga al meglio con lo stile del blues di Muddy Waters e l'album nella sua interezza dà una sensazione di unione forzata tra cose diverse. Qualche momento da salvare comunque c'è, ad esempio la cover di I Just Want to Make Love to You più aggressiva delle versioni precedenti è particolarmente efficace; così come lo sono anche le autocover di I'm Your Hoochie Coochie Man e Mannish Boy. In generale la voce potente di Muddy Waters funziona bene su tutti i brani rendendo così Electric Mud un disco comunque interessante e che merita più di un ascolto.

Nonostante la critica lo accolse in modo non sempre positivo, il successo commerciale fu notevole e in ogni caso l'influenza che Electric Mud ebbe sulla musica che non può essere ignorato. Il bassista dei Led Zeppelin John Paul Jones affermò di aver preso spunto proprio da questo album per il celebre riff di Black Dog. Inoltre secondo quanto sostiene il giornalista musicale Gene Sculatti nel libro Lost in the Grooves: Scram's Capricious Guide to the Music You Missed la parte ritmica di Electric Mud fece da precursore a quella dell'hip hop.

Nonostante lo stesso Muddy Waters abbia affermato che Electric Mud non gli piaceva e che non lo considerava un disco di blues, non ignorò completamente i risultati dell'esperimento nei suoi dischi successivi. Parte di questo inedito sound fu infatti utilizzato anche nel successivo After The Rain, in cui però le sonorità psichedeliche sono meno invadenti e non coprono lo stile compositivo di Muddy Waters.

In sintesi Electric Mud è un disco interessante, sicuramente sperimentale, ma che contiene comunque spunti e momenti molto validi. Il lascito di Electric Mud si nota in tutto il blues rock dai primi anni 70 fino ad oggi, ma sopra ogni cosa questo atipico album mostra che anche gli esperimenti meno riusciti dei grandi musicisti lasciano una profonda impronta e contengono sempre qualcosa di buono che condiziona i decenni successivi.

lunedì 18 marzo 2019

The Temptations - Cloud Nine

Dopo otto album caratterizzati dal tipico Motown sound, nel 1969 i Temptations decisero di mischiare il proprio suono a quello del rock psichedelico che in quegli anni dominava la scena musicale, gettando così le basi di quello che da allora fu noto come psychedelic soul. L'album Cloud Nine è un vero spartiacque nella lunga discografia dei Temptations, non solo per il notevole cambio di stile ma anche perché fu il primo realizzato sotto la guida del nuovo produttore Norman Whitfield e con la nuova voce principale di Dennis Edwards in sostituzione del vocalist storico David Ruffin licenziato dalla band per via di incompatibilità caratteriali.

Il disco è composto da dieci tracce e in realtà le sonorità psichedeliche sono prevalenti solo in due di queste, la title track e Runaway Child, Running Wild, che offrono una mescolanza di suoni molto ricca tra soul, funk, rock psichedelico e le polifonie vocali tipiche della band. Non a caso, e a indicare la nuova tendenza musicale dei Temptations, furono proprio queste due le uniche tracce a essere pubblicate anche in singolo. Un notevole cambio di rotta si riscontra anche nei testi, che abbandonano le atmosfere romantiche per parlare di problemi sociali come la difficoltà dell'essere nero e povero nell'America di fine anni 60.

Sette delle dieci tracce contengono invece sonorità soul classiche e simili alle pubblicazioni precedenti dei Temptations caratterizzate da atmosfere patinate e dalla sovrapposizione vocale dei cinque cantanti che si sommano e si amalgamano interpretando ognuno una voce diversa. Trai pezzi migliori di questi sette troviamo sicuramente le ballad Why Did She Have to Leave Me (Why Did She Have to Go) e I Need Your Lovin' in cui la voce principale è interpretata da Eddie Kendricks in falsetto. Anche in questi pezzi più tradizionali comunque la voce di Edwards, che interpreta la parte principale in quattro pezzi tra cui la già citata Why Did She Have to Leave Me (Why Did She Have to Go), dà un tocco diverso rispetto ai dischi precedenti per via del suo suono più aspro che si allontana di molto dalla voce melodica di Ruffin.

Completa il disco una versione da nove minuti di I Heard It Through the Grapevine, ispirata più alla versione di Gladys Knight & the Pips che a quella di Marvin Gaye e che in realtà è diversa da tutto il resto del disco grazie a un arrangiamento blues essenziale che lascia molto spazio alle voci dei cinque.

Nonostante in Cloud Nine la contaminazione con i suoni psichedelici avvenga solo in due pezzi, la sperimentazione sonora dei Temptations continuò con forza in quella direzione per molti anni e per vari album creando dissapori all'interno della band tra chi era favorevole alla nuova rotta e chi voleva restare fedele alle sonorità originali. In ogni caso la qualità di queste registrazioni è indubbia e dimostra come nonostante la celebrità dei Temptations sia legata soprattutto alle ballad di inizio carriera il gruppo in realtà abbia fatto molto di più in stili molto diversi tra loro dimostrando grande ecletticità e creatività.

lunedì 11 marzo 2019

An interview with Pierre Edel

An Italian translation in available here.

