mercoledì 1 aprile 2020

Body Count - Carnivore

Negli ultimi anni Ice-T sembra aver invertito le priorità della sua attività musicale, lasciando da parte la sua carriera solista e concentrandosi sui Body Count che dal 2014 ad oggi hanno pubblicato tre album ma che prima di allora erano un'attività collaterale. L'ultimo album della band è intitolato Carnivore ed è stato pubblicato a marzo del 2020, il disco composto da dieci tracce che propongono la consueta commistione di thrash metal, hardcore punk e speed metal che contraddistingue le sonorità della band dalla reunion del 2012, seguita alla separazione di tre anni prima. Alle basi dure della band si somma il gangsta rap di Ice-T che costituisce l'unico punto di contatto con il suo passato e le sue origini musicali.

Tra i pezzi migliori del disco troviamo sicuramente Colors - 2020, autocover del brano di Ice-T dalla colonna sonora del film omonimo del 1988, che è il brano in cui il flow del rapper scorre meglio ed è più convincente, anche perché è l'unico pezzo in cui il testo è ricco di rime, come si confà al rap, e che quindi mostra il miglior connubio tra stili diversi. Spicca anche il duetto con Amy Lee nella più melodica When I'm Gone che spezza il ritmo sostenuto dell'album ed offre un contrasto vocale tra i due vocalist di grande efficacia che dà i brividi quando in chiusura del pezzo Amy si lancia in un vocalizzo in stile operistico con Ice-T sotto che rappa.

Nell'album troviamo anche una cover di Ace of Spades dei Motorhead in cui Ice-T interpreta i versi di Lemmy in modo molto simile all'originale. L'album si chiude alla grande con The Critical Breakdown e The Hate is Real che mettono in campo la migliore amalgama tra rap e metal, due mondi apparentemente lontani ma vicinissimi per tematiche ed emozioni.

L'album è stato pubblicato anche in versione deluxe con l'aggiunta di tre bonus track e delle tracce strumentali sul secondo disco. Tra le bonus track troviamo in versione demo l'autocover di 6 in The Morning per cui valgono le stesse considerazioni fatte per Colors e le registrazioni dal vivo di No Lives Matter e Black Hoodie dall'album Bloodlust tratte da un live in Australia.

Carnivore dimostra, in sintesi, che anche se ha varcato la soglia dei sessant'anni Ice-T ha ancora la rabbia creativa degli esordi e poco importa se ha abbandonato la scena hip-hop per approdare del tutto a quella metal, perché come lui stesso ha sottolineato in varie occasioni la musica non ha confini ed è musica e basta. Da Rhyme Pays del 1987 Ice-T non ha mai sbagliato un disco, e con Carnivore continua l'impeccabile serie dei suoi capolavori.

mercoledì 25 marzo 2020

Perché i Led Zeppelin si chiamano così?

Come suggerisce la copertina del loro primo album, il nome dei Led Zeppelin è ovviamente ispirato al dirigibile LZ 129 Hindenburg, prodotto dalla Zeppelin Company, che prese fuoco e venne distrutto in fase di attracco nella stazione di Lakehurst nel New Jersey il 6 maggio del 1937. Se è ovvio e noto che il nome della band richiama quello del famoso produttore di dirigibili, è meno noto come il quartetto abbia scelto come proprio marchio la combinazione di queste due parole.


Due anni prima che il gruppo assumesse la sua formazione storica, nel 1966, Jimmy Page si unì come bassista al gruppo rock dalle influenza blues degli Yardbirds. Al tempo la band era formata da Keith Relf alla voce, Jeff Beck alla chitarra solista, Chris Dreja alla chitarra ritmica, Jim McCarthy alla batteria e Paul Samwell-Smith al basso; ovviamente Page sostituì quest'ultimo. L'idea di Page era quella di formare un supergruppo che includesse anche Keith Moon e John Entwistle degli Who, ma il progetto non si concretizzò. Dopo un breve periodo Page passò alla chitarra solista venendo sostituito al basso da Chris Dreja e formando così una coppia di valorosi chitarristi con Jeff Beck; in questo nuovo scenario Relf assunse anche il ruolo di chitarra ritmica. Tuttavia poco dopo Beck lasciò la band, che senza di lui tornò ad essere un quartetto.

Gli Yardbirds, che avevano all'attivo già quattro album in studio e un live, con la formazione a quattro tennero il proprio ultimo concerto nel luglio del 1968 all'università di Luton; poco dopo anche Relf e McCarthy abbandonarono la band lasciando come unici membri rimanenti Jimmy Page e Chris Dreja. Per impegni contrattuali il gruppo doveva comunque compiere un tour di quattordici date in Scandinavia nel settembre dello stesso anno e i membri uscenti furono sostituiti da Robert Plant alla voce e John Bonham alla batteria. In ultimo anche Chris Dreja lasciò la band per dedicarsi alla carriera da fotografo e fu sostituito da John Paul Jones, formando così per la prima volta la formazione storica dei Led Zeppelin.

Il quartetto così formato tenne i concerti previsti in Scandinavia, tra Danimarca, Svezia e Norvegia, tra il 7 e il 24 settembre del 1968 con il nome di Yardbirds, o occasionalmente New Yardbirds, perché i precedenti membri della band li avevano autorizzati ad usare il nome storico per onorare gli impegni già presi.

Al ritorno dalla tournée la band iniziò a registrare il proprio primo album e iniziò a prepararsi a un nuovo tour nel Regno Unito che li avrebbe impegnati dal 4 ottobre al 20 dicembre con il nome di New Yardbirds. Il biografo Mick Wall racconta nel suo libro When Giants Walked the Earth che quando Dreja seppe che il gruppo intendeva continuare a usare il nome precedente inviò una lettera di cease and desist (nel common law, una richiesta di cessazione immediata di un'attività ritenuta illegale) che intimava loro di non usare più il nome Yardbirds, in quanto la concessione era limitata al tour scandinavo. Jimmy Page tuttavia chiarì in un'intervista che la band aveva intenzione di cambiare nome in ogni caso.

Per la scelta del nome nuovo il quartetto attinse da un commento di Keith Moon risalente al 1966, secondo cui un gruppo con Jimmy Page e Beck sarebbe precipitato come una mongolfiera di piombo: un lead balloon, nella formulazione originale di Moon. Balloon fu sostituito con Zeppelin, che secondo quanto riportato dal il giornalista Keith Shadwick nel suo libro Led Zeppelin: the Story of a Band and Their Music: 1968-1980, dava la giusta idea del connubio tra pesantezza e luce, tra infiammabilità e grazia. La grafia di lead fu tramutata in led per evitare che venisse pronunciato come il verbo to lead, come nell'espressione lead singer. Il tour nel Regno Unito partì con il nome di New Yardbirds, ma il 14 ottobre la band ufficializzò il proprio nuovo nome e  il 25 ottobre all'Università del Surrey usò per la prima volta in pubblico il marchio Led Zeppelin.

