lunedì 27 maggio 2019

Myrath - Shehili

I tunisini Myrath sono una delle realtà più fresche e creative del panorama metal attuale sin dalla pubblicazione del loro primo album Hope del 2007. A maggio di quest'anno la band capitanata da Zaher Zorgati è tornata con un nuovo album intitolato Shehili che segue il precedente Legacy del 2016.

L'uscita dell'album è stata preceduta dalla pubblicazione del video del primo singolo Dance. E se il video di Believer di Legacy era ispirato a Prince of Persia, il nuovo video è ispirato al gioco da tavolo Tales of Arabian Nights e vede la band ricorrere alla stessa macchina del tempo di Believer per liberare la città di Samarcanda dalla dittatura del Sultano Omar e riportare nel mondo reale un ragazzino rimasto intrappolato in quel mondo fantastico. Dal punto di vista musicale Dance dà un primo assaggio di ciò che si troverà all'interno dell'LP: da un lato la band ripropone la propria mescolanza di power metal e suoni etnici della propria terra, ma questa volta perfeziona la formula, rinunciando a molte delle venature prog che contraddistinguevano Legacy e atterrando su un suono più semplice e di più facile ascolto, in cui le sonorità folk hanno un ruolo maggiore.

Contestualmente all'uscita dell'album è stato pubblicato il video del secondo singolo No Holding Back che prosegue nella narrazione del video precedente con la band su un vascello ad aiutare il bambino nella fuga dai messi del Sultano che lo vogliono imprigionare, il video termina con il gruppo che porta il Sultano nel mondo reale e lascia il dubbio se la storia si sia conclusa oppure no.


L'album è composto da dodici pezzi che si lasciano ascoltare divertendo e convincendo sotto ogni aspetto dal primo all'ultimo pezzo, regalando una mistura sonora dagli ottimi risultati. Trattandosi di un disco che rasenta la perfezione è difficile individuare brani migliori di altri; in ogni caso la parte migliore delle melodie sembra essere stata lasciata dalla band sapientemente nella seconda metà del disco in cui troviamo la bellissima Monster In My Closet che è forse quella in cui le sonorità si fanno più dure che altrove. Appena dopo si trova un altro pezzo di ottima fattura, quale la ballad Lili Twil in cui il cantante Zaher Zorgati dà sfoggio delle proprie doti canore più che altrove alternando il canto in stile arabo a quello più tradizionale con grande maestria. Sonorità simili si trovano anche in Darkness Arise, mentre momenti più melodici caratterizzano le ballad Stardust, più tradizionale, e Mersal ricchissima di suoni orientali e in cui Zorgati (così come nella già citata Lili Twil) canta parte delle strofe in arabo.

Il disco si chiude con la title track che aggiunge anche chitarre da flamenco e flauti al potente intreccio di power metal e musica araba in un capolavoro musicale che trascende generi e tradizioni. La versione giapponese dell'album è impreziosita, come spesso accade, dalla presenza di una bonus track quale una diversa versione di Monster In My Closet cantata in giapponese.

Se fino ad ora i Myrath avevano composto ottimi album senza mai sbagliarne uno, con Shihili superano sé stessi, realizzando il miglior disco della propria carriera musicale contraddistinta da un suono unico al mondo e incredibilmente ricco. Il panorama dell'oriental metal vede altre band che realizzano esperimenti simili a quelli dei Myrath (tra cui ad esempio gli israeliani Orphaned Land) ma il suono della band di Ez-Zahra è sicuramente il più vario e versatile e grazie a questo nuovo disco il quintetto si proietta a pieno titolo tra i migliori del pianeta, non solo nell'ambito dell'oriental metal, ma del metal di ogni genere.

sabato 18 maggio 2019

Giacomo Voli - Cremona, 17/5/2019

Data fissata in calendario già da più di un mese, appena dopo aver letto tra gli eventi di Giacomo Voli che il 18 maggio si sarebbe fermato a Cremona. Non sapevo dove fosse il Nelson Pub, per me è un po' fuori dal giro, ma imposto il navigatore e si parte tra il freddo e la pioggia di questo strano mese di presunta primavera.

