sabato 30 maggio 2015

Aria - S Kem Ty?

I moscoviti Aria (Ария, in cirillico) sono senza dubbio il gruppo di punta della scena metal della capitale russa che, con gruppi del calibro di Chorny Kofe, Krematorij e Master, non ha nulla da invidiare al Regno Unito o agli USA.

A un solo anno di distanza dal loro magistrale album di esordio intitolato Mania Velichia (Мания Величия) del 1985 il gruppo capitanato da Valery Kipelov ha pubblicato il suo secondo lavoro intitolato S Kem Ty? (С кем ты?) in cui riesce nella difficile impresa di superare i fasti del primo. Il disco parte alla grande con la travolgente Volya i Razum (Воля и Разум) e con la teatrale Vstan`, Strakh Preodolej (Встань, Страх Преодолей) e procede in tutti i suoi otto brani senza cali di qualità. La musica degli Aria si ispira chiaramente ai giganti del NWOBHM come Iron Maiden e Judas Priest grazie alle chitarre potenti alla voce tenorile di Kipelov che quanto a estensione e forza ha ben poco da invidiare a Bruce Dickinson e Rob Halford.

Il disco che ne risulta è un capolavoro del metal che trascende lingua e cultura ed è composto da sei brani veloci e trascinanti, i cui testi sono scritti dal poeta russo Alexander Yelin, più una ballad intitolata Bez Tebya (Без Тебя) e la strumentale Pamyat' O... (Память О...).

Dopo S Kem Ty? gli Aria hanno proseguito come hanno iniziato, con dei dischi di ottimo livello che dimostrano che il metal si può fare anche in lingue diverse dall'inglese che danno sfaccettature diverse alla musica per via del loro suono. La qualità della musica degli Aria è rimasta intatta fino al 2002, quando Kipelov ha lasciato il gruppo per fondarne uno che porta il suo nome (curiosamente proprio Rob Halford fece lo stesso negli anni in cui si allontanò dai Judas Priest). I cantanti che lo hanno sostituito comunque non hanno deluso le aspettative e ancora oggi gli Aria sono uno dei migliori gruppi metal a livello mondiale.

domenica 24 maggio 2015

L'omicidio di Tupac Shakur

Il 7 settembre del 1996 al MGM Grand di Las Vegas Mike Tyson sconfisse Bruce Seldon in 1 minuto e 49 per KO nell'ultimo incontro prima della famigerata doppia sfida con Evander Holyfield. Tra gli spettatori del match era seduto il rapper Tupac Shakur con il suo produttore Suge Knight, accanto a loro vi erano anche la guardia del corpo Frank Alexander e un amico di Suge chiamato Sal. I quattro assistettero all'evento circondati da altre celebrità come Charlie Sheen e Louis Gossett Jr.

Al termine dell'incontro i quattro avrebbero dovuto incontrare Tyson davanti al suo spogliatoio, ma mentre lo attendevano Suge disse qualcosa nell'orecchio a Tupac: i piani cambiavano, Iron Mike non era più disponibile a incontrarli, sarebbero andati via subito. Prima di abbandonare il palazzetto, attesero nella lobby di riunirsi con il resto dei loro amici  formato dall'entourage di Suge e dal gruppo che cantava con Tupac, gli Outlawz, e quando tutto il gruppo fu ricompattato si avviarono verso l'uscita. Mentre stavano abbandonando la struttura, Sal vide nella lobby il gangster Orlando Anderson, della gang dei Crips, che qualche mese prima aveva rapinato insieme ad alcuni suoi compagni di banda uno dei membri della Death Row Records, la casa discografica fondata da Suge Knight e Dr Dre per la quale incideva, tra gli altri, anche lo stesso Tupac. Sal indicò Anderson a Tupac che corse verso il gangster e gli chiese "You from the south?", quindi gli sferrò quindi un pugno al volto facendolo cadere a terra. Orlando reagì colpendo a sua volta Tupac al viso. In un attimo Alexander si precipitò addosso a Tupac per sedare la rissa e i due furono finalmente divisi grazie anche all'intervento dalla security dell'albergo.

Il gruppo di Tupac e Suge non fu fermato, né arrestato in alcun modo. Orlando non fece denuncia, né la fece la polizia. Come si può tuttora visionare dai video delle telecamere di sicurezza dell'MGM Grand Tupac e i suoi amici semplicemente lasciarono la struttura per andare a piedi al Luxor Hotel dove il rapper alloggiava. Tupac salì nella camera che condivideva con la fidanzata Kidada Jones, figlia del noto musicista e produttore Quincy Jones, per cambiarsi dagli abiti casual a quelli da strada con cui siamo abituati a vederlo nei suoi video. Poco dopo uscì da solo dalla stanza, Kidada rimase nuovamente in albergo, rinunciando eccezionalmente al giubbotto antiproiettile che spesso indossava ma che nel deserto del Nevada gli avrebbe tenuto troppo caldo. Tupac si riunì al gruppo di amici e chiese ad Alexander di non salire in macchina con lui e Suge, ma gli diede le chiavi dell'auto di Kidada e gli disse di salire in auto insieme agli Outlawz e di seguirli. Il gruppo andò a casa di Suge, a Paradise Valley, affinché anche Suge potesse cambiarsi. Quindi verso le 22 lasciarono la casa di Suge per andare al Club 662 al numero 1700 di East Flamingo Road, dove però non arriveranno mai.