Il nome della band avrebbe quindi dovuto indicare un clamoroso e sonoro fallimento, ma dalla scelta del loro nome definitivo i Led Zeppelin si sono affermati come una delle band più produttive, innovative e influenti della storia del rock. La scelta del quartetto fu forse scherzosa e scaramantica, e a distanza di oltre cinquant'anni possiamo sicuramente affermare che fu anche vincente.

mercoledì 18 marzo 2020

Russell Allen / Anette Olzon - Worlds Apart

A marzo di quest'anno la celeberrima etichetta italiana Frontiers Records ha pubblicato il primo album dell'inedita coppia formata da Russell Allen, vocalist tra gli altri di Symphony X e Adrenaline Mob, e Anette Olzon, frontwoman dei Dark Element e seconda cantante dei Nightwish dopo Tarja e prima di Floor Jansen. Come è evidente l'esperimento si colloca sulla scia di altre produzioni simili, come la coppia formata dallo stesso di Allen con Jørn Lande, quella composta di Michael Kiske e Amanda Somerville e il duo tutto italiano di Fabio Lione e Alessandro Conti.

Il primo album di questo inedito combo si intitola Worlds Apart ed è composto da undici tracce il cui suono è esattamente quello che ci si aspetta da un duo di vocalist di altissimo livello come questi: rock melodico che mette pienamente in luce le capacità canore dei due che al mondo hanno pochissimi eguali. Ciascuno di loro canta da solo tre dei pezzi, e nei rimanenti cinque duettano, con Anette che fa le voci alte e Russell quelle basse, e se le doti canore della Olzon sono ampiamente note va sottolineato come Allen tiri fuori aspetti più melodici e in stile power metal di quanto faccia di solito; ci troviamo, ad esempio, lontanissimi dalle sonorità aspre degli Adrenaline Mob. Le basi sono smaccatamente ispirate all'AOR ottantiano da cui questo album attinge a piene mani e proprio per questo il disco è ricco di melodia in ogni traccia con anche una buona dose di power ballad, e questa commistione di suoni morbidi e patinati rende il disco piacevole e orecchiabile già al primo giro.

Le undici tracce convincono tutte, dalla prima all'ultima, ed è molto difficile individuare momenti migliori di altri. Tra i brani cantati dal solo Allen spicca comunque Lost Soul che ha strofe veloci e ritornelli da ballad; tra quelle soliste di Anette il brano migliore è sicuramente la power ballad Cold Inside che presenta atmosfere ottantiane ancora più marcate che altrove. Tra i duetti migliori troviamo la lenta What If I Live e la grintosa No Sign Of Life che sono i due brani che mettono meglio in luce l'amalgama tra i due, che sembrano cantare insieme da anni mentre invece sono alla prima prova in studio in coppia.

È ovvio che questo tipo di esperimenti non è fatto per scrivere la storia del rock, che questo album si basa su stilemi musicali noti e non fa dell'innovazione il suo punto di forza; ma ciò non toglie che questo disco è sicuramente un momento di ottimo rock melodico, che diverte e intrattiene per tutta la sua durata e propone una prova canora stupefacente delle voci limpide e potenti di questi due interpreti. E vista la qualità della prima opera non resta che sperare che questa coppia ci regali altri album dello stesso livello.

mercoledì 11 marzo 2020

Get You In The Mood: il b-side degli Eagles mai pubblicato in un album

Nella loro carriera musicale gli Eagles hanno inciso sette album in studio e circa trenta singoli, e nella loro lunga discografia c'è un solo b-side che non è mai stato incluso in un album. Il titolo del brano è Get You In The Mood ed è stato stampato come lato B del primo singolo della band: Take It Easy dall'album Eagles del 1972.

Il brano è cantato da Glenn Frey, che è anche la voce principale di Take It Easy nonché l'autore del pezzo. Nono sono noti i motivi per cui il brano è stato scartato, la ragione è probabilmente che mal si amalgamava con il resto del disco, perché il pezzo ha marcate venature blues e psichedeliche e sembra fortemente influenzato dalle produzioni dei Doors e dei Led Zeppelin ed è molto lontano dalle atmosfere generalmente solari del resto dell'album.

Get You In The Mood è stato pubblicato su 33 giri e su CD per la prima volta solo nel 2013, nella raccolta The Studio Albums 1972-1979 che raccoglie i sei album degli anni 70, più il singolo di Take It Easy come disco bonus. Il pezzo è stato incluso anche nel cofanetto Legacy del 2018 che racchiude tutta la discografia della band.

In ogni caso, anche se non compare su nessun album ufficiale, Get You In The Mood è un brano molto interessante che mostra un lato meno noto del gruppo, che comunque non rinuncia ad alcuni dei suoi tratti distintivi come i cori sul ritornello, e che dimostra che anche i pezzi scartati di questo straordinario quartetto sono gemme di rock di grande valore.

mercoledì 4 marzo 2020

Piero Pelù - Pugili Fragili

Dopo la sua partecipazione a Sanremo, il cantante dei Litfiba Piero Pelù ha pubblicato il suo sesto album solista (ottavo, se si includono anche le compilation Presente e Identikit che contenevano comunque materiale inedito) intitolato Pugili Fragili. Il disco è stato anticipato dall'uscita di due singoli: il sorprendentemente brutto Picnic all'Inferno, dedicato a Greta Thunberg e che contiene campionamenti di un suo discorso, e il convincente pop-rock allegro di Gigante, che Piero ha portato al Teatro dell'Ariston a inizio febbraio.

Il disco è composto da dieci tracce, tra cui troviamo anche la cover in versione rock di Cuore Matto anch'essa eseguita a Sanremo nella serata dedicata alla cover, e non è la prima volta che Piero reinterpreta nel suo stile i classici della musica italiana: come b-side del suo primo singolo solista Io Ci Sarò del 2000 aveva infatti scelto Pugni Chiusi dei Ribelli e nel tributo a Lucio Battisti intitolato Innocenti Evasioni del 1993 aveva interpretato con i Litfiba Il Tempo di Morire.