Il locale è piccolo è raccolto, con un bellissimo soffitto a volta con mattoni a vista che trasuda il rock and roll delle cantine americane tanto che viene voglia di voltarsi per vedere se appoggiati al bancone a bere una birra non ci siano anche Jim Morrison e Ray Manzarek.

Prima che inizi il live Giacomo gira tra il pubblico che si fa sempre più numeroso, come se non fosse il vocalist della band metal più blasonata del nostro paese ma un amico che ha organizzato una festa e invitato un po' di altri amici. Il live inizia verso le 22:30; si parte con Don't Stop Me Now  dei Queen, si procede con Hold the Line dei Toto e Eye of the Tiger dei Survivor che lascia un po' sorpresi, non essendo uno di quei pezzi che di norma si ascoltano agli acustici, ma il Re Mida della musica che abbiamo davanti riesce alla grande ad trasformare in questo stile uno dei brani di AOR più iconici di sempre. Tra un pezzo e l'altro Giacomo condisce la musica con qualche racconto personale, spiegando perché è legato ai pezzi che esegue e proprio per Eye of the Tiger narra come il giro di chitarra così aggressivo lo abbia colpito fin da bambino.

Il nostro vocalist alterna tastiera e chitarra mentre esegue pezzi presi dal repertorio rock di ogni genere dagli anni 60 ad oggi, passando con disinvoltura dai Beatles agli U2 e dai Deep Purple a Gethsemane di Jesus Christ Superstar per la quale racconta di essere più legato alla versione di Ian Gillian che a quella più celebre di Ted Neeley

Vorrei un caffè e mi volto per vedere se riesco a chiamare il cameriere, ma il pubblico dietro di me è molto più nutrito di quanto avessi capito e forma una barriera umana. Ottimo! Questo grande talento che si sta esibendo merita un pubblico numeroso, e pazienza se il caffè dovrà aspettare. Anzi, il locale è talmente gremito che un ragazzo mi chiede se si può sedere in un posto vuoto al mio tavolo e ça va sans dire che la risposta sia positiva, perché il rock unisce, aggrega e un gesto di amicizia non si nega a nessuno.

Intanto sul palco Giacomo non sbaglia un colpo, l'esecuzione è perfetta sia musicalmente che vocalmente e ogni pezzo è condito con un po' di gusto personale del nostro Voli che adatta i brani all'acustico con grande maestria. Gli assoli vengono spesso sostituiti da vocalizzi, ed essendo Giacomo uno dei migliori vocalist del pianeta il risultato è sorprendente quanto interessante e viene da chiedersi se forse i pezzi non siano più belli così di come erano in origine.

Tra i pezzi in scaletta ne troviamo anche I Don't Want To Miss a Thing e Dream On degli Aerosmith e Black Hole Sun dei Soundgarden e Giacomo non può trattenere un ringraziamento a Steven Tyler e Chris Cornell per il loro contributo alla storia della musica e per le loro composizioni.

Circa mezzora dopo la mezzanotte il mixerista fa segno che c'è tempo solo per altri due pezzi. Peccato, dobbiamo rinunciare a Rock And Roll, il brano di Giacomo Voli di cui anche i Led Zeppelin hanno fatto una cover (...okay, forse non è proprio così, ma fa niente... o forse non era così fino a qualche anno fa e adesso sì).

Finito il concerto il pubblico ancora gremito non accenna ad allontanarsi ed attornia Giacomo per scambiare due parole o magari sentire qualche aneddoto da questo ragazzo che nonostante la giovane età ha esperienza da vendere.

Risaliamo in macchina, maltempo e freddo non se ne sono andati, ma ripartiamo con la consapevolezza che valeva la pena sfidare ogni goccia di pioggia per assistere al concerto di un grande artista, in una bellissima location e con un pubblico caldissimo che in questa serata non poteva mancare.

martedì 30 aprile 2019

Intervista a Sandro Di Pisa

Sandro Di Pisa è uno dei principali jazzisti del nostro paese e da decenni alterna l'attività di musicista a quella di divulgatore. Per parlare dei suoi ultimi dischi e della sua lunga carriera musicale, Di Pisa ha accettato la nostra proposta di un'intervista che pubblichiamo di seguito.

