lunedì 4 aprile 2022

La discografia solista di Melle Mel tra il 1982 e il 1985

Subito dopo la pubblicazione di The Message nel 1982 il gruppo di Grandmaster Flash & The Furious Five andò incontro a separazioni interne praticamente subito. Melle Mel, il principale vocalist dei Furious Five, uscì dal gruppo e iniziò la propria avventura solista pochi mesi dopo l'uscita di The Message con il primo singolo Message II (Survival), registrando quindi da solo il follow up del più grande successo del gruppo, insieme al turnista Duke Bootee. L'anno dopo seguì la celeberrima White Lines (Don't Don't Do It) realizzata dal solo Melle Mel nonostante il fatto che venne pubblicata con i nomi di Grandmaster & Melle Mel o Grandmaster Flash & Melle Mel anche se il DJ delle Barbados ovviamente non prese parte al progetto.

Melle Mel realizzò il primo album senza Grandmaster Flash nel 1984 e per l'occasione assemblò un nuovo sestetto di cui facevano parte Cowboy e Scorpio (anche nel ruolo di polistrumentista), provenienti dai Furious Five, a cui si aggiunsero King Lou, Kami Kaze e Tommy Gunn. Alle sessioni di registrazione parteciparono anche il turnista Clayton Savage e il DJ E.Z. Mike con il nome di Grandmaster E. Z. Mike. L'album si intitola Grandmaster Melle Mel and the Furious Five, anche se in alcuni mercati al di fuori degli USA è stato venduto come Work Party, con il titolo scritto sulla stessa copertina sopra alla foto del gruppo. Il disco è composto da nove tracce, di cui cinque propongono un hip hop da strada molto simile a quello di The Message. Tra i brani più tradizionali spicca un remix di White Lines, per il resto il disco spazia in altri generi di black music, passando dal funk di Hustlers Convention alle sonorità soul di Can't Keep Running' Away, At the Party e Yesterday, ballad che non avrebbe sfigurato in un disco della Motown.

Dopo l'uscita dell'album Melle Mel pubblicò tra il 1984 e il 1985 un corposo numero di singoli, accreditati con vari nomi diversi:
  • 1984:
    • Continuous White Lines (Remix) come Grandmaster Melle Mel and the Furious Five
    • Jesse come Grandmaster Melle Mel
    • Beat Street Breakdown (altresì noto come Beat Street e pubblicato in questo caso con la B-side Internationally Known) come Grandmaster Melle Mel and the Furious Five, dalla colonna sonora di Beat Street di Stan Lathan
    • Step Off  come Grandmaster Melle Mel and the Furious Five
    • We Don't Work for Free (tratto dall'album Grandmaster Melle Mel and the Furious Five) come Grandmaster Melle Mel and the Furious Five)
    • World War III / The Truth come Grandmaster Melle Mel and the Furious Five o come Grandmaster Melle Mel
  • 1985:
    • King Of the Streets come Grandmaster Melle Mel
    • Pump Me Up come Grandmaster Melle Mel and the Furious Five
    • Vice / World War III come Grandmaster Melle Mel
    • The Mega-Melle Mix (mix di Step Off, The Message, Beat Street, New York New York, World War III e It's Nasty) come Melle Mel
Nel 1985 uscì anche la raccolta Stepping Off a nome Grandmaster Melle Mel & The Furious Five che non contiene brani inediti ma una raccolta di tracce tratte dalla carriera solista di Melle Mell e di Grandmaster Flash and the Furious Five, aumentando così la confusione tra le discografie delle varie formazioni.

Dal 1985 e il 1987 Melle Mel non realizzò altre incisioni, fino alla reunion di Grandmaster Flash & The Furious Five con l'album On the Strength, ma la reunion durò poco e Melle Mel tornò con poco successo alla carriera solista. Nel 1988 partecipò al progetto Sun City contro l'apartheid promosso da Steven Van Zandt, nel 1989 pubblicò un nuovo album intitolato Piano come Grandmaster Melle Mel and the Furious Five e da allora le sue incisioni si fecero sempre più sporadiche e vennero pressoché ignorate dal pubblico.

Purtroppo in Italia Melle Mel è noto solo per The Message, White Lines e poco altro; tuttavia la sua discografia è molto più ricca e andrebbe riscoperta a partire proprio dal periodo compreso tra i due album del gruppo principale che è anche quello del suo maggiore splendore che di certo non si esaurisce ai singoli più noti.

lunedì 14 marzo 2022

La discografia degli Alice in Chains successiva alla reunion del 2008


Negli anni 90 gli Alice in Chains sono stati tra i gruppi più influenti della scena grunge, insieme ad altri quali i Pearl Jam (che sono gli unici che sfornano dischi nuovi con continuità ancora adesso) e i ben più iconici Nirvana. Dopo tre album e due EP pubblicati tra il 90 e il 95, la carriera degli Alice in Chains si interruppe e sembrò andare incontro a una fine definitiva dopo la morte del cantante e chitarrista Layne Staley per overdose di speedball il 5 aprile del 2002, esattamente nell'ottavo anniversario della morte di Kurt Cobain.