Tra le altre tracce il disco contiene sicuramente dei passi falsi, Luna Nuda e Ferro Caldo suonano stranamente forzate e sembrano essere dei riempitivi per arrivare a dieci tracce, ma fortunatamente il resto dell'album funziona bene e regala una buona dose di pezzi rock di vario stile ma sempre molto godibili. La title track è un midtempo con tematiche intimistiche che Piero ha sempre tenuto solo per i suoi album solisti, e poco dopo troviamo Nata Libera che è sicuramente il pezzo migliore e più interessante dell'album con atmosfere desertiche che sembrano nate dall'incontro dei i Litfiba di Fata Morgana e Il Mio Corpo che Cambia con i Calexico.

Il disco è chiuso da un terzetto di pezzi energici che iniziano con Fossi Foco, ispirata al celebre sonetto di Cecco Angioleri, che vede Piero duettare con Appino degli Zen Circus su un testo che si scaglia contro le discriminazioni verso le minoranze. Segue Stereo Santo, un potente e grintoso inno alla musica e al rock che cita Ozzy Osbourne come mangiatore di pipistrelli. Chiude il disco il pezzo più pesante dal punto di vista musicale, intitolato Canicola, che tratta del riscaldamento globale ed è l'unico brano che sconfina dell'hard rock.

In conclusione, Pugili Fragili conferma ciò che avevamo già capito dal 2000 al 2009: cioè che Piero è sicuramente in grado di fare della buona musica lontano da Ghigo; ma se ciascuno dei due funziona bene da solo, entrambi funzionano benissimo solo insieme. Pugili Fragili è un buon disco, che contiene pezzi decisamente validi, ma i fasti di El Diablo, Spirito o del più recente Eutòpia sono molto lontani.

mercoledì 26 febbraio 2020

Intervista a Michele Guaitoli, cantante dei Visions of Atlantis e dei Temperance

Michele Guaitoli è una delle voci più interessanti del panorama symphonic metal mondiale e attualmente ricopre il ruolo di voce maschile dei Visions of Atlantis e dei Temperance. Per parlare dei suoi dischi più recenti e per raccontarci qualcosa di sé, Michele ha accettato la nostra proposta di un'intervista.

Ringraziamo Michele Guaitoli per la sua cortesia e disponibilità.


125esima Strada: Ciao Michele e grazie del tempo che ci stai dedicando. Iniziamo parlando dei Visions of Atlantis di cui sei entrato a far parte per l'ultimo album Wanderers. Che storia c'è dietro a questo album? Come sono nati i pezzi?

Michele Guaitoli: Ciao Leonardo e grazie del tempo che mi dedichi! Come sai per noi artisti è sempre un’occasione poter spendere qualche parola in più sui nostri lavori, che spesso non vengono analizzati nel contenuto concettuale ma solo dal lato prettamente musicale!


Wanderers come hai sottolineato è il primo disco in cui ho potuto partecipare come membro fisso dei Visions of Atlantis, vivendo tutta la fase di registrazione in studio e di “creazione” dei brani, tra l’altro avendo l’onore e la fortuna di avere anche due miei brani inseriti nel lotto (At the End of The World e A life of our Own). L’album è un disco che è nato con la grandissima carica data dalla nuova formazione, assieme al mio ingresso c’è stata una sorta di scarica di adrenalina nella band che ha dato nuova linfa vitale e tanta grinta a tutti, visto che sopratutto dal piano del live si sono aperte moltissime porte (per una questione di disponibilità: Siegfried nel 2018 lasciò la band perché gli impegni dei Visions of Atlantis iniziavano ad essere troppi rispetto al suo lavoro principale). Positività, forza d’animo e voglia di crescere ed esplorare il mondo insieme: da qui il nome Wanderers, da qui la “luce” e la grande carica positiva nelle liriche e nelle tematiche!


125esima Strada: C'è un brano del disco a cui sei più legato? Se sì, perché’

Michele Guaitoli: Beh senza dubbio i due brani che ho scritto io: A Life of Our Own e At the End of the World, semplicemente perché in ogni brano che compone un musicista lascia qualcosa di sé, si crea quindi una sorta di legame affettivo con ognuno dei propri pezzi. Tolti questi, ti confesso che Heroes of the Dawn è un pezzo che mi ha colpito dal primo istante. Sarà la vena leggermente celtica, sarà il ritornello che dal primo ascolto mi è iniziato a girare in testa, sarà la bella storia di fondo, ma è un brano che probabilmente anche se non fossi parte della band ascolterei a ripetizione.


125esima Strada: Com'è lavorare con un regina della musica affermata come Clémentine Dalauney? Ti ci sei trovato bene subito o è servito un po' di assestamento?

Michele Guaitoli: In realtà c’è stata una grande intesa dal primissimo istante. Clemi è una persona molto alla mano ed in generale sono stato accolto da subito non solo da lei, ma da tutta la band, con grande entusiasmo. Oggi posso dirti tranquillamente che siamo una famiglia ed il rapporto che c’è tra me e Clemi è veramente un rapporto fratello/sorella: dalle confidenze, al supporto ai piccoli bisticci che si risolvono sempre. Vocalmente poi uno dei feedback che più spesso riceviamo è che le nostre due vocalità si sposano in maniera naturale ed efficace. Sia dal lato tecnico che estetico mi trovo molto d’accordo: armonicamente ci completiamo e stilisticamente abbiamo delle caratteristiche comuni, dal vibrato alle inflessioni. Paradossalmente è stato veramente facile accostarsi l’uno all'altra musicalmente.


125esima Strada: Una cosa che colpisce dell'album è la copertina: così luminosa e che porta un messaggio di speranza con i due naufraghi che vedono da lontano un vascello che li può portare il salvo. Ci racconti che storia c'è dietro a questa copertina?

Michele Guaitoli: Come ti accennavo nella prima domanda i Visions of Atantis di oggi sono una band ricca di carica, energia e speranze, con tanta… tanta voglia di crescere ed esplorare il mondo, visto che uno dei grandissimi privilegi dati dall'essere musicista è proprio la possibilità di viaggiare e vedere il mondo grazie alla musica. Questo è quello che ci ha spinto a chiamare questo album Wanderers, ossia nomadi, esploratori, persone alla ricerca di sé stessi, curiosi di scoprire. Il tutto ruota poi attorno alla tematica marittima che da sempre pilota l’atmosfera di questa band. Il mare è il nostro ambiente, l’acqua la nostra materia e l’ambientazione “fantasy” relativa al mondo piratesco è alla base di molti pezzi e di molte nostre grafiche. Ovviamente il Kraken in copertina è il simbolo delle paure, del male che attornia la nostra esistenza, ma la luce e la forza d’animo permettono a chi ha il cuore pieno d’amore e di coraggio di potersi salvare da ogni pericolo.