Ringraziamo Sandro Di Pisa per la sua cortesia e disponibilità.


125esima Strada: Ciao Sandro e grazie per il tempo che ci stai dedicando. Partiamo dal tuo nuovo album Tutto (da) solo, essendo tu un jazzista è strano che tu abbia deciso di fare un album di canzoni. Come è nato questo disco?

Sandro Di Pisa: L'estate scorsa ho avuto un'improvvisa esplosione creativa di tipo cantautorale che ha sorpreso anche me. Ero a casa per un periodo di convalescenza e quasi ogni mattina mi svegliavo con una nuova canzone in testa, praticamente quasi già completa di testo e musica. In pochissimo tempo ne realizzavo l'arrangiamento orchestrale, poi registravo e mixavo. Tutto senza l'aiuto di altri musicisti o produttori, come si può intuire dal titolo dell'album. Ci ho preso così tanto gusto che ho deciso di completare anche alcune mie idee giovanili che non si erano mai concretizzate, e arrivato a dodici brani ho sentito l'esigenza di pubblicare. Sentivo che dovevo farlo e subito, che dovevo assolutamente raccontarmi con queste canzoni. Ora capisco cosa intendono i critici quando parlano di "urgenza espressiva dell'artista".


125esima Strada: Il mio pezzo preferito del disco è Daunizzeuèi per via delle influenze da soft rock. Che storia c'è dietro a questo pezzo?

Sandro Di Pisa: L'idea di Daunizzeuei è la più antica di tutte: nasce quando ero un adolescente che cominciava a strimpellare la chitarra. A quei tempi ascoltavo anche gruppi e cantautori britannici, o della west coast americana, e mi divertivo a cantare scimmiottando le sonorità della lingua anglosassone. Ora ho rielaborato il testo in "finto inglese" e ho realizzato delle armonie più raffinate, mantenendo però quelle sonorità tipicamente "anni '70".


125esima Strada: Un paio di anni fa hai deciso di reinterpretare Jesus Christ Superstar sostituendo le chitarre alle voci. Come è nato il tuo Jesus Christ Superguitar?

Sandro Di Pisa: Anche Jesus Christ Superstar è una componente del mio DNA musicale primordiale. Da ragazzino per molti mesi non feci altro che ascoltare questa sublime opera rock, anche perché era l'unica audio cassetta che possedevo. Perciò ricordo a memoria ogni dettaglio delle orchestrazioni. Siccome mi piacciono le imprese folli e impossibili, ho trasferito integralmente l'opera sulle corde di una o di più chitarre, identificando ogni personaggio con uno strumento diverso: Gesù=chitarra jazz, Giuda=chitarra rock, Maddalena=chitarra classica, Apostoli=guitar synth e così via.


125esima Strada: Tu sei noto anche per il tuo canale YouTube e per la tua tecnica di divulgazione nota come Ri-didattica. Come ti è venuta l'idea di divulgare la teoria musicale in questo modo?

Sandro Di Pisa: Insegno da tanti anni - non solo chitarra moderna, ma anche armonia, teoria musicale e storia del jazz - e l'ho sempre fatto con la stessa passione e lo stesso approccio "umoristico" che metto quando faccio concerti dal vivo. Perciò è stato naturale ideare le "Canzoni che spiegano se stesse" che hanno avuto tanto successo in rete: un modo divertente e immediato per comprendere le strutture e gli stili musicali, che tra l'altro è diventato anche uno spettacolo live. Così ho teorizzato questa nuova disciplina, la "Ri-didattica musicale", che non significa solo didattica per ridere, ma anche nuova didattica. Col progetto, forse un po' folle e utopistico, di riscrivere in questa chiave tutta la storia e la teoria musicale.


125esima Strada: Come è nata la tua passione per il jazz?