French-Russian singer Pierre Edel is one of the most interesting vocalists on nowadays rock 'n'roll music. To discuss the four times he competed in the talent show The Voice and his most relevant recordings, Pierre accepted our proposal for an interview.

We would like to thank Pierre Edel for his kindness and availability.


125esima Strada: Hi Pierre and thanks for the time you are giving us. Let's talk first about your 2017 album which is on SoundCloud. I know it took you many years to write and record it. What's the story behind this album?

Pierre Edel: The album is a collection of stuff that I wrote between 2006 and 2007, over ten years of songwriting and of course I released much more stuff with different bands but these ones are so special to me I don’t even know if I would play them on stage. Of course I did just a couple of times, there’s a live version of 66Sex in Odessa on YouTube and that’s about it.

66Sex and Chemistry of Love were written in 2006, all the other songs were written a bit later and Return to the City of Love was written in 2017 because I was coming back to live in Paris. I wanted to pick some of the songs I hadn't released, or if I did release them they were not recorded properly, maybe I didn’t have the right vocal technique yet to sing these songs. There were two more songs that were supposed to be rerecorded, one of which was called Leaving the City of Love, which is of course the first part to Return to the City of Love, and the other one was called Rock ‘n’ Roll Smells Funny, and I guess I have some recordings of us playing them as a trio with me on the guitar on rehearsal or the only time the songs were played live.


125esima Strada: Is there any song of the album you like better than the others? If so, why?

Pierre Edel: The song I like most is Return to the City of Love, it works, it’s catchy. If I was to release it on a mainstream label I would simplify it a little bit, chop out some of the prog melodies in between the verses, they don’t really make sense but they are just fun to play for me and fun to listen to. It’s a Frank Zappa thing. One of my best friend, my guitarist, said “You write good songs and then you do anything you can to ruin them.” So I would chop out the stuff that is a little bit too much.


125esima Strada: Let's talk also about your collaboration with Sergey Mavrin. How did you get involved and how did you two work together?

Pierre Edel: When I was a little kid living in France I was living with a nanny, I didn’t really see my parents that much, they were divorced when I was born. So I was living with an old Russian lady I loved so much, she was a like grandmother to me, I went to see her recently in Moscow she’s almost 90 years old now. At some point her grandson, who is Russian of course, had to come over also, I was 7 years old and he was 12 or 13. We lived all together for about 5 or 6 years in Paris and London and this guy was into rock ‘n’ roll music, it was the mid-90s, so he would listen to Scorpions, Nirvana, Metallica, Guns N' Roses, all that kind of stuff. And of course he also listened to Russian music and there was this huge band, the biggest heavy metal band in Russia and in the Soviet Union: Aria. The guitarists for this band during some of their peak albums in the late 80s was a guy called Sergey Mavrin and he’s a guitar virtuoso and he wrote some beautiful songs with the first singer Valery Kipelov. Kipelov today has his own band called Kipelov, a great band also.

Growing up at a certain point I knew I wanted to play rock ‘n’ roll music and I would have never become a musician without my nanny’s grandson, we met a few weeks ago when I was in Moscow and we had a good time, he’s now 36, has a wife and two kids.

So in 2013 I thought “I should just send some emails to my favorite musicians” and I started writing emails to Steve Vai, Yngwie Malmsteen, Michael Schenker, Herman Rarebell from Scorpions, and others. I wrote an email to Sergey Mavrin and he actually replied, and I said “You know what? Let’s make an album.” And that worked for me several times in my life also with a guy called Christophe Godin in France, I did almost the same. I took one of his instrumental songs, recorded my voice over it, sent it to him and said “Let’s play on stage together.” which lead us to Birmingham in England where he introduced me to Tony Iommi.

It worked and we are still friends. Sergey is a very humble person and a great musician.


125esima Strada: What is absolutely striking in your career is that you competed in four editions of The Voice. How come? How did you decide to do something so weird?

Pierre Edel: In 2013 I was in Moscow and I received an email, it was from a headhunter for these big TV shows. Of course people apply, there were tens of thousands of people applying for each season, but there are also headhunters, people who are paid to look out for talents on the internet. We just had our video Black Dog out on YouTube and one of these headhunters for the production society that produces The Voice of France said “We found this video and you should come over to Paris for the auditions.” I didn’t even know what The Voice was because at that point there had been only two seasons in France.

I flew to Paris (I moved zillions of times from Paris to Moscow and from Moscow to Paris in my life). I did the auditions and it worked and it took almost half a year of my life. Then the same thing happened in Russia. They saw me on The Voice of France because there’s a guy who works for both the production of The Voice of France and The Voice of Russia and he recommended me and they invited me to do The Voice of Russia.