125esima Strada: Parliamo anche della tua ultima fatica: Viridian dei Temperance. Come è nato questo album?

Michele Guaitoli: E’ un disco che ha avuto una gestazione di oltre un anno, anche se in realtà la fase di composizione e registrazione è stata molto più breve. Con Of Jupiter and Moons e con la nuova formazione con me ed Alessia [Scolletti, voce femminile dei Temperance, N.d.A], i Temperance hanno iniziato un nuovo capitolo della loro storia e se per Jupiter ci siamo ritrovati con i brani scritti, Viridian è il primo album dove davvero si può dire di aver lavorato con e per questa line-up. Dalle linee melodiche alla suddivisione delle parti, dalle scelte stilistiche alle scelte armoniche: tutto è nato con in mente la line-up a tre voci, cosa che in Jupiter non solo non era stata possibile, ma l’arrangiamento è stato fatto piuttosto in fretta per questioni di tempistiche. Viridian è nato nel gennaio 2019, ha visto le registrazioni sparse tra febbraio e aprile 2019 e lo sviluppo delle grafiche e del lato “gestionale”si è poi prolungato fino alla release nel gennaio 2020. È tra l’altro il primo disco dove ho avuto la possibilità di scrivere due brani “e mezzo" (Gaia, Let it Beat e Catch the Dream che è stato scritto a quattro mani con Marco).


125esima Strada: A me ha colpito molto la traccia Nanook. Come è nata l'idea di utilizzare un coro di bambini?

Michele Guaitoli: Nanook è anche una delle mie tracce preferite! Anche qui c’è una vena celtica e molta, moltissima musica. Il coro di bambini non è una novità nel mondo Temperance: in The Earth Embraces Us All era già stato usato un coro di bambini per il brano Oblivion. Poter rivivere questa esperienza in Viridian è stato magnifico anche perché per me personalmente è stata la primissima volta in un disco metal. Credimi che vedere 20 giovanissimi intonare le note di un brano della tua band è qualcosa di magnifico, magico e incredibilmente puro.


125esima Strada: Come è nata invece Mission Impossible? Siete particolarmente legati alla saga cinematografica con Tom Cruise? Se sì, perché?

Michele Guaitoli: E’ una storia piuttosto divertente: devi sapere che quando “scriviamo” i brani difficilmente incidiamo le versioni di “pre-produzione” con i testi definitivi: di solito si tende a buttare giù una bozza con parole inventate, falso inglese o addirittura usando testi di altre canzoni giusto per “cantare” qualcosa sulla linea melodica. Il testo arriva sempre in un secondo momento a pezzo finito. Nella versione di pre-produzione di questo brano Marco cantava, nel ritornello, Mission Impossibile…e la cosa ci è piaciuta al punto da voler poi sviluppare il testo finale del pezzo attorno a Mission Impossibile 2, che è un film che a tutti è piaciuto moltissimo. Anche in questo caso, non si tratta di qualcosa di insolito per i Temperance che già nel secondo album - Limitless - avevano imbastito le liriche di Mr.White basandosi sulla serie TV Breaking Bad. Consapevoli di questo trascorso e con uno spirito un po’ “nerd”, ci siamo ripetuti.


125esima Strada: Chi sono i musicisti e cantanti che ti hanno influenzati di più durante la tua carriera?

Michele Guaitoli: Ce ne sono molti, ma alcuni hanno sicuramente cambiato il mio modo di affrontare il canto in generale. Credo ci sia stata una vera e propria evoluzione stilistica in me legata ad alcune figure di rilievo!

Il primo vocalist che va citato per forza è James Hetfield, non tanto per la tecnica ma perché con la sua voce ho iniziato ad appassionarmi davvero all’heavy metal. Ricordo che i brani dei Metallica come per moltissimi musicisti, sono stati quelli che ho provato per primi nella sala prove. Guardavo i loro DVD, ascoltavo a ripetizione i loro pezzi e cercavo di imitare Hetfield nelle mie primissime esperienze canore. Poi, con un altro cliché, è arrivato Bruce Dickinson con gli Iron Maiden… e con loro ho capito l’importanza della tecnica vocale per poter reggere un repertorio impegnativo. A seguire… ma si sa che da ragazzini spesso si cade nei luoghi comuni, mi sono appassionato di Eric Adams e dei Manowar, completando quel terzetto di band per le quali ogni metallaro passa. Credo di poter dire con certezza che il mio vibrato sia figlio di Eric Adams e Bruce Dickinson. Da lì mi sono poi iniziato a “specializzare” un po’ di più, appassionandomi a voci che hanno cambiato pian piano il mio modo di affrontare il canto in maniera più dettagliata. Kai Hansen (Gamma Ray) e Hansi Kursch (Blind Guardian) sono stati due riferimenti fondamentali… poi c’è stato Michele Luppi, non solo come esempio ma anche come insegnante (e gli devo davvero tantissimo), poi Tobias Sammett con i suoi Edguy prima e gli Avantasia dopo, poi Roy Kahn e i Kamelot, Russell Allen ed i Symphony X (nonché gli Adrenaline Mob)…


125esima Strada: E chi sono invece i tuoi preferiti della scena attuale?

Michele Guaitoli: Tuttora ci sono molti vocalist che mi affascinano e da cui cerco di imparare, come si suol dire non si finisce mai di crescere ed apprendere. Russell Allen è ancora uno dei miei grandi riferimenti, ma anche Daniel Gildenlow (Pain of Salvation), Devin Townsend, Tommy Karevik (con cui ho avuto l’onore di andare in tour ben due volte a Settembre 2018 e Marzo 2019… il mondo è pieno di artisti fenomenali e voci pazzesche. La mia speranza è solo di poter un giorno essere anche io d’esempio come tanti lo sono stati per me, e di poter “influenzare” qualcuno come io sono stato influenzato da altri, continuando questa splendida catena di condivisione e passione che è la musica!

lunedì 17 febbraio 2020

Visions of Atlantis - Wanderers Tour, Retorbido 15/2/2020


Che i Vision of Atlantis passassero nel loro tour da così vicino a casa mi sembrava una cosa incredibile. E quindi appena vista nel calendario della band la data di Retorbido ho bloccato l'agenda segnandomi che quella sera ci sarebbe stato uno concerto imperdibile. Aggiungiamo pure che per vedere dal vivo Clémentine Delauney i trenta chilometri che mi separano dal Dagda li avrei fatti pure a piedi e la curiosità di sentire l'udinese Michele Guaitoli era davvero tanta.