Sandro Di Pisa: Nei primi anni '80, un concerto al mitico Capolinea di Milano. Un quartetto di bravissimi jazzisti afroamericani dei quali non saprei assolutamente dirti i nomi, perché ero lì quasi per caso e non sapevo ancora niente di jazz. Rimasi fulminato: capii la grande varietà e libertà creativa consentita dall'improvvisazione e dall'ascolto reciproco tra i suonatori. Dopo quella sera mi buttai a capofitto nel jazz e cominciai a studiare musica seriamente. Non ho più smesso.


125esima Strada: Il jazz ha molte sfaccettature e stili diversi, il tuo sembra essere vicino al cool jazz. Ti riconosci in questa definizione?

Sandro Di Pisa: Non amo molto le etichette applicate agli stili di musica, anche perché mi piace mischiarli. Potrei definirmi come un chitarrista traditional/swing/be-bop-/cool/latin/mediterranean/fusion... Comunque sì, se per cool intendi "rilassato", mi piace.


125esima Strada: Chi sono i musicisti che ti hanno influenzato di più durante la tua carriera?

Sandro Di Pisa: Come si fa a dirlo? Ci vorrebbero duecento pagine. Da ragazzo mi piaceva il prog-rock, soprattutto i Genesis. Ricordo anche il primo Pino Daniele, che per me è stato un anello di congiunzione tra la canzone pop e le sonorità jazz-blues. Poi tra i chitarristi jazz uno su tutti: Wes Montgomery. Ma anche tutti gli altri grandi del novecento, da Django Reinhardt a Jim Hall a Pat Metheny. E i grandi del jazz di ogni periodo e di ogni strumento, da Duke Ellington a Mingus, da Miles Davis a Bill Evans e mille altri. E le centinaia di musicisti con cui ho suonato. E Bach, Chopin, Rossini, Jobim, Frank Zappa, Stevie Wonder, Fred Buscaglione... Tutti quelli che ho ascoltato in qualche modo mi sono entrati dentro, per questo quando compongo o mentre improvviso ogni tanto ne cito qualcuno.

Perché no? Persino... Orietta Berti.


125esima Strada: E chi sono invece i tuoi preferiti di oggi?

Sandro Di Pisa: Devo ammettere che non saprei farti dei nomi. Più vado avanti, più ascolto cose sempre più antiche. Ci trovo dentro molte più novità.


125esima Strada: Il jazz oggi in Italia è relegato a una nicchia e sommerso da altri generi musicali più popolari. Quale pensi potrebbe essere una strategia per aumentarne la diffusione?

Sandro Di Pisa: Non solo in Italia, purtroppo. Il jazz è musica di nicchia, anche se io da anni tento di spiegare che non è poi così difficile capirlo, basterebbe avere un po' di cultura e di abitudine ad usare le orecchie. I media però ci spingono ad ascoltare la musica in modo sempre più superficiale e frettoloso, abbinandola quasi sempre a un video, il che ci fa perdere la magia di poterci immaginare quello che vogliamo mentre ascoltiamo.

Generi come il rap poi stanno abituando i giovanissimi a percepire la musica solo come "base", cioè come sottofondo ritmico a un testo e non come componente essenziale di una composizione. Anche gli mp3, lo streaming, la facilità di poter scaricare qualsiasi brano in qualsiasi momento sono cose che rischiano di banalizzare il momento dell'ascolto che, quando ero giovanissimo era un momento sacro: chiudersi in camera, accendere lo stereo hi-fi, mettere sul piatto il vinile faticosamente acquistato con la paghetta settimanale, adagiare la puntina sul primo solco (scccrrrscciach), leggere le note di copertina, ascoltare in religioso silenzio. E poi riascoltare il disco infinite volte fino a conoscerlo in ogni dettaglio.

Oggi invece i supporti per ascoltare sono virtuali, sta scomparendo persino il CD e il mercato della musica riprodotta sembra destinato a morire.