Il convoglio era composto da quattro auto: la BMW 750 nera di Suge, l'auto con Alexander e gli Outlawz che li seguiva e altre due macchine con a bordo l'entourage di Suge. Sulla BMW Suge sedeva al posto del guidatore, mentre Tupac era seduto sul sedile anteriore destro. Sull'auto di Kidada, Alexander era alla guida, accanto a lui era seduto il rapper degli Outlawz Yaki Kadafi, il resto del gruppo era seduto dietro. Il convoglio percorse il Las Vegas Boulevard con il suo traffico continuamente bloccato dai semafori e intorno alle 23 l'auto di Suge fu fermata da alcuni poliziotti in bicicletta attirati dal volume eccessivamente alto dell'autoradio, inoltre l'auto di Suge non aveva la targa né davanti, né dietro. La polizia chiese ai due di scendere dall'auto e di aprire il bagagliaio, dopo una breve discussione li lasciò andare.

Il convoglio svoltò a destra su Flamingo Road e si fermò al semaforo all'incrocio con Koval Lane. Le quattro auto erano disposte come nel fotogramma sopra, tratto dal documentario 2pac Before I wake. Un attimo dopo una Chrysler berlina, inspiegabilmente assente nel fotogramma del documentario, arrivò dietro all'auto di Travon e le quattro ragazze che erano a bordo attirarono l'attenzione di Suge e Tupac. Nello stesso istante una Cadillac bianca li affiancò dall'altro lato e l'uomo seduto sul sedile posteriore sinistro abbassò il finestrino ed esplose numerosi, almeno 13, colpi di pistola verso Tupac. In diverse occasioni Alexander ha raccontato l'accaduto e lo ha sempre fatto mimando il gesto dello sparo con il braccio destro, quindi lo sparatore ha dovuto torcere il busto per girarsi verso Tupac. Il rapper tentò di sottrarsi al fuoco scappando sul sedile posteriore attraverso il varco tra i due sedili, ma rimase bloccato dalla cintura di sicurezza e fu colpito al petto, all'addome e a una mano. Anche Suge rimase colpito, ma solo di striscio, alla nuca e non al collo come spesso si legge. I colpi esplosi verso Tupac perforarono la portiera e finestrino e bucarono due delle gomme della BMW. Alcuni poliziotti in bicicletta assistettero alla sparatoria e chiamarono rinforzi oltre al soccorso medico.

La Cadillac sparì nel traffico svoltando a destra su Koval Lane, Frank Alexander scese dall'auto per avvicinarsi a quella di Knight pensando che entrambi i passeggeri fossero morti vista la moltitudine di colpi esplosi, ma Suge, nonostante fosse stato colpito e nonostante le condizioni dell'auto gravemente danneggiata, fece un'inversione a U e tornò sul Las Vegas Boulevard in direzione dell'ospedale. Alexander tornò in macchina e fece la stessa manovra di Suge per seguirlo. L'auto di Suge, che nel frattempo aveva colpito un cordolo spartitraffico e aveva una terza gomma bucata, si fermò all'incrocio tra il Las Vegas Boulevard e Harmon Avenue. Nell'immagine accanto è mostrato il tragitto percorso dalla BMW di Suge dopo la sparatoria, il punto della sparatoria è cerchiato in azzurro, il punto dell'arresto del veicolo è cerchiato in rosso.

La polizia nella confusione del momento pensò che Knight fosse uno degli aggressori e lo costrinse a sdraiarsi a terra con la faccia in giù nonostante stesse sanguinando. Alexander arrivò circa un minuto dopo e dopo essersi identificato come una delle guardie del corpo spiegò alla polizia che Knight era una delle vittime e non un aggressore. La polizia concesse a Suge di rialzarsi e tentò quindi di aprire la portiera dell'auto per far scendere Tupac ma, forse per la deformazione dovuta ai colpi, la portiera non si aprì e fu proprio Suge con la forza che riuscì ad aprirla. Knight e Alexander trassero Tupac, ancora cosciente, dall'auto e lo stesero sull'asfalto. Poco dopo fu caricato sull'ambulanza e portato all'ospedale. Solo a Suge fu concesso di salire in ambulanza con Tupac. "I'm dying, man" disse il rapper al suo produttore. Purtroppo aveva ragione, Tupac Shakur morì per emorragia interna dovuta a colpi di arma da fuoco il 13 settembre del 1996.