Purtroppo mi sono perso le due band di apertura, che chi era presente ha poi raccontato essere di altissimo livello, ma arrivo appena in tempo per l'ingresso su palco del quintetto austro-franco-italiano con il batterista Thomas Caser (unico membro fisso del gruppo dal 2000 ad oggi) a scandire l'intro di Release My Symphony con cui i Vision of Atlantis aprono in concerto. Già dal primo pezzo si capisce che la serata ci regala una piacevole scoperta; perché se è pur vero che la star dell'evento è la regina del symphonic metal Clémentine, ci vuole ben poco a capire che Michele è assolutamente all'altezza della prova e dà subito sfoggio delle sue notevoli doti vocali che gli consentono di passare dalle tonalità basse agli acuti con grande facilità. E con il secondo pezzo New Dawn capiamo tutto: la regina resta la regina, ma qui davanti a noi abbiamo anche il nuovo re del metal sinfonico.

La setlist verte soprattutto sugli ultimi due album, quelli che vedono Clémentine alla voce, con solo tre innesti dal passato, quali la già citata New Dawn e Memento da Delta del 2011 e Passing Dead End da Trinity del 2007.

Clémentine è semplicemente meravigliosa mentre si muove sul palco con una grazia incantevole e mischia come solo lei sa fare potenza e dolcezza. Alla voce fantastica della soprano francese, che innesta spesso tocchi di lirica nel proprio canto, si unisce la potenza e le decisione vocale di Michele che dimostra di essere uno dei migliori al mondo nel suo ruolo. L'intesa tra i due vocalist è perfetta e sembra che cantino insieme da decenni, mentre in realtà hanno un solo album in coppia all'attivo; i due duettano, si amalgamo e si completano alla grande regalando al pubblico un impatto di sonoro di ottima presa.

A metà concerto Clémentine esegue da sola la title track dell'ultimo album e subito dopo questa breve pausa il resto della band risale sul palco per la seconda metà dell'esibizione costellata di pezzi tra i migliori della loro discografia recente come The Deep & The Dark e a A Journey to Remember. Dopo Passing Dead End la band saluta ed esce, ma ovviamente il pubblico raccolto ai piedi del palco chiede un encore che la band regala con In & Out of Love e Return To Lemuria che è forse il brano più noto dei dischi cantati da Clémentine.


Di solito i concerti finisco con l'ultima traccia e i saluti. Ma non questo. Sono solo le 23:30 quando l'esibizione finisce e non c'è fretta di andare via. In un corridoio che porta ai servizi incontro proprio Clémentine che gentilmente accetta di fare una foto e sono talmente shockato che mi rivolgo in inglese anche alla persona a cui chiedo di scattarla con il mio cellulare. Poco dopo anche Michele raggiunge il pubblico nel locale e si ferma a chiacchierare dimostrandosi molto vicino al suo pubblico come se non fosse il cantante di una delle band migliori del mondo ma un nuovo amico che incontri in un locale di musica dal vivo.

È molto difficile togliersi di dosso le emozioni di una serata così, che giorni dopo sono ancora vive e ben presenti. E mente torno a casa nell'autoradio girano ovviamente Wanderers e The Deep & The Dark, e mentre ascoltiamo questi capolavori non resta che sperare che Clémentine, Michele e il resto del gruppo tornino presto da queste parti.

Per ora, grazie ragazzi, un abbraccio!

venerdì 7 febbraio 2020

The Darkness - Easter is Canceled, Milano 6/2/2020


Nota: Questo articolo è stato scritto dal nostro guest blogger Tino che ringraziamo per il contributo.

"No, no, io voglio vedere com'è vestito stavolta" questa l'ultima frase che ho sentito prima che le luci di un Alcatraz di Milano stracolmo di gente si spegnessero per l'inizio del concerto dei Darkness, segno che la gente non è lì solo per l'energia della loro musica ma anche per le performance sul palco di Justin Hawkins, carismatico frontman della band famoso tanto per i suoi acuti che per le sgargianti tutine attillate.

Dopo lo spettacolare concerto del 2017 nella cornice del Rugby Sound Festival non ho avuto molti dubbi se partecipare o meno. La band però a questo giro ha provato una formula diversa, nella prima metà del concerto è stato suonato tutto il loro ultimo disco Easter is Canceled. Benché non ci sia stato il minimo dubbio sulle eccellenti performance musicali e visive non è una formula che apprezzo particolarmente, sopratutto da una band che tra alti e bassi è sulla scena dal 2000 e l'anno scorso ha sfornato il sesto lavoro in studio dal quale è tratto il nome del loro tour 2020. L'ultimo disco non è male come stile ma forse avrei dovuto ascoltarlo un po' di più per poterlo apprezzare meglio, alla fine solamente la prima traccia Rock and Roll Deserves to Die era conosciuta visto che su Virgin Radio veniva trasmesso con un po' di regolarità.

Luci giù, un po' di suspance e la mitica One Way Ticket dà il via alla seconda parte dello spettacolo con pezzi molto più conosciuti dalla platea milanese; solo due i pezzi da Pinewood Smile: Japanese Prisoner of Love e il singolo Solid Gold e poi tanto tanto dal loro album di esordio Permission to Land. Seguono Growing on Me e poi Get Your Hands Off My Woman dove l'acuto viene magistralmente tenuto per tutta la canzone. Love is only a Feeling, pezzo relativamente lento e classificato come rock ballad che arrivò al 5° posto nella classifica UK dei singoli più venduti, e il pezzo bandiera della band I Believe in a Thing Called Love chiudono un concerto a dir poco spettacolare.

I Darkness sono una garanzia, non solo come musica, ma come scenografia (gli abiti estremi di Justin avrebbero fatto invidia alle presentatrici che stavano conducendo Sanremo nella stessa serata) e come capacità di coinvolgimento del pubblico. Alla prossima, raga!

mercoledì 5 febbraio 2020

Hootie & the Blowfish - Cracked Rear Mirror

Negli anni 90 il rock alternativo era uno dei generi musicali più popolari e tra gli esponenti di questo stile c'è stato un quartetto che lo ha sapientemente mischiato con il southern rock e con il country realizzando melodie di facile prese e ricche di suoni morbidi e patinati. Il gruppo in questione sono gli Hootie & the Blowfish, originari del South Carolina. Il gruppo ha la peculiarità di aver avuto una formazione stabile durante tutta la propria attività discografica, con Darius Rucker alla voce, Mark Bryan alla chitarra, Dean Felber al basso e Jim Sonefeld alla batteria.