Eppure forse il jazz suonato dal vivo, proprio per la sua peculiarità di evento sempre diverso e irripetibile, potrebbe dar nuova linfa al mercato della musica riprodotta. La tecnologia attuale consente di registrare un concerto dal vivo e di ottenere in pochi minuti copie della registrazione da vendere al pubblico prima che esca dal locale. Gli acquirenti potranno ricevere un gradito ricordo della serata, magari insieme all'autografo o a un selfie con i musicisti . Oltretutto le improvvisazioni e il repertorio ogni sera cambiano per cui ogni registrazione assume il valore di un esemplare unico. In questo modo un po' più di gente potrebbe essere attratta ad ascoltare musica creativa dal vivo e un gruppo di jazz che suona spesso probabilmente venderebbe più dischi del vincitore del festival di Sanremo.

È un'idea, pensiamoci.

mercoledì 17 aprile 2019

Tin Idols - Jesus Christ Supernova

Nel 2013 gli hawaiani Tin Idols hanno realizzato la loro interpretazione personale dello storico musical Jesus Christ Superstar di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, il titolo di questa rivisitazione è Jesus Christ Supernova e così come nel titolo la superstar viene trasformata in una supernova, anche la musica all'interno dell'album subisce una trasformazione che la rende potente ed esplosiva trasformando l'opera di rock progressivo originale in una heavy metal.

L'album dei Tin Idols è composto ovviamente da tutte le ventisette tracce del celebre musical e già da Heaven On Their Minds, il primo pezzo dopo l'intro, si coglie come la batteria e la distorsione delle chitarre abbiano un ruolo molto maggiore rispetto al passato. Le melodie del brani vengono lasciate pressoché inalterate, anche se le linee vocali vengono adattate alle caratteristiche canore degli interpreti. Ad esempio in Superstar, il pezzo più noto dell'intera opera, Mark Kaleiwahea, che nell'opera ha il doppio ruolo di vocalist e chitarrista, che interpreta Giuda pone più attenzione sull'asprezza della sua interpretazione piuttosto che sull'estensione, come riscontrabile quando canta if you'd come today you would have reached a whole nation nel quale resta su note molto più basse rispetto ad altri interpreti che lo hanno ricevuto.

L'unica parte femminile, quella di Maria Maddalena, è affidata alla voce graffiante di Cathy Lowenberg che interpreta le più importanti ballad come Everything's Alright e Could We Start Again Please? dando un tocco blues che manca in tutte le altre versioni dell'opera. Che le note graffianti e il blues siano terreni in cui Cathy si muove bene non è certo una sorpresa, come riscontrabile anche nella sua cover di Piece of My Heart.

La parte di Gesù è interpretata da Mark Caldeira che si si distingue per pulizia di esecuzione e che non nasconde le impronte da heartland rock della propria provenienza musicale e che da sfoggio della propria ecletticità, del resto Caldeira sa passare con disinvoltura dalle cover di Bob Seger e quelle degli Iron Maiden. Proprio per queste sue capacità e per il contrasto che crea con gli altri interpreti sono particolarmente efficaci i duetti tra Caldeira e Cathy Lowenberg in What's the Buzz? e quello tra Caldeira e Kaleiwahea in Strange Things Mystifying

Anche le parti corali, come la già citata What's That Buzz? o The Last Supper si adattano bene al paradigma dell'heavy metal, con gli interpreti che eseguono le parti della folla e degli apostoli su queste basi più aggressive e veloci rispetto alle originali.

Jesus Christ Supernova non è che la prima opera di questo straordinario combo che da allora ha replicato l'esperimento numerose altre volte e con il medesimo successo; ad oggi hanno anche all'attivo una serie di compilation di canti natalizi interpretati con lo stesso stile e anche un tributo agli Osmonds. Il primo album del gruppo hawaiano è una delle più convincenti rielaborazioni dell'opera di Andrew Lloyd Webber e di Tim Rice che non solo offre un'esecuzione nuova dal punto di vista vocale, ma rielabora le basi come nessun'altro ha fatto prima. Questo album metterà tutti d'accordo, e già dal primo ascolto: i fan del metal, quelli del rock progressivo e di chiunque ami Jesus Christ Superstar.

lunedì 8 aprile 2019

Le colonne sonore della serie di Mission: Impossible

Il 1996 diede avvio alla serie cinematografica di Mission: Impossible grazie alla volontà di Tom Cruise, nella doppia veste di protagonista e produttore, che decise di realizzare per il grande schermo una nuova versione degli storici telefilm omonimi. Il primo telefilm che vedeva come protagonisti gli agenti della Impossible Mission Force fu trasmesso tra il 1966 e il 1973 e un remake fu prodotto tra il 1988 e 1990; il primo dei due telefilm ebbe in Italia il titolo di Missione Impossible, mentre il secondo venne intitolato Il Ritorno di Missione Impossibile.