Dalla morte di Tupac sono scaturite innumerevoli teorie del complotto, la più celebre delle quali vuole che la sparatoria sia stata una messainscena organizzata dallo stesso Tupac per fingere la propria morte e nascondersi da qualche parte, non si capisce bene a che scopo. In rete si possono facilmente trovare le 18 argomentazioni del leader dei Public Enemy Chuck D secondo cui Tupac sarebbe ancora vivo. Francamente gli argomenti sono talmente assurdi e risibili da non meritare considerazione. Chuck D immagina scenari in cui la polizia, i paramedici e tutti i passanti sarebbero parte di un'immensa cospirazione di cui nessuno ha ancora capito lo scopo. A Chuck D ha già risposto adeguatamente il giornalista Jordan Pelaez e non intendiamo affrontare l'argomento anche noi.

Una teoria un po' meno assurda vuole che il mandante dell'omicidio sia lo stesso Suge spinto dal fatto che Tupac voleva lasciare la Death Row. Anche questa ipotesi è comunque molto fantasiosa ed è sostenuta solo dai teorici del complotto: né la polizia, né Frank Alexander hanno mai sostenuto nulla del genere. Questa teoria è spesso riproposta per il fatto che nell'intro del primo disco postumo di Tupac, intitolato The Seven Days Theory - The Don Killuminati e inciso con lo pseudonimo di Makaveli, si sente una voce, da molti attribuita a Tupac, dire qualcosa che sembra "Suge shot me". Premesso che non è chiaro a nessuno come Tupac avrebbe potuto incidere questo verso da morto, e premesso anche che questo stesso disco è stato prodotto proprio da Suge Knight, la teoria è completamente infondata perché quel breve verso e il rumore di fondo che si sente al contempo sono un campionamento dal video Da Funk dei Daft Punk uscito l'anno prima (la frase è presente solo nel video dei Daft Punk, non sul CD) e a un ascolto più attento si capisce che dice tutt'altro. Non è chiarissimo ma la versione più probabile è che in realtà la frase dica "Shoulda shot me".

In realtà basta anche il buon senso a capire che è completamente folle l'idea di commissionare l'omicidio di qualcuno che è seduto in auto accanto a sé, non a caso Suge è rimasto ferito. Se avesse voluto davvero architettare la morte di Tupac avrebbe potuto anche trovare una scusa qualunque per scendere dall'auto o fare in modo che lo sparatore si trovasse frontalmente rispetto all'auto anziché lateralmente, in modo da non rischiare di rimanere ferito o ucciso.

Un'altra teoria piuttosto nota vorrebbe che l'omicidio sia stato materialmente compiuto dai Crips e commissionato dal rapper Notorious B.I.G. che sarebbe morto sei mesi dopo in circostanze analoghe a Los Angeles. Ma anche questa è solo una chiacchiera giornalistica senza alcun sostegno fattuale.

Solo due mesi dopo, il 10 novembre, uno dei testimoni chiave, il rapper Yaki Kadafi che era seduto accanto ad Alexander, è stato ucciso con un colpo di pistola sparato accidentalmente da un amico. Tutt'oggi questa sembra solo una tragica fatalità e non ci sono elementi fattuali che colleghino i due omicidi.

A distanza di quasi vent'anni l'omicidio di Tupac Shakur è ancora insoluto e probabilmente lo resterà per sempre visto che nel 2013 anche Frank Alexander (foto accanto) è morto per un colpo di pistola autoinflitto. Ora anche l'ultimo testimone chiave non potrà più dare il proprio contributo nel dipanare la matassa della morta di Tupac.

Le fonti che abbiamo usato per la nostra ricerca sono i libri The Killing of Tupac Shakur di Cathy Scott, Suge Knight di Jake Brown e Got Your Back di Frank Alexander, i documentari Tupac Shakur Before I Wake e Famous Crime Scene: Tupac Shakur e gli articoli di giornale New Theories Stir Speculation On Rap Deaths di John Leland, Who Killed Tupac Shakur? di Chuck Philips, To Die Like A Gangsta, Witness to Rapper's Killing Is Shot to Death e Frank Alexander, Tupac Shakur's Former Bodyguard, Found Dead

mercoledì 20 maggio 2015

Ngozi Family - 45,000 Volts

Gli Ngozi Family sono uno dei gruppi più rappresentativi del cosiddetto zamrock, il movimento rock nato in Zambia negli anni 70. A dispetto del nome il gruppo fondato da Paul Ngozi non è composto da una famiglia, ma i quattro membri non sono in alcun modo legati da parentela. Del resto Ngozi non è nemmeno il vero cognome del cantante, deceduto nel 1989, che si chiamava in realtà Paul Dobson Nyirongo e il suo cognome d'arte Ngozi significa "pericolo" in lingua chichewa.

45,000 Volts, uscito nel 1977, è il loro album più celebre composto da 10 tracce che rappresentano benissimo il movimento zamrock nella sua interezza mischiando le caratteristiche tipiche del rock psichedelico di quel periodo con sonorità tipicamente nere prese dal funk e in parte anche dal reggae.