Il primo album della band si intitolata Cracked Rear Mirror ed è stato pubblicato nel 1994. L'album è composto da undici pezzi di facile presa già al primo ascolto, grazie anche alla voce singolare del vocalist e ai numerosi cori che la band esegue soprattutto sui ritornelli. Il disco parte subito forte con Hannah Jane che coniuga sapientemente ritmi veloci e melodia dando subito un buon assaggio di ciò che si troverà del resto dell'LP. Già in questo primo album troviamo alcuni dei pezzi più iconici del gruppo, come il midtempo Hold My Hand che racchiude in sé tutti le caratteristiche migliori della band, con un intro di chitarra, una melodia orecchiabile e un ritornello in cui Darius Rucker mostra il meglio della propria vocalità accompagnato da un potente coro del resto della band. Tra i pezzi migliori troviamo anche Time, che ripropone la formula collaudata del gruppo, la veloce Drowning che costituisce uno dei momenti più brillanti del disco e Only Wanna Be With You che cita nel testo Blood on the Tracks, Idiot Wind e Tangled Up in Blue di Bob Dylan.

Il disco contiene ovviamente anche un buon numero di ballad tra cui Let Her Cry e Goodbye eseguita con solo voce e piano. In due tracce, Look Away e Running From an Angel troviamo anche la presenza di un violino, suonato da Lili Haydn della Los Angeles Philharmonic Orchestra, che dona un tocco più forte di southern rock.

Giunti al termine dell'ascolto non si può che constatare che questo disco è un vero capolavoro, composto di tracce di altissimo livello, che non annoia mai e capace di regalare emozioni dall'inizio alla fine. Il gruppo ha oggi all'attivo sei album e Rucker affianca l'attività come frontman a quella di cantante solista, in cui si dedica più al country che al rock alternativo. Cracked Rear Mirror resta ad oggi uno degli album migliori degli anni 90 grazie alle sue tante suggestioni musicali e commistioni tra stili che questi quattro musicisti hanno saputo regalarci pur non godendo della fama, almeno nel nostro paese, che meriterebbero ampiamente come dimostra questo loro primo album.

sabato 25 gennaio 2020

Giacomo Voli The Voice of Rock - Milano, 24/1/2020

Non avevo ancora visto The Voice of Rock, il nuovo spettacolo di Giacomo Voli dedicato ai classici del passato, ma questa volta la location scelta per l'evento, il Legend Club di Milano, è vicina a casa e quindi l'evento è imperdibile. E poi in scaletta ci sono due gruppi d'apertura tutti da scoprire: i Madhouse che nella bassa padana godono di buona notorietà e i comaschi Kreoles.


La serata inizia alle 21:30 come da programma con l'alt rock dei pavesi Madhouse guidati dalla grintosa frontwoman Federica Tringali la cui potente voce da contralto intrattiene il pubblico per più di mezz'ora. Segue l'hard rock di stampo ottantiano dei Kreoles che propongono pezzi tratti dal loro ultimo album dalle sonorità dure ma allo stesso tempo decisamente catchy, tanto che il pubblico riesce a cantare con il lead singer Ivan McSimon già al secondo ritornello.

Giacomo Voli sale sul palco poco dopo le 23 e con la sua band inizia la serata con Helter Skelter dei Beatles, forse più ispirata alla versione più energica degli U2, con cui dà subito sfoggio delle sue potenti doti canore che oggi sembrano proprio essere in grade spolvero, nonostante la stanchezza per un viaggio verso Milano pieno di imprevisti, come lo stesso Giacomo racconta al pubblico. Ma forse è proprio la voglia di dimostrare che gli imprevisti non fermano il nostro leggendario vocalist che spinge la band a tirare fuori il meglio di sé, infatti sul palco gira tutto benissimo e la serata scorre alla grande con un repertorio che spazia dagli anni 60 fino ai Muse.

Tra i primi pezzi Giacomo esegue Killing In The Name dei Rage Against the Machine e la scelta è tutt'altro che banale, perché Giacomo ci ha abituato da sempre ai propri virtuosismi vocali ma qui si trova a a dover rappare i versi di Zack de la Rocha. Comunque questo pezzo di ottimo crossover dimostra che Giacomo rappa alla grande e si muove benissimo in un terreno lontano da quelli consueti e a questo punto è lecito chiedersi quali siano i limiti di questo cantante fenomenale, ammesso che ne abbia.

La serata prosegue con quella che Giacomo definisce la sfida tra band, sfida nella quale non perde nessuno ma vincono sempre tutti; ovvero dei medley di pezzi di due band che hanno interpretato il rock e il metal con stili molto diversi tra loro. E se alcuni accostamenti, come quelli tra Metallica e Iron Maiden, possono sembrare naturali, altri come quello tra Queen e Muse sono davvero sorprendenti. E sorprende anche ascoltare come Madness cantata da Voli sia molto più emozionante e profonda della versione di Matt Bellamy, ma in realtà lo sapevamo almeno da The Voice of Italy di sei anni fa.


Il pubblico canta tutti i pezzi da sotto al palco per tutta la serata e Giacomo invita spesso a sostituire i versi originali con frasi buffe in italiano dal suono simile, e qualche volta si fa fatica a cantare perché le trovate del nostro Jack sono così divertenti che non riusciamo a cantare per via delle risa. La serata si chiude con la sfida tra i Deep Purple e Led Zeppelin, scelta quasi obbligata in una serata come questa, che dà modo al Giacomo di mostrare ancora una volta il meglio della propria vocalità; ma appena prima la band ci vuole proporre del metal in italiano e siccome ne esiste poco ne ha inventato un po' per l'occasione con un mash-up tra Franco Battiato e i Rammstein, più altri due pezzi di Battiato riarrangiati da Giacomo.

Alla fine della serata viene da chiedersi come sia possibile che Voli faccia così tante cose diverse, spaziando dagli acustici, alle cover dei Queen, ai Rhapsody of Fire fino a The Voice of Rock e forse la risposta ce l'ha data stasera: la creatività di questo straordinario artista non può incanalarsi su una strada sola e ha bisogno di tutta questa varietà per esprimersi.

Stasera ci hai regalato della bellissima musica e ci hai anche fatto ridere e divertire, e in questi tempi di follia è proprio ciò di cui abbiamo bisogno per rinsavire. Grazie Giacomo, a presto!

mercoledì 22 gennaio 2020

Murder of Tupac Shakur: an interview with former Las Vegas Police sergeant Chris Carroll

An Italian translation is available here.

Tupac Shakur's murder is one of the most enduring mysteries in music history. To help us understand what happened on that night and to dispel some of the myths surrounding Tupac's death, former Las Vegas police officer Chris Carroll accepted our proposal for an interview which we are offering today our readers.

We would like to thank Chris Carroll for his kindness and willingness to help.