Con la nascita del primo dei due telefilm venne lanciato anche il celebre tema musicale di Mission: Impossible del compositore e pianista Lalo Schifrin che fu utilizzato per tutte le serie dei telefilm e anche per i videogiochi ispirati alla serie.

Con l'uscita del primo film a metà degli anni 90 fu pubblicata la colonna sonora dello stesso con il titolo Music From And Inspired By The Motion Picture Mission: Impossible. Il disco conteneva la celebre rivisitazione del tema di Lalo Schifrin in chiave rock interpretata da Larry Muller e Adam Clayton degli U2 che quell'anno ebbe molto successo nelle classifiche e nei passaggi radiofonici e televisivi. Oltre al Theme from Mission: Impossible, in due versioni, l'album conteneva tre pezzi strumentali di Danny Elfman e dieci brani cantati tra cui Weak degli Skunk Anansie, Spying Glass dei Massive Attack e Headphones di Björk. Una nota sul retro di copertina chiarisce che dei quindici brani ben dieci non compaiono nel film e gli unici ad essere inclusi nel film sono il brano portante, i tre di Danny Elfman e Dreams dei Cranberries che però non è un pezzo a commento di una scena del film, ma un brano che viene trasmesso dagli altoparlanti del locale in cui i personaggi di Tom Cruise e Ving Rhames si incontrano alla fine. Di fatto, a parte le due incisioni di Clayton e Mullen e quelle di Danny Elfman, il disco è una compilation di pezzi completamente slegati dal film.


Contemporaneamente all'uscita della colonna sonora, fu pubblicato un secondo disco dal titolo Music From the Original Motion Picture Score Mission: Impossible che contiene le vere musiche del film scritte da Danny Elfman. In questo secondo disco non compaiono le tre tracce di Elfman incluse nella soundtrack, ma è invece presente un'altra rivisitazione del tema di Lalo Schifrin, questa volta ad opera proprio di Danny Elfman.

Il secondo film della serie uscì nel 2000 e anche nel caso del primo sequel venne pubblicata una colonna sonora dal titolo Music From and Inspired by Mission: Impossible 2. L'album contiene una raccolta di brani hard rock, metal e crossover tra cui spiccano sicuramente I Disappear dei Metallica e Take a Look Around dei Limp Bizkit che reinterpreta in chiave crossover la musica originale di Lalo Schifrin. Dei due brani furono anche girati altrettanti video ispirati alle atmosfere del film. In Take a Look Around vediamo infatti i Limp Bizkit interpretare degli agenti sotto copertura che lavorano come camerieri in un ristorante; mentre in I Disappear ciascun membro dei Metallica interpreta una scena simile a quella di film di azione del passato: Kirk Hammett viene rincorso da un aereo nel deserto come Cary Grant in Intrigo Internazionale, Jason Newsted cerca di scappare da centinaia di persone che vogliono ucciderlo all'interno di una villa come Jonathan Pryce nel film Brazil, James Hetfield guida una muscle car tra le colline di San Francisco come Steve McQueen in Bullitt (film le cui musiche furono composte proprio da Lalo Schifrin) e Lars Ulrich salta da un palazzo che sta per esplodere come Bruce Willis in Die Hard.