In ciascun brano il ritmo è imposto con forza dalla chitarra suonata proprio da Paul, che apre tutte le 10 tracce, a cui si sommano gli strumenti suonati dagli altri musicisti e la voce dello stesso Paul. Tra i brani spiccano l'allegra Atate (che significa "padre" in chichewa), che aggiunge sonorità caraibiche a quelle tipiche dello zamrock, e l'onirica e inquietante Night of Fear.

Come si evince chiaramente anche solo guardando la copertina (quella originale è all'inizio dell'articolo, qui a fianco quella della ristampa kenyota) i mezzi con cui è stato realizzato questo disco sono decisamente poveri e la qualità della registrazione ne risente. Gli unici suoni aggiunti in fase di post produzione sono gli echi di Night of Fear, per il resto l'intero disco è registrato in presa diretta. Va notato che questa limitazione è tipica degli Ngozi Family, ma non di tutta l'industria dello zamrock, altri musicisti come ad esempio Rikki Ililonga hanno prodotto musica di qualità indistinguibile da quella americana o europea.

Questo album non è certo un capolavoro, tra l'inglese approssimativo di Paul Ngozi e la qualità della registrazione, ma resta un esempio interessante di come i musicisti africani abbiano saputo mischiare la musica nera con la psichedelia. Non entrerà negli annali del rock, ma sicuramente merita più di un ascolto.

giovedì 14 maggio 2015

Le ultime 24 ore di Jimi Hendrix

Jimi Hendrix è un'icona mondiale della musica e la leggenda incontrastata del rock psichedelico: e su questo non ci sono dubbi. Ma al contrario sulle ultime ore della sua vita di dubbi ce ne sono parecchi e quanto accadde è ancora oggi, a 45 anni di distanza, oggetto di racconti contrastanti molto fumosi

Hendrix morì il 18 settembre del 1970 in un appartamento del Samarkand Hotel, al numero 22 di Lansdowne Crescent nel quartiere londinese di Notting Hill, preso in affitto dalla pattinatrice tedesca Monika Dannemann, la donna che Hendrix frequentava durante l'ultimo periodo della sua vita.

Intorno alle 15 del giorno precedente i due uscirono insieme dall'appartamento di Monika perché avevano necessità di prelevare dei soldi in banca. Quindi proseguirono verso il quartiere di Kennington dove Jimi acquistò una giacca di pelle e ordinò un paio di scarpe con delle decorazioni particolari fatte apposta per lui. Lì incontrò anche la sua ex ragazza Kathy Etchingham che Jimi invitò ad andare a trovarlo intorno alle 20 di quella sera, ma la ragazza declinò. Quindi la coppia si spostò al mercato di Chelsea dove il cantante comprò altri vestiti e della carta da lettere che avrebbe usato per scrivere i testi di alcune canzoni nuove. Ripresero quindi l'automobile per spostarsi al Cumberland Hotel dove Hendrix aveva una suite. Durante il tragitto incontrarono Devon Wilson, altra fiamma di Jimi che pochi giorni prima aveva manifestato al cantate la sua gelosia per il fatto che questi frequentasse altre donne, che camminava lungo King's Road; il cantante chiese a Monika di fermare l'auto per potersi fermare a parlare con Devon. Monika acconsentì riluttante mostrandosi gelosa e durante la breve conversazione lanciò alcune occhiate rabbiose a Devon. Quest'ultima invitò Jimi a una festa a casa di Pete Cameron, socio in affari di Hendrix, per quella sera.

Poco dopo, mentre l'auto di Monika e Jimi si dirigeva al Cumberland Hotel fu affiancata nella zona di Marble Arch dalla Mustang di Phillip Harvey, figlio di un Lord del Parlamento inglese, che si trovava in compagnia di due amiche. Philipp lo invitò a casa sua per un the, Jimi accettò dicendo che prima doveva passare dall'albergo per ritirare alcuni messaggi.

Nella suite Hendrix fece e ricevette numerose telefonate. Quindi dopo la sosta in albergo, verso le 17:30, Jimi e Monika andarono all'appartamento di Harvey trovandolo ancora insieme alle due amiche che erano precedentemente in auto con lui; tutti e cinque fumarono hashish e bevvero thè e vino. Intorno alle 22 Monika, ingelosita dalle attenzioni di Jimi per le due ragazze e sentendosi esclusa dalla conversazione, uscì bruscamente dall'appartamento e il cantante la rincorse per le scale. L'alterco tra i due fu molto animato e durò circa mezz'ora durante la quale Harvey si vide costretto a chiedere a entrambi di calmarsi per non attirare l'attenzione del resto del condominio. Harvey dichiarò in seguito che Monika attaccò verbalmente Jimi con molta violenza e che lui stesso temette per l'incolumità del cantante.