Anni dopo i membri rimanenti, Jerry Cantrell, Mike Inez e Sean Kinney riunirono la band con l'aggiunta di William DuVall, cantante e chitarrista dei Comes With the Fall, in sostituzione di Staley e con la nuova formazione tornarono anche in studio per la registrazione di nuovi album. Il primo di essi si intitola Black Gives Way to Blue ed è stato pubblicato nel 2009. L'album non si distacca minimamente dal modello originale della musica degli Alice in Chains e regala un capolavoro di grunge grezzo e diretto che sembra preso di peso dagli anni 90.

Il disco è composto da undici tracce, più una bonus track nella versione digitale venduta da iTunes, in cui DuVall sostituisce Staley principalmente alla chitarra, mentre le voci principali sono eseguite da Jerry Cantrell. La maggior parte dei pezzi sono graffianti ed energici, ma non mancano momenti più melodici come le ballad When The Sun Rose Again, Acid Bubble e Private Hell. DuVall esegue la voce principale solo in Last of My Kind. Chiude il disco la struggente ballad che dà il titolo all'LP dedicata al vocalist scomparso e che vede Elton John come ospite al pianoforte.

Il secondo album con la rinnovata formazione uscì nel 2013 con il titolo di The Devil Put Dinosaurs Here. L'atipica copertina mostra due teste di triceratopo incrociate, di cui una verde e una rossa; ma essendo il case del CD rosso, quando il libretto viene infilato nel case la testa rossa scompare e si vede solo quella verde. Nel disco la musica degli Alice in Chains inizia ad allontanarsi dal grunge per approdare a una commistione di alternative metal e di doom metal, con atmosfere molto più cupe che nei dischi precedenti.

Il sound è generalmente più oscuro, come in tracce come Pretty Done o Phantom Limb, in cui i due vocalist si alternano alla voce, a la ruggente Hollow dalle forti venature stoner rock che apre il disco. Anche in questo caso non mancano pezzi più leggeri come Voices o più intimistici come Breath On A Window. Dopo The Devil Put Dinosaurs Here la band rimase ferma tre anni fino a quando pubblicò la cover di Tears dei Rush per la riedizione del loro album 2112 che conteneva un disco extra con i pezzi dell'album originale interpretati da altri.

La band tornò in studio per un nuovo album nel 2018 quando pubblicò Rainier Fog che resta ad oggi la loro produzione più recente. Il disco, composto da dieci tracce, è un concept album che funge da colonna sonora del film di fantascienza Black Antenna uscito lo stesso album. Il film, diretto da Adam Mason, narra di due extraterrestri, padre e figlia interpretati da Paul Sloan e Viktoriya Dov, che arrivano in California e che devono, con mezzi poco leciti, costruire un'antenna per stabilire una comunicazione con il loro pianeta di provenienza; al contempo dovranno combattere contro degli avversari che vogliono ucciderli. Dal film è stata estratta anche una web series con gli episodi che fanno da videoclip delle canzoni del disco.

Dal punto di vista musicale l'album prosegue sulla atmosfere cupe da doom metal del disco precedente. Il disco vede una prevalenza di brani aggressivi, tra cui spiccano i quattro singoli The One You Know, So Far Under, Never Fade e la title track. Nel disco sono presenti solo due pezzi più leggeri, quali la ballad Fly e All I Am che chiude l'album e che chiude anche Black Antenna.

Dal 2018 la band non pubblica materiale nuovo, solo un album solista di Jerry Cantrell intitolato Brighten uscito nel 2021 ha interrotto il digiuno. I tre album usciti dopo la reunion dimostrano che gli Alice in Chains sono uno dei pochi gruppi che non risentono degli anni che passano, riuscendo a modernizzare la propria proposta musicale e a sopravvivere al decesso del proprio cantante. Al momento il gruppo di Seattle ha all'attivo sei album di altissimo livello nessuno dei quali sfigura nella discografia di questa straordinaria band; non resta quindi che aspettare che tornino in studio a registrare musica nuova nella speranza che Rainier Fog non sia il loro disco di commiato.

venerdì 4 marzo 2022

Intervista ad Annalisa Parisi

Offriamo di seguito ai nostri lettori un'intervista alla cantante jazz milanese Annalisa Parisi, che nel 2018 ha pubblicato un tributo al compositore Irving Berlin con l'album Blue Skies. Nell'intervista Annalisa, che ringraziamo per la sua cortesia e disponibilità, ci racconta qualcosa di sé e della sua passione per la musica jazz.