And then - believe it or not - exactly the same thing happened with The Voice of Ukraine. Actually many people from The Voice of Russia went to The Voice of Ukraine. It has become quite typical; you also have people who made The Voice of Turkey and then The Voice of Russia or The Voice of Ukraine. I guess there will be more and more people doing at least two editions of The Voice, but as far as I know four editions is unique. But the thing is the more seasons you get, the more people you get and the less incredible it becomes to participate in that show. If you think about it when we only had a couple of seasons, and they show about 60 singers in every season, you would have in a single country about 100 or 150 people who would have been shown on TV, so it was quite unique. Now that we have almost ten season you have over 1.500 people and you don’t have zillions of singers in a single country; so at some point it becomes irrelevant and it doesn’t add anything to your curriculum. But four editions is something that you do because you have to top it.


125esima Strada: On your YouTube channel there's also a cover of The Sky is Crying by Elmore James, what's the role of blues music in your musical background?

Pierre Edel: The guy who taught me the guitar when I was 13 was a big blues fan, he had an electric guitar. When I saw that electric guitar, it was a Yahama Pacifica, that was the moment I knew my life was going to change. He also had an acoustic guitar, a Seagull, but it took me a while to get interested in that, maybe a few months, because I was into the electric guitar at first which is weird because usually people start with an acoustic guitar and then move to the electric.

At some point I was really into Richie Sambora and I wanted to have a twelve-string guitar to be able to play Wanted Dead or Alive by Bon Jovi. It was all about the blues because all the solos I would learn, Steve Lukather, Richie Sambora, Stevie Ray Vaughan, that all lead me to the roots, or some of the roots because I don’t consider rock 'n' roll to have only black blues roots. So I wanted to study that and I started to listen to Willie Dixon, John Lee Hooker, Elmore James, all the kings like Albert King, Freddie King, B.B. King, and Hendrix obviously.

At the same time I really studied the history of music, because when I was a kid I was studying classical music, and I came to understand that black musicians and blues gave a lot to rock 'n' roll but it’s all with white European instruments: the cymbals, the double bass, the piano, the guitar. It’s an amazing marriage between the blues feeling and the classical instruments and also English, Irish and Scottish classical and traditional music which you can find even when you listen to the Beatles. And technology of course, like the electric guitars. So it’s just a mix of so many things that came together in the sixties and gave birth to this beautiful music that is rock 'n' roll.


125esima Strada: Another surprising thing you did is a medley of three songs by Lady Gaga with Michael Sobin. Lady Gaga seems to be so far from your style, so how was this conceived?

Pierre Edel: It is quite far but actually if you check it out we have many videos and tracks in different styles: dubstep, hip hop, ... And this is something I’ve always done. Music is fun and it’s fun to try something else, it doesn’t mean I would completely get into that but I came across so many different genres and styles throughout the 90s and early 2000s. Of course stuff like Limp Bizkit and Red Hot Chili Peppers, and this crossovers between electronic music and rock and so on. I wouldn’t really listen to it, I would just have fun with it.

Michael Sobin is an amazing guitarist, if you check out his channel, he’s a real virtuoso. We met in 2012 because there was a band called Witchcraft in Russia and they were looking for a male singer, he was playing in that band. We did four tracks in that crossover style as the Lady Gaga video: we did Michael Jackson, there’s also a cover of Cry Me a River by Justin Timberlake and The Weeknd’s Can't Feel my Face.

At some point we were asked by a talent show in Russia to come over and present this Justin Timberlake track, so we did it but they didn’t like the fact I had already been a part of The Voice because they had some administration and administrative dilemma with the guys from The Voice.

Sobin is a very good friend of mine and we also wrote a couple of original tracks together, there’s a track called Cannonball which is a quite amusing track, a crossover between dubstep, trap and rap.


125esima Strada: You come from two countries that have a very strong history of hard rock and metal music. Aria and Chorny Kofe for Russia and Trust, H-Bomb and Demon Eyes for France are just the first examples that come to my mind. So, how come you decided to sing in English instead of French or Russian?

Pierre Edel: I really think that rock 'n' roll is supposed to be sung in English. If you sing in Russian it will only work in Russia, if it works; if you sing in French it won’t work anywhere because the French don’t care about metal or rock music. There are little niches, you would always find a couple of thousand people who are into voodoo magic, a couple of thousand people who are on some kind of strange diet, you can find a couple of thousand people who want to have their tongue split. You can always find these minorities. But rock 'n' roll is not at all a trend in France and has never been. You’ll always find one or two artists who made it like Trust, but they made it in the 80s, so it’s a total different story.

I know three guys from Trust: two of the guitarists and the drummer. I’ve been on stage with them and they are really cool people but they are dinosaurs basically. No one cares for rock 'n' roll in France, there are no new rock bands. Metal is a little different, I don’t really care for metal; I used to be a metalhead when I was 16, but I don’t like the whole mythology, I don’t like the leather and spikes, it’s a little cheesy and lacks this sense of humor and the aesthetics you find in hard rock with bands like Deep Purple or Whitesnake. It’s kind of heavy metalish in some points but it’s still hard rock.

Metal lacks the sexiness, I like the sexiness of rock blues. Look at Iron Maiden and their fans, I look at the long hair and the clothes and it smells of perspiration to me. So, you’d find metalheads in France, but not old school rockers unless they are 50 years old, or 150 years old.