125esima Strada: After arriving on the scene when did you realize the victim was a celebrity and therefore that would have become a big case?

Chris Carroll: As far as “arriving on the scene”, that phrase doesn’t really apply. Tupac’s entourage and I crossed into each other going opposite directions. Their cars sort of spun out trying to make the corner turn too fast as I slid up to them on my bike. After I opened Tupac’s door and he fell out into my arms, Suge immediately was in back of me yelling at him. He was yelling,”Pac, Pac” as he tried to get a response from him. I could see that his car was a high end BMW, he was wearing a ton of jewelry, and Suge was yelling “Pac”. Putting this together I could see that it was Tupac. I didn’t know anything about him at the time other than there was a rapper named Tupac. It’s important to remember that he is far more famous now than he was then. As cops in Las Vegas, the other officers at the scene and I have worked with and around celebrities all the time, so it didn’t have that big of an impact on us when it happened. We handled it like any other homicide, and we handled a lot of those as well, so it didn’t seem much different than other homicides at the time. When we talk to each other now we are kind of surprised at what it has become.


125esima Strada: What did you think of Suge at first? Did you get right away he was an ally, not an enemy?

Chris Carroll: I didn’t know who Suge was at the time. It was very obvious he was Tupac’s friend but that’s all I knew. To me he posed a threat. He was a giant guy who kept running up on my back, putting me in a very dangerous situation. I would point my gun at him and he would back off for a few seconds but as soon as I turned around he was back. He was loud, uncooperative, emotional, and had blood spurting out of the side of his head. Finally, I saw another officer push him away from me. That was the first time I saw the other officer at the scene. He never cooperated then, or during the follow up investigation.


125esima Strada: How would you describe the people that gathered around the car while you were trying to assess the situation? Where they gangsters or just passers-by?

Chris Carroll: There weren’t people gathered around the car. There was me, Tupac, Suge, and another cop keeping Suge back from me. There were originally a couple other cops trying to bring the chaotic scene back under control. People were spread out all around. It’s a huge intersection. Tupac had eight or ten people in his group. There were some tourists around on the sidewalks but not on the street.


125esima Strada: How did Frank Alexander behave after he got out of his car? Did you interact with him?

Chris Carroll: I’ve heard this guys name before but I never spoke to him. Furthermore, I don’t ever remember seeing him there. I was the supervisor on the scene and spoke to everyone who was there. None of them ever told me that they were Tupac’s body guard. I heard a story (not from Alexander) that he was an ex cop who showed a badge at the scene, so the cops let him walk around and go back to Tupac’s car. Absolutely ridiculous story. That’s not how we work and I would have been the first to know if somebody there had a badge.


125esima Strada: How would you describe Tupac after you opened the car door?

Chris Carroll: When I opened the door he was slumped against it on the inside. So he sort of poured out into my arm and I set him down to the pavement. He was still breathing and conscious but he was in very bad shape. He was covered in blood and I could see he had been hit multiple times. He was making eye contact with Suge and he was squirming. He was trying to yell back to Suge, but he couldn’t do it. After a short time he physically gave up, stopped squirming and went into a resting position. I asked him several times who shot him, and what happened. He gave no response until he got enough of a breath together to tell me “Fuck You”.


125esima Strada: How likely is it in your opinion that Suge ordered Tupac's murder?

Chris Carroll: Suge did not order the murder. First, you do not sit next to a person who you know is going to be shot. This is evident by the fact that Suge was shot in the head during the shooting. The bullet pierced his scalp but not his skull. Additionally, I could see at the scene that Suge had a clear concern for Tupac. He was in a full blown panic as he could see that Tupac was probably dying.


125esima Strada: And how likely is it in your opinion that Orlando Anderson is either the shooter or is somehow involved in the shooting?

Chris Carroll: Orlando Anderson is the shooter. Usually the most simple and obvious answer is the correct answer, and in this case those rules apply. There has also been bits and pieces of evidence that have confirmed this. Many people often ask why the crime was not solved. The answer is that the crime was solved long ago. However, the guy who did it is dead, and has been dead for about twenty years. That ends everything. Perhaps there is justice in the fact that the murderer was murdered himself.

Omicidio di Tupac Shakur: intervista all'ex sergente della polizia di Las Vegas Chris Carroll

L'originale in inglese è disponibile qui.

L'omicidio di Tupac Shakur è uno dei misteri più duraturi della storia della musica. Per aiutarci a capire cosa è successo quella notte e per smentire alcune dicerie sulla morte di Tupac, l'ex agente della polizia di Las Vegas Chris Carroll ha accettato la nostra proposta di un'intervista che offriamo oggi ai nostri lettori.

Ringraziamo Chris Carroll per la sua cortesia e disponibilità.


125esima Strada: Dopo essere arrivato sulla scena, quando ti sei accorto che la vittima era una celebrità e che quel caso sarebbe diventato famoso?

Chris Carroll: L’espressione “arrivato sulla scena” non è corretta. L'entourage di Tupac e io ci incrociammo mentre andavamo in direzioni opposte. Le loro macchine quasi sbandarono cercando di prendere la curva troppo velocemente e io arrivai in bici. Quindi aprii la porta di Tupac e lui mi cadde tra le braccia, Suge arrivò immediatamente dietro di me urlando verso di lui. Stava urlando "Pac, Pac" cercando di ottenere una risposta. Riuscii a vedere che la macchina era una BMW di fascia alta, indossava una tonnellata di gioielli, e Suge urlava “Pac”. Mettendo insieme i pezzi vidi che era Tupac. All'epoca non sapevo nulla di lui oltre al fatto che c’era un rapper di nome Tupac. È importante ricordare che ora è molto più famoso di quanto non fosse allora. Come poliziotti a Las Vegas, io e gli altri agenti intervenuti sulla scena abbiamo sempre lavorato in un ambiente di celebrità, quindi non ebbe un grande impatto su di noi quando è successo. L'abbiamo gestito come qualsiasi altro omicidio, e ne gestivamo molti, all'epoca non sembrava molto diverso dagli altri omicidi. Quando ne parliamo ora siamo sorpresi di ciò che è diventato.


125esima Strada: Cosa pensasti di Suge sulle prime? Capisti subito che era un alleato e non un nemico?

Chris Carroll: Al tempo non sapevo chi fosse Suge. Era ovvio che fosse un amico di Tupac non sapevo altro. Per me rappresentava una minaccia. Era un uomo gigantesco che continuava ad avvicinarsi dietro di me, mettendomi in una situazione molto pericolosa. Gli puntavo la pistola e si allontanava per qualche secondo, ma appena mi voltavo si avvicinava. Parlava ad alta voce, non era collaborativo, era agitato e gli schizzava sangue dal lato della testa. Dopo un po’, vidi un altro ufficiale che lo teneva lontano da me. È stata la prima volta che vidi l'altro ufficiale sulla scena. Suge non ha mai collaborato, né allora, né durante le indagini successive.