Poco dopo i due tornarono all'appartamento di Monika, dove consumarono una cena preparata dalla ragazza e bevvero un'altra bottiglia di vino. Poi, verso le 1:45 Monika accompagnò Jimi alla festa a cui lo aveva invitato Devon, festa alla quale Monika non era stata invitata. Alla festa Jimi discusse animatamente con Pete, il padrone di casa, riguardo ad alcuni problemi economici e assunse almeno una pasticca di anfetamine.

Mezz'ora dopo averlo lasciato, Monika (insieme ad Hendrix nell'immagine a fianco) tornò dove si stava tenendo la festa e suonò al citofono chiedendo di Jimi. Le rispose una delle ospiti, Stella Douglas, che le disse di tornare più tardi; quando Monika tornò 15 minuti dopo Stella le rispose nuovamente in malomodo chiedendole di andarsene. Alla festa era presente anche Angie Burdon, ex moglie del cantante degli Animals Eric Burdon, la quale ricorda che Jimi si lamentava del fatto che Monika non lo lasciasse in pace, alcuni ospiti a quel punto si sporsero dalla finestra per urlarle di andarsene e lasciare che il cantante si divertisse con loro. Ma viste le insistenze di Monika, Jimi uscì a parlarle e poco dopo, intorno alle 3, lasciò la festa per andare via con lei.

Jimi tornò con Monika al Samarkand; il motivò per cui non rientrò al Cumberland è forse nel fatto che una delle sue chitarre era rimasta nella suite della ragazza.

L'unico testimone delle ultime ore di vita di Hendrix è ovviamente Monika Dannemann e da qui in avanti il suo racconto è molto confuso e la donna ha cambiato versione varie volte negli anni.

Dal momento in cui tornarono all'appartamento di Monika, la ragazza preparò due sandwich al tonno di cui Hendrix mangiò solo un boccone, poi intorno alle 4 Jimi le chiese della pastiglie per dormire, forse per via delle anfetamine assunte in precedenza che non lo lasciavano prendere sonno, ma la donna lo convinse a desistere nella speranza che si addormentasse naturalmente. Verso le 6 proprio Monika assunse dei sonniferi e intorno alle 7 entrambi si addormentarono.

Secondo la prima dichiarazione della Dannemann, raccolta dalla polizia nel pomeriggio del 18 settembre, dopo essersi addormentata con in cantante Monika si svegliò alle 11 trovandolo con il volto coperto di vomito che respirava a fatica. La ragazza chiamò l'ambulanza e un attimo dopo notò che dalle sue confezioni mancavano 9 pastiglie di sonnifero.

Quando fu intervistata dagli inquirenti Monika cambiò versione. Disse di essersi svegliata intorno alle 10:20 e di aver trovato Hendrix che dormiva normalmente. Quindi uscì a comprare le sigarette a Portobello Road e al suo ritorno trovò il cantante in stato di incoscienza che non rispondeva ai suoi richiami, Monika provò ripetutamente a svegliarlo e il volto di Jimi si riempì di vomito. A quel punto la donna chiamò l'ambulanza.

L'anno seguente Monika cambiò nuovamente versione, scrisse infatti nel suo testo mai pubblicato With a Little Help From Jimi's Spirit di essersi svegliata alle 10.

Ma le contraddizioni nella versione di Monika non finiscono qui: Eric Burdon raccontò di aver ricevuto una telefonata dalla ragazza alle prime luci dell'alba che gli chiedeva il numero telefonico del medico di Hendrix. Inoltre prima di chiamare l'ambulanza la ragazza telefonò anche a due amiche, Judy Wong e Alvinia Bridges, per far loro la stessa domanda. Monika non menzionò mai nessuna di queste tre telefonate nelle interviste con gli inquirenti.

L'unica cosa certa è che Monika chiamò l'ambulanza alle 11:18 e che questa arrivò alle 11:27. Ciò che successe dopo è ancora una volta poco chiaro. Monika raccontò in ogni occasione di essere stata sull'ambulanza con Hendrix e di averlo accompagnato all'ospedale. Ma i paramedici raccontarono invece agli inquirenti che quando arrivarono nell'appartamento non trovarono nessuno oltre a Hendrix inconscio e che Monika non li seguì all'ospedale. La circostanza fu chiarita definitivamente nel 1992 dal London Ambulance Service in un comunicato ufficiale seguito a un'indagine approfondita.

I paramedici lo trovarono a letto con il volto coperto di vomito. Alle 11:30 arrivò anche la polizia, chiamata dai paramedici, e alle 11:35 l'ambulanza lasciò il Samarkand per portare Hendrix al St Mary Abbot's Hospital dove arrivò alle 11:45 già morto. I medici tentarono di rianimarlo, senza successo, per oltre mezz'ora.