Il disco contiene altri pezzi di grande valore come la cover di Have a Cigar dei Pink Floyd interpretata dai Foo Fighters con Brian May, l'autocover di Mission di Chris Cornell, qui intitolata Mission 2000, e What U Lookin' At? di Uncle Kracker (che sul retro di copertina è indicato come Uncle Kracker produced by Kid Rock). Dell'album esistono varie versioni, infatti la versione europea contiene anche Iko-Iko delle Zap Mama; la versione giapponese include S.O.S. dei giapponesi Oblivion Dust e Iko-Iko; le verione australiana include Sucker degli australiani 28 Days, la rivisitazione del Theme From Mission: Impossible di Josh Abrahams e Iko-Iko; la versione per l'America Latina include Deslizándote del messicano Saúl Hernández e Iko-Iko; la versione brasiliana ha come unica bonus track Give my Bullet Back dei brasiliani Raimundos mentre la versione asiatica  contiene Afraid of What? del cinese Leon Lai e Iko-Iko.


Anche in questo caso il disco è una compilation che non ha alcun legame con il film. L'unico pezzo che si sente nelle scene dl film è Iko-Iko; per il resto i brani di Metallica e Limp Bizkit si sentono durante i titoli di coda, e tutti gli altri pezzi non compaiono nel film in alcun modo. Le vere musiche del film composte da Hans Zimmer sono state pubblicate in un secondo disco intitolato Music From the Original Motion Picture Score Mission: Impossible 2 che include anche Iko-Iko.

Il terzo capitolo di Mission: Impossible è uscito nel 2006 e le musiche strumentali del film composte da Michael Giacchino sono state pubblicate nel disco intitolato Mission: Impossible III – Music from the Original Motion Picture Soundtrack. Giacchino compose anche le musiche del quarto film Mission: Impossible - Ghost Protocol del 2011 che sono state pubblicate nell'album Music from the Motion Picture Mission: Impossible - Ghost Protocol.


Il quinto capitolo intitolato Mission: Impossible – Rogue Nation uscì nelle sale nel 2015 e anche in questo caso venne realizzato solo un disco strumentale che contiene le musiche di Joe Kraemer. Al momento il più recente film della serie è Mission: Impossible - Fallout del 2018 e anche in questo caso ne venne pubblicato solo un album strumentale intitolato Music from the Motion Picture Mission: Impossible - Fallout che raccoglie le musiche di Lorne Balfe.

Mission: Impossible è quindi una di quelle serie cinematografiche che meglio hanno saputo coniugare cinema e musica, unendo spesso ottime trame a ottimi sottofondi musicali. E anche se in qualche caso i produttori si sono presi qualche libertà nell'assemblare le compilation, queste colonne sonore sono entrate a pieno titolo nella storia della musica cinematografica.

lunedì 1 aprile 2019

Rhapsody of Fire - The Eighth Mountain

Con il nuovo The Eighth Mountain i Rhapsody of Fire affrontano la prima prova in studio con pezzi inediti con la rinnovata formazione che vede Giacomo Voli alla voce e il tedesco Manuel Lotter alla batteria; il disco segue la compilation Legendary Years del 2017 realizzata con questa lineup in cui il gruppo ha reinterpretato alcuni dei suoi classici del passato.

Il nuovo album è composto da dodici tracce in cui la band propone il proprio epic power metal distintivo, dando come sempre ampio spazio alle ricche e maestose melodie e alla voce del cantante. Rispetto a Conti e Lione, Giacomo Voli alza ulteriormente l'asticella raggiungendo vette interpretative di altissimo livello che si assestano al di sopra delle performance dei due pur bravissimi cantanti che lo hanno preceduto. Per questo nuovo album la band si avvale inoltre del contributo della Bulgarian National Symphony Orchestra che supporta il gruppo con la propria strumentazione e con il coro.

L'uscita dell'album è stata anticipata dalla pubblicazione del video di Rain of Fury che dà un assaggio di ciò che poi si troverà nel resto dell'LP con un pezzo ricco di metal melodico che mischia sapientemente atmosfere epiche con il suono moderno del power metal.