125esima Strada: Come descriveresti le persone che si sono raccolte attorno alla macchina mentre cercavi di prendere il controllo della situazione? Erano gangster o passanti?

Chris Carroll: Non c'erano persone intorno alla macchina. Eravamo io, Tupac, Suge e un altro poliziotto che teneva Suge lontano da me. Inizialmente c'erano un paio di altri poliziotti che cercavano di riportare la scena caotica sotto controllo. C’erano persone sparse ovunque. È un incrocio enorme. Nel gruppo di Tupac c’erano otto o dieci persone. C'erano alcuni turisti sui marciapiedi ma non in strada.


125esima Strada: Come si comportò Frank Alexander dopo che uscì dall’auto? Hai interagito con lui?

Chris Carroll: Ho già sentito questo nome, ma non gli ho mai parlato. Inoltre, non ricordo di averlo visto sulla scena. Ero il supervisore della scena e ho parlato con tutti quelli che erano lì. Nessuno di loro mi ha mai detto di essere la guardia del corpo di Tupac. Ho sentito una storia (non da Alexander) secondo cui era un ex poliziotto e mostrò il distintivo sulla scena, e a quel punto i poliziotto gli consentirono di avvicinarsi alla macchina di Tupac. Storia assolutamente ridicola. Non è così che lavoriamo e sarei stato il primo a sapere se qualcuno avesse avuto un distintivo.


125esima Strada: Come descriveresti Tupac dopo che hai aperto la portiera della macchina?

Chris Carroll: Quando aprii la porta, era accasciato contro di essa dall'interno. Quindi mi crollò tra le braccia e lo stesi sul marciapiede. Respirava ancora ed era cosciente, ma era in pessime condizioni. Era coperto di sangue e potei vedere che era stato colpito più volte. Era in contatto visivo con Suge e si stava contorcendo. Stava cercando di urlare a Suge, ma non ci riuscì. Dopo un breve periodo si arrese fisicamente, smise di agitarsi e si mise in posizione di riposo. Gli ho chiesto più volte chi gli avesse sparato e cosa fosse successo. Non diede risposta finché non ebbe abbastanza fiato per dirmi "Vaffanculo".


125esima Strada: Secondo te quanto è probabile che Suge abbia ordinato l’omicidio di Tupac?

Chris Carroll: Suge non ha ordinato l'omicidio. Innanzitutto, non ti siedi accanto a una persona che sai che verrà uccisa a colpi di arma da fuoco. E ciò è evidente per il fatto che Suge è stato colpito alla testa durante la sparatoria. Il proiettile gli trafisse il cuoio capelluto ma non il cranio. Inoltre, ho potuto vedere sulla scena che Suge nutriva una chiara preoccupazione per Tupac. Era in preda al panico quando vide che Tupac stava probabilmente morendo.


125esima Strada: E secondo te quanto è realistico che Orlando Anderson sia stato lo sparatore o sia stato in qualche modo coinvolto nella sparatoria?

Chris Carroll: Orlando Anderson è lo sparatore. Di solito la risposta più semplice e ovvia è la risposta corretta, e in questo caso questa regola funziona. Ci sono state anche alcune prove che lo hanno confermato. Molte persone spesso chiedono perché l’omicidio non sia stato risolto. La risposta è che è stato risolto molto tempo fa. Tuttavia, l’uomo che lo ha commesso è morto ed è morto da circa vent’anni. Questo conclude tutto. Forse c'è giustizia per il fatto che l'assassino è stato lui stesso assassinato.

giovedì 9 gennaio 2020

Perché i Doors si chiamano così?

I Doors sono tra i più rappresentativi e iconici interpreti del rock degli anni 70 grazie a un sound distintivo e al carisma e alla capacità dei quattro membri. Il loro suono non è l'unica cosa singolare che contraddistingue questa band, perché anche il nome scelto dal quartetto è evidentemente piuttosto bizzarro.


La prima formazione della band risale al 1961 con il nome di Rick & the Ravens ed era inizialmente composta da Rick Manczarek alla chitarra, Jim Manczarek alle tastiere e all'armonica, Patrick Stonier al sassofono, Roland Biscaluz al basso e Vince Thomas alla batteria. Rick (che dava il nome al complesso) e Jim erano ovviamente i fratelli di Ray Manzarek (che usava la grafia semplificata del proprio cognome), che sarebbe diventato il tastierista storico dei Doors.

La band vide numerosi cambi di formazione e nel 1965 era composta da Jim Morrison alla voce, Ray Manzarek alla tastiera e alle seconde voci, John Densmore alla batteria, Rick Manczarek alla chitarra, Jim Manzarek all'armonica, e Patricia "Pat" Hansen al basso. Dopo aver registrato un demo che non raccolse il successo sperato, la band cambiò il proprio nome su proposta di Morrison in The Doors, prendendo spunto dal saggio dello scrittore inglese Aldous Huxley intitolato The Doors of Perception (tradotto in italiano come Le Porte della Percezione) del 1954 che narra delle esperienze vissute dall'autore grazie all'uso della mescalina, molto simili a quella che Jim Morrison e la sua band narravano nei propri pezzi. In The Doors of Perception l'autore descrive ad esempio come dopo l'assunzione di mescalina vedesse i colori più vivaci o come gli sembrasse che le pareti delle stanze non si incontrassero più dove avrebbero dovuto o ancora come gli paresse che i libri o le gambe delle sedie brillassero di luce propria.

Il titolo dell'opera di Huxley è a sua volta tratto da un verso dal poema di William Blake The Marriage of Heaven and Hell (Il Matrimonio del Cielo e dell'Inferno) che dice "If the doors of perception were cleansed, everything would appear to man as it is: infinite" ("Se le porte della percezione fossero sgombrate tutto apparirebbe all'uomo così come è: infinito") e secondo il documentario When You're Strange del 2009 fu proprio il verso di Blake a ispirare Morrison.

Poco dopo il cambio del nome i fratelli Jim e Rick Manczarek lasciarono il gruppo, seguiti da Pat Hansen. Al loro posto entro nella band Robby Krieger, formando così la lineup storica del gruppo.


La scelta del nome si rivelò sicuramente vincente; infatti ad oggi i Doors sono considerati tra i più grandi geni e innovatori della musica moderna, non solo per la qualità delle loro composizioni, ma anche per il loro atipico nome.