Poco dopo il decesso, un portavoce dell'ospedale dichiarò alla stampa che la causa della morte fosse overdose e la notizia si sparse sui giornali. Al contrario alcuni giorni dopo il coroner, Gavin Thurston, chiarì che la causa della morte fu il soffocamento perché le vie respiratorie di Hendrix erano occluse del suo stesso vomito causato da un'intossicazione da barbiturici. Monika dichiarò che Hendrix aveva assunto a sua insaputa 9 pastiglie per dormire, mentre la dose normale era di mezza pastiglia.

Nel 1992 Kathy Etchingham (insieme ad Hendrix nell'immagine sopra) condusse un'indagine privata sulla morte di Hendrix che la portò alla conclusione che il cantante sarebbe morto nelle prime ore del mattino, e non intorno alle 11, pertanto e che quindi Monika avrebbe atteso molte ore prima di chiamare l'ambulanza. Sulla base di quanto evidenziato da Kathy, Scotland Yard riaprì il caso ma l'indagine non portò a nulla e dopo alcuni mesi fu richiusa anche perché a distanza di oltre vent'anni non sarebbe stata di alcuna utilità

Nel 1996 Monika Dannemann dopo aver perso una causa per diffamazione intentata verso di lei dalla Etchingham si suicidò con il gas di scarico della sua Mercedes portandosi così via per sempre gli ultimi segreti sulla morte di Hendrix.

Nel 2009 il medico che ricevette Hendrix all'ospedale, l'australiano John Bannister, sostenne che la quantità di vino presente nello stomaco e nei polmoni di Hendrix era tale far credere che gli sia stata fatta ingerire con la forza e che quindi è plausibile ritenere che Hendrix sia stato ucciso. Nello stesso anno il tecnico del suono James Wright, che aveva lavorato sia con Hendrix che con gli Animals, pubblicò un libro in cui asserì che il manager di Jimi, Mike Jeffery, gli avrebbe confessato di aver volontariamente ucciso in cantante proprio secondo le modalità descritte da Bannister al fine di incassare i soldi dell'assicurazione. Jeffery non poté smentire perché era morto nel 1973, ma Bob Levine, manager di Jimi per gli Stati Uniti, smentì quanto asserito da Wright sostenendo che si sia trattata solo di una trovata commerciale per vendere il libro.

Oltre alle smentite di Levine, anche il buon senso suggerisce che le cose non sono andate come sostanuto da Bannister e Wright. Anzitutto va notato che Bannister non è da ritenersi una fonte attendibile in quanto nel 1992 è stato radiato dall'ordine dei medici Australiani per condotta fraudolenta: non un buon curriculum per chi vuole essere testimone chiave di un omicidio. Inoltre Bannister trattò Hendrix al Pronto Soccorso, ma una quantità di vino ingerita sospetta avrebbe dovuto essere rilevata dal medico legale, che invece non ravvisò alcuna stranezza. Inoltre come metodo di omicidio il soffocamento con il vomito ci sembra un po' bizzarro: come avrebbero potuto gli aspiranti assassini prevedere che il vomito gli avrebbe occluso le vie respiratorie?

Le stranezze nella versione di Bannister e Wright non finiscono qui.

Hendrix era giovane e in salute e se avesse subito un tentativo di omicidio avrebbe quantomeno tentato una difesa, ma nei rapporti medici non sono menzionati segni di colluttazione.

Inoltre se Monika fossa stata parte di un complotto per eliminare Hendrix, e non è possibile immaginare una cospirazione in questo senso che non includa Monika, la ragazza avrebbe dovuto spingere Hendrix a passare la notte al Cumberland da cui avrebbe potuto fuggire senza il fardello di doversi liberare del cadavere. In ultimo la motivazione che avrebbe spinto il manager è veramente risibile: Hendrix gli sarebbe stato molto più utile e remunerativo da vivo, con la possibilità di fare dischi e concerti, che non da morto.

Con questo non vogliamo dire che non ci siano misteri in questa storia ma come in ogni morte illustre anche in questo caso le teorie del complotto appaiono fantasiose e poco fondate. Ancora non si spiega comunque perché Monika abbia cambiato versione così tante volte, ma purtroppo con la morte della donna questi misteri resteranno per sempre con lei nella tomba. Forse semplicemente aveva scarsa memoria, offuscata ancora di più dalle droghe e dallo shock.

Oltre agli articoli menzionati sopra, le fonti che abbiamo utilizzato sono i libri Jimi Hendrix: The Final Days di Tony Brown, Cross, Room Full of Mirrors: A Biography of Jimi Hendrix di Charles R. Cross e Jimi Hendrix: The Ultimate Experience di Johnny Black e il documentario Jimi Hendrix: The Last 24 Hours

venerdì 8 maggio 2015

Ringo Starr - Postcards From Paradise

Ciò che ha sempre distinto i Beatles dalla maggioranza degli altri gruppi di ogni epoca è che i Fab Four erano quattro geni della musica mentre molte altre band sono formate da alcuni musicisti di livello e da comprimari che completano la formazione. Infatti, una volta sciolto il gruppo, ciascuno dei quattro di Liverpool è stato capace di avviare una carriera solista di ottimo livello.