It’s more or less the same in Russia. You’ll find more people who are into hard rock in Russia, but it’s irrelevant.

I like to sing in the US, to sing in Great Britain, to sing in New Zealand. Who would listen to me if I was singing in French or Russian?

You could say Rammstein sing in German. Yes, cool. That’s the only band who sing in a different language. Maybe you’ll find one or two more, but Scorpions are German and they sing in English, biggest metal band in France, Gojira, sing in English.

Second, to me English is the language of rock 'n' roll. I love French, I wrote lots of songs in French and I have a SoundCloud with twenty French songs, I read a lot of poetry, I wrote a book in French. I love my native language but rock 'n' roll is meant to be sung in English. If you can’t sing in English, you do your best in your country in Italian, Spanish, Portuguese, but will only be interesting to people in that particular country.


125esima Strada: Who are the musicians or bands that influenced you most during your whole career?

Pierre Edel: Number one league would be Glenn Hughes and David Coverdale. I remember when I was 15 and I was in art school: I went to a park with a friend of mine and he had a little turntable and we played a vinyl by Deep Purple in which of course you have David Coverdale and Glenn Hughes and that was a very strong and emotional moment to me. First of all because it’s so unusual to have two singers in the same band, and it’s also unusual that the two of them would become huge rock stars. Glenn Hughes must have been the only one who had been lead singer for Deep Purple and Black Sabbath and he made some back vocals for Whitesnake. I love his voice, I love his way of everything, his way of moving, his talking, his clothes, his manners. I love his bass playing also.

Best album to me is Burning Japan, 1994. There’s Burn of course, then The Liar and third track is Muscle And Blood which is to me one of the best rock 'n' roll songs of all time. And then You Keep On Moving which he wrote with David Coverdale when he was with Deep Purple of which I made my own version on YouTube. This Time Around which he wrote with John Lord, I have a version of that too on YouTube. It is the finest of the finest of the music that was produced.

Of course I am also a fan of his solo career, his ballads are beautiful, such as Why Don’t You Stay and Lay My Body Down.

And then on the other hand you have David Coverdale and Whitesnake. I’m a huge fan of Whitesnake, I have a Whitesnake tattoo on my forearm, listening to Whitesnake is just one of the most inspiring things for rock musicians. I also like the Steve Vai era, Slip of the Tongue was heavily criticized, but I think it was great, all the songs were written by Adrian Vandenberg except Fool For Your Loving which was a rerecording of a great classic. I love Steve Vai who was one of my greatest influence as a guitarist, one of the greatest albums of all times to me is Sex and Religion by Steve Vai on which you have Devin Townsend singing, T.M. Stevens as bass player and Vinnie Colaiuta on drums.

I’m also a huge fan of Winger, Scorpions, Def Leppard, Frank Zappa, and the list goes on.


125esima Strada: And who are your favorites of today's music scene?

Pierre Edel: I guess the most modern band I would listen to would be Nirvana. Just kidding. I’ve had moments in my life when I was really into a band called Pain of Salvation. I wouldn’t say it’s today’s music scene really but it’s post 2000. And there’s a British band called Threshold, astonishing songwriting, they have a song called Pilot and the Sky of Dreams and I would say this is what Pink Floyd would have made if they were twenty into the 2000s.

Pagan’s Mind is a nice metal band, I said I don’t like the metal lifestyle, but sure I like some of metal music especially if it’s melodic. I have a Manowar tattoo.

That would be all. I don’t really listen to modern music that much.


125esima Strada: What do you think of new technologies, such as Spotify or YouTube, that allow musicians to spread their music all over the world? Are they good or bad for the music industry in your opinion?

Pierre Edel: I’m very lazy with social media and I don’t use them as much as I could and should. I like to be part of this generation that has a smartphone in its hand. I remember the 90s when I used to write letters when I was in some countries and some of my relatives were in other countries. I wasn’t bored at all and I think it was a good thing not having all these devices when I was a kid because it helped me concentrate on piano lessons, languages, sports, reading, drawing, writing. I find it harder to concentrate now than when I was a kid.

It’s a philosophical question and a political question because to say the something is good or bad is a political view of it. I listen to interviews to Steve Lukather, Steven Tyler, Steve Vai, and they always answer this question in a different manner. And the question is “If they were born the 90s or early 2000s would they be recognized for their talent?” I doubt it.

Because the worst thing about Spotify, YouTube and social media is that there’s too much garbage on it: anyone can become a musician, a photographer, a journalist, anything. At some point it becomes ridiculous because you don’t go outside and meet real people in a sports club or a music store. I remember the early 2000s when I found my first bass player in a paper magazine; I bought a magazine in a music store, I was looking for a bass player and I found there one. It was an add with no Spotify or Youtube link, it was 2003, not even a picture. But of course you lose time with that system.

So it’s a hard question to answer. There are good things and bad things about it. But the worst thing about it is that there’s absolutely no quality filter on YouTube, Facebook, Instagram, Spotify. There’s a huge pile of garbage. If you are into modern music and are looking for some quality artists, to find one you have to go through a hundred shitty artists and people who call themselves artists. That’s how I feel about it.