Trattandosi di un concept album che va ascoltato nella sua interezza, è difficile individuare parti migliori di altre; ciò non toglie che si possano trovare momenti più ricchi di componenti varie come Seven Heroic Deeds, il primo brano dopo l'intro, che vede la presenza massiccia del coro che introduce i ritornelli cantando il ponte in latino. I pezzi più melodici del disco si trovano nella parte centrale dell'LP, come White Wizard e Warrior Heart che si apre con il clavicembalo suonato da Alex Staropoli e il flauto suonato dal fratello Manuel che accompagnano senza altri strumenti la voce di Voli per tutta la prima strofa.

Tra i brani di spicco troviamo anche la bellissima e sontuosa The Courage to Forgive introdotta da un vocalizzo di un coro lirico di cui fanno parte anche lo stesso Voli e Chiara Tricarico dei Moonlight Haze. L'edizione giapponese dell'album è impreziosita dalla presenza di una bonus track: una seconda versione di Rain of Fury in cui Voli canta le strofe in giapponese, dando al pezzo un tocco di originalità.

Se con Legendary Years i Rhapsody of Fire hanno dimostrato che la nuova formazione era all'altezza di tutte le precedenti dal punto di vista tecnico, con questo nuovo album hanno confermato che la nuova lineup è perfettamente in grado di mantenere alti i fasti del gruppo metal più celebre del nostro paese anche nelle incisioni inedite.

The Eighth Mountain apre così la nuova fase della carriera dei Rhapsody of Fire e se queste sono le premesse possiamo essere sicuri che nonostante gli oltre due decenni di carriera alle spalle, la band ha ancora molte frecce al proprio arco e che sicuramente regalerà album di qualità altissima ancora per molti, molti anni.

martedì 26 marzo 2019

Muddy Waters - Electric Mud

Nel 1968 la Chess Records tentò lo strano esperimento di mischiare il blues delle origini con il rock psichedelico che in quel periodo viveva il suo momento di maggiore splendore. Uno dei risultati di questa sperimentazione è l'LP Electric Mud di Muddy Waters in cui il leggendario bluesman del Mississippi prova a contaminare il proprio sound con quello che in quegli anni Jimi Hendrix produceva nella capitale del Regno Unito.

Il disco è composto da otto tracce il cui risultato è, come è ben noto, ampiamente discutibile. L'abuso di wah-wah e fuzzbox non si coniuga al meglio con lo stile del blues di Muddy Waters e l'album nella sua interezza dà una sensazione di unione forzata tra cose diverse. Qualche momento da salvare comunque c'è, ad esempio la cover di I Just Want to Make Love to You più aggressiva delle versioni precedenti è particolarmente efficace; così come lo sono anche le autocover di I'm Your Hoochie Coochie Man e Mannish Boy. In generale la voce potente di Muddy Waters funziona bene su tutti i brani rendendo così Electric Mud un disco comunque interessante e che merita più di un ascolto.

Nonostante la critica lo accolse in modo non sempre positivo, il successo commerciale fu notevole e in ogni caso l'influenza che Electric Mud ebbe sulla musica che non può essere ignorato. Il bassista dei Led Zeppelin John Paul Jones affermò di aver preso spunto proprio da questo album per il celebre riff di Black Dog. Inoltre secondo quanto sostiene il giornalista musicale Gene Sculatti nel libro Lost in the Grooves: Scram's Capricious Guide to the Music You Missed la parte ritmica di Electric Mud fece da precursore a quella dell'hip hop.

Nonostante lo stesso Muddy Waters abbia affermato che Electric Mud non gli piaceva e che non lo considerava un disco di blues, non ignorò completamente i risultati dell'esperimento nei suoi dischi successivi. Parte di questo inedito sound fu infatti utilizzato anche nel successivo After The Rain, in cui però le sonorità psichedeliche sono meno invadenti e non coprono lo stile compositivo di Muddy Waters.

In sintesi Electric Mud è un disco interessante, sicuramente sperimentale, ma che contiene comunque spunti e momenti molto validi. Il lascito di Electric Mud si nota in tutto il blues rock dai primi anni 70 fino ad oggi, ma sopra ogni cosa questo atipico album mostra che anche gli esperimenti meno riusciti dei grandi musicisti lasciano una profonda impronta e contengono sempre qualcosa di buono che condiziona i decenni successivi.