E se c'è una cosa che di certo non può essere rimproverata a Ringo Starr è di essere poco produttivo: l'ex-batterista dei Beatles infatti pubblica tuttora un album ogni pochi anni e a quasi 75 anni ha da poco dato alle stampe il suo nuovo lavoro intitolato Postcards From Paradise. La prima cosa che si nota prima ancora di ascoltare il CD è che rispetto agli ultimi lavori di Ringo la durata è aumentata così come il numero dei brani; se Y Not e Ringo 2012 si assestavano intorno ai 30 minuti, con Postcards From Paradise siamo a 48 minuti. Ancora pochi nell'era della musica digitale, ma tutto sommato accettabile.

L'album parte alla grande con un brano autobiografico molto veloce e divertente intitolato Rory and the Hurricanes in cui Ringo ricorda quando suonava nella band di Rory Storm prima di approdare ai Beatles; il ritornello del brano, con controcanto di voci femminili, è di grande effetto e molto trascinante.

Il resto del disco rimane su alti livelli qualitativi e su atmosfere divertenti. Un buon numero di brani (Bridges, Right Side of the Road, Bamboula e Island in the Sun) ha forti sonorità reggae e caraibiche che danno un tocco di varietà all'album. Del resto già dai tempi di Ob-La-Di Ob-La-Da i quattro di Liverpool hanno dimostrato di essere attenti alle sonorità esotiche provenienti da terre lontane che comunque in Inghilterra sono ben radicate (basti pensare che il Regno Unito è il secondo produttore mondiale di musica reggae dopo la Giamaica, che per secoli ne è stata una colonia).

L'album si chiude così come è iniziato: con brani veloci e chiaramente festaioli, come Touch and Go e Let Love Lead, quest'ultimo caratterizzato da una bella mistura di assoli di chitarra e cori. Tra i due si trova Confirmation che porta anche un po' di rock blues in questo album.

Per tutte le 11 tracce la voce di Ringo sembra proprio che non abbia subito alcun calo dai tempi di Octopus's Garden o Yellow Submarine, e ciò che veramente stupisce è che questo disco è molto migliore dei suoi precedenti lavori, che comunque erano più che buoni, sia in termini di qualità che di varietà dei suoni offerti.

Del resto Ringo Starr è un mito, uno dei migliori musicisti della storia e anche se si trova a metà strada tra i settanta e gli ottanta anni resta uno degli artisti più creativi del panorama musicale che ha ancora molto da insegnare a tanti suoi colleghi di ogni età.

sabato 2 maggio 2015

Héroes del Silencio: gli eroi del rock iberico

Gli Héroes del Silencio nacquero a Saragozza nel primi anni '80. I fratelli Pietro e Juan Valdivia fondarono insieme al cugino Javier un gruppo rock che inizialmente si chiamò Zumo de Vidrio, ma la formazione iniziale durò poco. Il gruppo conobbe Enrique Ortiz de Landazuri (che poco dopo avrebbe iniziato a usare il nome d'arte Enrique Bunbury prendendo il cognome da uno dei personaggi della commedia di William Shakespeare L'importanza di chiamarsi Ernesto) che dapprima avrebbe dovuto entrare nella band come bassista, ma dopo l'abbandono di Javier prese il posto del cantante. Nel gruppo entrarono quindi anche Joaqun Cardiel, come bassista, e Pedru Andreu che andò a sostituire Pedro Valdivia come batterista.

La nuova formazione cambiò il nome in Héroes del Silencio, tratto dal titolo di una delle canzoni già scritte, e durante un'esibizione dal vivo fu notata dal chitarrista del gruppo disco Olé Olé Gustavo Montesano che li mise in contatto con la EMI per la registrazione di un EP. L'accordo con la EMI fu che se l'EP avesse venduto almeno 5000 copie, il gruppo avrebbe potuto registrare un intero LP.

Il primo EP uscì nel 1987 e si intitolò Héroe de leyenda; vendette in breve tempo 30.000 copie e aprì le porte agli Héroes del Silencio per la registrazione del primo album nel 1988 dal titolo El mar no cesa. L'album si distinte per il suono singolare della band che mischiava una forte sezione ritmica con ricchi arpeggi di chitarra a unire suoni hard rock con una vena latina e mediterranea tipica spagnola. Il disco contiene alcuni capolavori, come No mas lascrimas e Flor venenosa, che resteranno tra i migliori brani di sempre della band. L'album raggiunse quota 150.000 copie che per una band esordiente è un ottimo risultato.

Il secondo album degli Héroes del Silencio intitolato Senderos de traiciòn uscì nel 1990. In questo secondo disco, pur continuando sulla strada intrapresa dal primo, il suono inizia a farsi leggermente più duro e tra i brani si trova Entre dos tierras che rimarrà per sempre il loro più grande successo. L'album vendette in due settimana 400.000 copie e visto il successo conseguito in patria il gruppo fu invitato a partecipare a Berlino al concerto Rock Against Racism che consentì loro finalmente di raccogliere interesse anche al di fuori dei confini spagnoli. Negli stessi mesi uscì l'album live Senda 91 registrato durante il tour seguito all'uscita del secondo album.