Intervista a Pierre Edel

L'originale in inglese è disponibile qui.

Il cantante franco-russo Pierre Edel è uno delle realtà più interessanti del rock 'n' roll odierno. Per parlare delle quattro edizioni del talent show The Voice a cui ha partecipato e delle sue incisioni più importanti, Pierre ha accettato la nostra proposta di un'intervista.

Ringraziamo Pierre Edel per la sua cortesia e disponibilità.


125esima Strada: Ciao Pierre e grazie per il tempo che ci stai dedicando. Iniziamo a parlare del tuo album del 2017 disponibile su SoundCloud. So che ti ci sono voluti molti anni per scriverlo e registrarlo. Che storia c'è dietro a questo album?

Pierre Edel: L'album è una raccolta di cose che ho scritto tra il 2006 e il 2007, oltre dieci anni di scrittura di canzoni e ovviamente ho pubblicato molta altra roba con altri gruppi ma queste sono molto speciali per me al punto che non so nemmeno se le suonerei dal vivo. Ovviamente l'ho fatto un paio di volte, c'è una versione live di 66Sex registrata ad Odessa su YouTube ma è tutto lì.

66Sex e Chemistry of Love sono state scritte nel 2006, tutte le altre canzoni sono state scritte un po' dopo e Return to the City of Love e stata scritta nel 2017 quando sono tornato a vivere a Parigi. Ho voluto raccogliere qualche canzone che non avevo pubblicato, o se le avevo pubblicate non erano state registrate nel modo giusto, o non avevo ancora la giusta tecnica vocale. C'erano altre due canzoni che avrei dovuto registrare, una delle due si intitola Leaving the City of Love, che è ovviamente la prima parte di Return to the City of Love, e l'altra si intitola Rock ‘n’ Roll Smells Funny, e credo di avere delle registrazioni di noi che la suoniamo in trio con me alla chitarra in prova o nell'unica volta che le abbiamo suonate dal vivo.


125esima Strada: C'è qualche canzone dell'album che preferisci rispetto alle altre? Se sì, perché?

Pierre Edel: La canzone che preferisco è Return to the City of Love, funziona, fa presa. Se dovessi pubblicarla per una grande etichetta la semplificherei un po', toglierei un po' delle melodie prog tra le strofe, non hanno molto senso ma sono divertenti da suonare per me e da ascoltare. E' una cosa nello stile di Frank Zappa. Uno dei miei migliori amici, il mio chitarrista, mi ha detto “Tu scrivi delle belle canzoni e poi fai di tutto per rovinarle.” Quindi taglierei tutte quelle cose che sono un po' esagerate.


125esima Strada: Parliamo della tua collaborazione con Sergey Mavrin. Come sei stato coinvolto e come avete lavorato insieme?

Pierre Edel: Quando ero piccolo e vivevo in Francia, vivevo con una balia, non vedevo spesso i miei genitori, erano divorziati quando nacqui. Quindi vivevo con un'anziana signora russa a cui volevo molto bene, è stata come una nonna per me, recentemente sono andato a trovarla a Mosca adesso ha quasi 90 anni. A un certo punto suo nipote, che ovviamente è russo, venne a vivere con noi, io avevo 7 anni e lui 12 o 13. Vivemmo insieme per 5 o 6 anni a Parigi e Londra e questo ragazzo era appassionato di rock ‘n’ roll, era la metà degli anni 90, quindi ascoltava gli Scorpions, i Nirvana, i Metallica, i Guns N' Roses, e cose di questo tipo. Ovviamente ascoltava anche musica russa e c'era un gruppo famosissimo, il più grande gruppo metal della Russia e dell'Unione Sovietica: gli Aria. Il chitarrista di questo gruppo durante il loro periodo di maggior successo alla fine degli anni 80 era Sergey Mavrin ed è un virtuoso della chitarra e ha scritto canzoni bellissime con il primo cantante Valery Kipelov. Kipelov oggi ha un'altra band che si chiama Kipelov, un'altra ottima band.

Crescendo a un certo punto capii che volevo fare musica rock ‘n’ roll e non sarei mai diventato un musicista se non fosse stato per il nipote della mia balia, ci siamo incontrati qualche settimana fa a Mosca e ci siamo divertiti, oggi ha 36 anni, una moglie e due figli.

Quindi nel 2013 pensai “Dovrei scrivere delle email ai miei musicisti preferiti” e iniziai a mandare email a Steve Vai, Yngwie Malmsteen, Michael Schenker, Herman Rarebell degli Scorpions, e altri. Scrissi un'email a Sergey Mavrin e mi rispose, e gli dissi “Sai una cosa? Potremmo fare un disco insieme.” Questo funzionò per me molte volte nella mia vita anche con un musicista francese che si chiama Christophe Godin, feci più o meno lo stesso. Presi uno dei suoi pezzi strumentali, ci registrai sopra una parte cantata, glielo mandai e gli dissi “Suoniamo insieme dal vivo.” e questo mi portò a Birmingham in Inghilterra dove mi presentò Tony Iommi.

Funzionò e siamo ancora amici. Sergey è una persona molto umile e un ottimo musicista.


125esima Strada: Una cosa davvero sorprendente della tua carriera è che hai partecipato a quattro edizioni di The Voice. Come è successo? Come hai deciso di fare una cosa così strana?

Pierre Edel: Nel 2013 ero a Mosca e ricevetti un email, era di un headhunter per questi grossi show televisivi. Ovviamente c'è gente che si iscrive, c'erano decine di migliaia di persone che si iscrivevano ad ogni edizione, ma ci sono anche gli headhunter, persone pagate per cercare dei talenti su internet. Avevamo appena pubblicato il nostro video di Black Dog su YouTube e uno di questi headhunter della società produttrice di The Voice of France disse “Abbiamo visto il tuo video e dovresti venire a Parigi per le audizioni.” Non sapevo nemmeno cosa fosse The Voice perché fino ad allora ce n'erano state solo due edizioni in Francia.

Andai a Parigi (ho viaggiato da Parigi a Mosca e da Mosca a Parigi un'infinitiva di volte nella mia vita). Feci le audizioni e andò bene e questo prese circa sei mesi della mia vita. Lo stesso mi successe in Russia. Mi videro in televisione a The Voice of France perché c'è una persona che lavora per entrambe le produzioni di The Voice of France e di The Voice of Russia e ha suggerito me e mi hanno invitato a fare The Voice of Russia.

E poi - che ci crediate o no - esattamente lo stesso successe con The Voice of Ukraine. In realtà molte persone da The Voice of Russia passano a The Voice of Ukraine. È diventato quasi normale; ci sono anche persone che hanno fatto The Voice of Turkey e poi The Voice of Russia o The Voice of Ukraine. Credo che ci saranno sempre più persone che faranno almeno due edizioni di The Voice, ma per quanto ne so quattro edizioni è una cosa unica. Ma più edizioni fai, più persone partecipano e diventa meno incredibile partecipare a quello show. Se ci pensi, dopo un paio di edizioni con 60 cantanti in ognuna, in ogni nazione c'erano 100 o 150 cantanti che avevano partecipato, quindi era una cosa peculiare. Adesso che ci sono state quasi dieci edizioni ci sono stati più di 1500 concorrenti e non ci sono miriadi di cantanti in ogni paese; quindi diventa insignificante e non aggiunge nulla al curriculum. Ma quattro edizioni è una cosa che fai per battere il record.


125esima Strada: Sul tuo canale YouTube c'è anche una cover di The Sky is Crying di Elmore James, che ruolo ha la musica blues nella tua formazione?

Pierre Edel: La persona che mi ha insegnato a suonare la chitarra quando avevo 13 anni era un fan della musica blues, aveva una chitarra elettrica. Quando vidi quella chitarra elettrica, era una Yahama Pacifica, fu il momento in cui capii che la mia vita sarebbe cambiata. Aveva anche una chitarra acustica, una Seagull, ma mi ci volle un po' prima di interessarmi anche a quella, qualche mese, perché mi interessava di più la chitarra elettrica che è strano perché di solito si parte con la chitarra acustica per poi andare verso quella elettrica.

A un certo punto mi appassionai a Richie Sambora e volevo una chitarra a dodici corde per poter suonare Wanted Dead or Alive dei Bon Jovi. Era tutto basato sul blues perché gli assoli che imparavo, di Steve Lukather, Richie Sambora, Stevie Ray Vaughan, mi portavano verso le origini, o alcune delle origini visto che non credo che il rock 'n' roll sia basato solo sul blues. Quindi volli studiarlo e iniziai ad ascoltare Willie Dixon, John Lee Hooker, Elmore James, i three kings Albert King, Freddie King, B.B. King, e ovviamente Hendrix.

Al contempo iniziai a studiare la storia della musica, perché da ragazzo studiavo musica classica, e arrivai a capire che i musicisti neri e il blues hanno dato molto al rock 'n' roll anche se è fatto con strumenti della musica bianca europea: i piatti, il contrabbasso, il piano, la chitarra. È un bellissimo connubio tra il feeling del blues e gli strumenti classici e anche la musica classica e tradizionale inglese, scozzese e irlandese che puoi trovare anche se ascolti i Beatles. E ovviamente anche la tecnologia, come le chitarre elettriche. Quindi è una mistura di molte cose che si sono unite negli anni 60 e che hanno dato vita a questa musica bellissima che è il rock 'n' roll.


125esima Strada: Un'altra cosa sorprendente che hai fatto è un medley di tre canzoni di by Lady Gaga con Michael Sobin. Lady Gaga sembra molto distante dal tuo stile, come è nata questa cosa?