Nel 1992 gli Héroes del Silencio raccolsero consensi anche in Italia dove furono invitati a partecipare al Festivalbar proprio con Entre dos tierras che finì anche nella compilation della rassegna musicale di quell'anno.

Nel 1993 vide la luce anche il terzo album del gruppo intitolato El espiritu del vino in cui la band vira ancora con più decisione verso l'hard rock. Per registrare l'album la band si avvalse della collaborazione del tastierista Copi Corellano e per la prima volta incise con cinque elementi. L'album contiene altri capolavori come El camino del exceso, brano hard rock molto potente e veloce, e Bendecida e Bendecida 2 dedicate a Bendetta Mazzini, figlia della cantante Mina, che al tempo era sentimentalmente legata al cantante Enrique e che in seguito si sarebbe legata anche al rapper J-Ax. "Bendecida", infatti, significa proprio "benedetta" in spagnolo.

L'album raggiunse le 600.000 copie e portò il gruppo a un tour di 134 date. Dopo un periodo di pausa, nel primi mesi del 1995 il gruppo tornò in studio, questa volta a Los Angeles e non più in Spagna, per registrare il quarto album intitolata Avalancha e prodotto da Bob Ezrin, già produttore tra gli altri di Alice Cooper e Kiss. Il disco prosegue sulla scia del precedente e contiene altri brani storici come la title-track e La chispa adecuada (Bendecida 3), dedicata ancora a Benedetta Mazzini.

Dopo la pubblicazione dell'album, che non raggiunse il successo dei precedenti fermandosi a 200.000 copie, il gruppo intraprese un tour che li portò per la prima volta a esibirsi dal vivo in Nord America. Nel 1996 la band pubblicò anche un doppio album dal vivo, registrato per metà a Madrid e per meta a Saragozza, intitolato Parasiempre ma a dispetto del titolo fu l'ultimo lavoro realizzato dal gruppo che nel giro di poco si sciolse a causa di dissapori interni.

Nonostante di fatto gli Héroes non esistessero più, la EMI nel 1998 pubblicò l'album Rarezas contenete alcuni b-side, alcune versione inedite di brani precedentemente pubblicati e qualche pezzo nuovo. Il disco in realtà è piuttosto scadente. Dopo lo scioglimento della band Enrique Bunbury intraprese una carriera solista in cui rinunciò completamente al rock per virare verso un etnofolk cantautorale.

Nel 2007 la band si riunì per un tour in Spagna e America al termine del quale si sciolse di nuovo senza pubblicare nulla di inedito.

La fama degli Héroes del Silencio in Italia è penalizzata dall'essere troppo spesso tacciati di aver copiato i nostrani Litfiba per via di alcune sonorità simili. Effettivamente il cantato di Enrique è molto simile a quello di Piero Pelù, ma questo non implica che uno abbia copiato l'altro: si tratta semplicemente di due cantanti latini, coevi e dallo stile simile che si ispirano ad alcuni modelli, ad esempio David Bowie, in comune. Ed effettivamente alcuni brani dei Litfiba hanno sonorità mediterranee che si possono accostare a quelle degli Héroes, ad esempio Il volo, Woda woda o Cangaceiro; ma le similitudini tra i due gruppi finiscono qui. I Litfiba hanno spaziato musicalmente più degli Héroes passando dalla new wave, all'hard rock, al disco pop; mentre gli iberici sono sempre rimasti fedeli al modello iniziale. Inoltre le tematiche toccate sono notevolmente diverse: mentre i Litfiba cantano spesso di politica e problemi sociali, gli Héroes trattano temi intimistici.

In ultimo, spesso si legge in rete che gli Héroes del Silencio abbiano tratto il proprio nome da due brani dei Litfiba: Eroi nel vento e Re del silenzio. Ma Eroi nel vento è uscita lo stesso anno in cui il gruppo spagnolo ha assunto il suo nome finale, e Re del silenzio ben due anni dopo. Inoltre, come scritto prima, gli Héroes del Silencio trassero il loro nome da una canzone scritta quando ancora si chiamavano Zumo de Vidrio e che fu poi reintitolata Héroe de leyenda.

Semplicemente, in sintesi, si tratta di due grandi gruppi: ma nessuno dei due ha copiato dall'altro.

E' un vero peccato che la carriera degli Hèroes del Silencio sia durata così poco perché nonostante abbiano inciso solo quattro album sono uno dei pochi gruppi rock non anglofoni che possano competere con le leggende angloamericane. Ma forse vista la qualità della loro musica si può per una volta invertire il discorso e constatare che sono pochi i gruppi blasonati che possono reggere il confronto con gli iberici Héroes.