Pierre Edel: E' abbastanza distante ma in realtà abbiamo fatto altri video e pezzi di stili differenti: dubstep, hip hop, ... Ed è una cosa che ho sempre fatto. La musica è divertimento ed è divertente provare cose diverse, non significa che mi ci getterei del tutto ma ho sentito molti generi diversi tra gli anni 90 e i primi anni 2000. Ovviamente erano cose tipo Limp Bizkit e Red Hot Chili Peppers, e questo è crossover tra musica elettronica e rock e altro. Non l'ascolterei, ma mi ci voglio solo divertire.

Michael Sobin è un chitarrista eccezionale, se guardi il suo canale, è un vero virtuoso. Ci siamo incontrati nel 2012 perché c'era una band in Russia chiamata Witchcraft e stavano cercando un cantante, lui suonava in quella band. Abbiamo registrato quattro tracce in quello stile crossover come nel video di Lady Gaga: abbiamo fatto Michael Jackson, anche una cover di Cry Me a River di Justin Timberlake e Can't Feel my Face di The Weeknd.

A un certo punto un talent show in Russia ci chiese di andare a presentare la cover di Justin Timberlake, quindi ci andammo ma non apprezzarono il fatto che io avessi già fatto The Voice perché avevano dei dubbi di carattere amministrativo verso chi proveniva da The Voice.

Sobin è un mio caro amico e abbiamo anche scritto un paio di pezzi insieme, ce n'è uno intitolato Cannonball che è abbastanza divertente, un crossover tra dubstep, trap e rap.


125esima Strada: Tu vieni da due nazioni che hanno una tradizione molto forte di musica hard rock e metal. Gli Aria e i Chorny Kofe in Russia e i Trust, gli H-Bomb e i Demon Eyes in Francia sono solo i primi esempi che mi vengono in mente. Quindi perché hai deciso di cantare in inglese e non in russo o francese?

Pierre Edel: Credo che il rock 'n' roll debba essere cantato in inglese. Se canti in russo funzionerà solo in Russia, sempre ammesso che funzioni; se canti in francese non funzionerà da nessuna parte perché ai francesi non interessa la musica rock o metal. Ci sono sempre le piccole nicchie, troverai duecento persone che praticano il voodoo, duecento persone che praticano qualche strana dieta, ci saranno duecento persone che vogliono farsi la lingua biforcuta. Ci saranno sempre queste minoranze. Ma il rock 'n' roll non è per niente seguito in Francia e non lo è mai stato. Troverai sempre un paio di artisti che hanno avuto successo come i Trust, ma lo hanno fatto negli anni 80, che è una storia completamente diversa.

Conosco tre membri dei Trust: due dei chitarristi e il batterista. Ho cantato dal vivo con loro e sono molto simpatici ma fondamentalmente sono dei dinosauri. A nessuno interessa il rock 'n' roll in Francia, non ci sono gruppi rock nuovi. Il metal è diverso, ma a me non interessa molto; sono stato un metallaro quando avevo 16 anni, ma non mi piace la mitologia, non mi piacciono la pelle e i chiodi, mi sembra stucchevole e non ha il senso dell'umorismo e l'estetica di gruppi hard rock come i Deep Purple o i Whitesnake. Hanno influenze metal ma è comunque hard rock.

Il metal non ha sensualità, mi piace la sensualità del rock blues. Guarda gli Iron Maiden e i loro fans, io vedo i capelli lunghi e il loro abbigliamento e per me puzzano di sudore. Quindi, ci sono i metallari in Francia, ma non rockers della old school a meno che non abbiano 50 anni, o 150 anni.

In Russia è più o meno lo stesso. Ci sono persone a cui piace l'hard rock in Russia, ma sono irrilevanti.

A me piace cantare negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Nuova Zelanda. Chi mi ascolterebbe se cantassi in francese o in russo?

Potresti obiettare che i Rammstein cantano in tedesco. Si, vero. Ed è l'unica band che canta in una lingua diversa. Magari ce ne sono ancora un paio, ma gli Scorpions sono tedeschi e cantano in inglese, la più grande metal band francese, i Gojira, cantano in inglese.

In secondo luogo per me l'inglese è la lingua del rock 'n' roll. Amo il francese, ho scritto molte canzoni in francese e ho un canale SoundCloud con venti canzoni in francese, ho letto molte poesie, ho scritto un libro in francese. Amo la mia lingua madre ma il rock 'n' roll deve essere cantato in inglese. Se non sei in grado di cantare in inglese fai del tuo meglio nella tua nazione cantando in italiano, spagnolo, portoghese, ma avrà seguito solo in quella nazione.


125esima Strada: Chi sono i musicisti o i gruppi che ti hanno influenzato di più durante la tua carriera?

Pierre Edel: I primi sono Glenn Hughes e David Coverdale. Ricordo quando avevo 15 anni e andavo alla scuola di arte: sono andato in un parco con un amico e lui aveva un piccolo giradischi con cui abbiamo ascoltato un vinile dei Deep Purple in cui ovviamente c'erano David Coverdale e Glenn Hughes ed è stato un momento forte ed emozionante per me. Anzitutto perché è inusuale avere due cantanti della stessa band, ed è anche inusuale che entrambi poi diventino delle rockstar mondiali. Glenn Hughes credo sia stato il solo che abbia cantato sia nei Deep Purple che nei Black Sabbath e ha cantato anche come corista per i Whitesnake. Adoro la sua voce, adoro il suo modo di fare ogni cosa, come si muove, come parla, come si veste, come si comporta. Adoro anche come suona il basso.

Il mio album preferito è Burning Japan, del 1994. C'è Burn ovviamente, poi The Liar e la terza traccia è Muscle And Blood che secondo me è una delle migliori canzoni rock 'n' roll di ogni tempo. E poi You Keep On Moving che ha scritto con David Coverdale quando cantava nei Deep Purple di cui ho fatto una mia versione su YouTube. This Time Around che ha scritto con John Lord, ho fatto una mia versione su YouTube anche di questa. E' il meglio del meglio della musica che sia mai stata prodotta.

Ovviamente sono anche un fan della sua carriera solista, le sue ballad sono bellissime, come Why Don’t You Stay e Lay My Body Down.

E dall'altra parte ci sono David Coverdale e i Whitesnake. Sono un grandissimo fan dei  Whitesnake, ho un tatuaggio dei Whitesnake sull'avambraccio, ascoltare i Whitesnake è una delle cose di maggiore ispirazione per un musicista rock. Mi piace anche l'era di Steve Vai, Slip of the Tongue fu molto criticato, ma secondo me era ottimo, tutti i pezzi sono stati scritti da Adrian Vandenberg tranne Fool For Your Loving che era una nuova registrazione di un grande classico. Adoro Steve Vai, è stato una delle mie più grandi influenze come chitarrista, uno dei migliori album di ogni tempo secondo me è Sex and Religion di Steve Vai in cui canta Devin Townsend, T.M. Stevens suona il basso e Vinnie Colaiuta suona la batteria.

Sono anche un grande fan dei Winger, degli Scorpions, dei Def Leppard, di Frank Zappa, e la lista continua.


125esima Strada: E chi sono i tuoi preferiti della scena musicale odierna?

Pierre Edel: Direi che il gruppo più recente che ascolto sono i Nirvana. Scherzo. Ho avuto momento della mia vita in cui ascoltavo molto una band chiamata Pain of Salvation. Non direi che è musica odierna ma è dopo il 2000. E c'è un gruppo inglese che si chiama Threshold, scrivono ottimi pezzi, ce n'è uno intitolato Pilot and the Sky of Dreams e direi che è ciò che avrebbero fatto i Pink Floyd se avessero avuto vent'anni nei primi anni 2000.

I Pagan’s Mind sono un buon gruppo metal, ho detto che non mi piace lo stile dei metallari, ma ovviamente un po' di musica metal mi piace, specialmente se è melodica. Ho anche un tatuaggio dei Manowar.

Tutto qua. Non ascolto molta musica moderna.


125esima Strada: Cosa pensi delle nuove tecnologie come Spotify o YouTube, che consentono ai musicisti di diffondere la propria musica in tutto il mondo? Sono positivi o negativi per l'industria musicale secondo te?

Pierre Edel: Sono molto pigro sui social media e non li uso come potrei e dovrei. Mi piace essere parte di questa generazione che ha uno smartphone in mano. Mi ricordo degli anni 90 quando abitavo in una nazione e scrivevo lettere ai miei familiari in qualche altra nazione. Non mi annoiava e credo che sia stato buono non avere avuto quei dispositivi quando ero piccolo perché mi ha aiutato a concentrarmi sulle lezioni di piano, sull'imparare le lingue, sullo sport, sulla lettura, il disegno, la scrittura. Adesso trovo più difficile concentrarmi rispetto a quando ero piccolo.

È una domanda filosofica e politica, perché dire che una cosa è buona o cattiva è averne una visione politica. Ascolto le interviste a Steve Lukather, Steven Tyler, Steve Vai, e hanno sempre una risposta diversa. E la domanda è “Se fossero nati negli anni 90 o 2000 sarebbero stati riconosciuti per il loro talento?” Ne dubito.

Perché la cosa peggiore di Spotify, YouTube e i social media è che c'è troppa pattumiera: chiunque può diventare un musicista, un fotografo, un giornalista, qualunque cosa. A un certo punto diventa ridicolo perché non esci a incontrare persone vere in una società sportiva o un negozio di musica. Mi ricordo nei primi anni 2000 che ho trovato il mio primo bassista in una rivista cartacea; ho comprato una rivista in un negozio di musica, stavo cercando un bassista e ne trovai uno. Era un inserzione senza un link a Spotify o YouTube, era il 2003, non c'era neanche una foto. Ma ovviamente con questo sistema perdi tempo.

Quindi è una domanda difficile a cui dare una risposta. Ci sono aspetti positivi e aspetti negativi. Ma l'aspetto peggiore è che non c'è assolutamente nessun controllo di qualità su YouTube, Facebook, Instagram, Spotify. C'è una montagna di spazzatura. Se ti piace la musica moderna e vuoi cercare qualche artista di qualità, per trovarne uno devi scremare tra cento artisti di merda e gente che si autodefinisce artista. È questa la mia opinione sull'argomento.