125esima Strada: Ciao Annalisa e anzitutto grazie per il tempo che ci stai dedicando. Raccontaci qualcosa di te, come e quando è nata la tua passione per la musica jazz?

Annalisa Parisi: Grazie a te, per aver scritto di me e del disco con parole così lusinghiere. La mia passione per il jazz è nata per caso e non è stato un amore a prima vista. Quindici anni fa circa, mi iscrissi a lezione di canto moderno in una scuola. Dopo poco, per praticare davvero, presi parte all'unico corso di musica d'insieme, senza sapere che si sarebbe suonato jazz. Lì cominciai ad incuriosirmi ma è stato lungo il tempo in cui ho percepito questo genere, di cui fino a quel momento ero stata a digiuno, come difficile da ascoltare e lontano dal mio sentire. La passione e' arrivata grazie all'incontro con Daniela Panetta e Cinzia Roncelli, due maestre meravigliose.


125esima Strada: Le tue incisioni si ispirano ai quartetti della West Coast degli anni 50, se non sbaglio a interpretare. Per quale motivo ami questo stile di jazz più degli altri, se così si può dire?

Annalisa Parisi: Non so bene cosa risponderti. È solo questione di pancia, mi appartiene di più. Non amo la musica spigolosa.


125esima Strada: Parliamo dei tuoi album e partiamo da Strings, in cui interpreti dei classici della musica pop nel tuo stile cool jazz. I brani sono molto eterogenei, come li hai scelti?

Annalisa Parisi: Durante il lockdown dell'anno scorso, il bravissimo fonico Vins de Leo, ha avuto l'idea di invitare nel suo studio piccoli ensemble per registrare dei mini live che, senza alcun ritocco, sarebbero stati trasmessi su YouTube. Avevamo poco tempo a disposizione e poche occasioni per provare, per via della situazione. Così ho scelto di presentarmi con una formazione particolare ma con la quale, anni fa, avevamo già imbastito un progetto sui Beatles. Tra quei brani e altri che avevo in repertorio con Andrea Rotoli, abbiamo scelto quelli nei quali l'intesa tra noi era massima e che avrebbero potuto mantenere viva l'attenzione dell'ascoltatore.


125esima Strada:
Invece in Blue Skies reinterpreti degli standard di Irving Berlin, sempre con un tocco di originalità. Cosa ti lega a Berlin che ti ha portato a questa scelta?

Annalisa Parisi: Nel mio percorso ho affrontato percorsi monografici dedicati allo studio del repertorio dei grandi compositori della storia del jazz. I brani di Berlin mi hanno sin da subito rapita; la musica e le parole mi fanno viaggiare con la fantasia e quando li interpreto mi ritrovo dentro alle situazioni che vengono raccontate. Un po' come quando Mary Poppins entra nel dipinto e diventa protagonista della scena. In Change partners, Always, I used to be color blind, When I lost you... vivo davvero la sensazione dell'attesa, la tristezza, lo stupore, la gioia e spero di riuscire a trasmetterlo.


125esima Strada: Molti dei brani di Berlin hanno le loro più celebri interpretazioni in quelle di Ella Fitzgerald. Com'è confrontarsi con una leggenda di tale portata? Ti ispiri a lei nel tuo canto?

Annalisa Parisi: Meglio non pensare al confronto, sono già abbastanza ansiosa :-) Lei è pazzesca e inarrivabile. Per un anno circa, durante gli spostamenti in macchina, ho ascoltato lei, solo lei.


125esima Strada: Oltre a Ella chi sono le cantanti del passato o del presente che ti hanno più influenzata?

Annalisa Parisi: In primis Carmen McRae con la sua voce così comunicativa e un timbro dalle infinite sfumature. Poi Shirley Horn, Nina Simone, Natalie Cole, Diana Krall. Molti gli uomini: Chet Baker, Nat King Cole, Tony Bennett, Mel Tormé, Kurt Elling.


125esima Strada: Oltre al jazz quali altri generi musicali e quali altri artisti ti piacciono?

Annalisa Parisi: Mi piace la musica rock e la musica leggera. Ho amato e amo i Queen, The Beatles, Pino Daniele, Enzo Jannacci, Niccolò Fabi...


125esima Strada: Cosa hai in programma per il tuo futuro dal punto di vista discografico?

Annalisa Parisi: Per ora non ho le idee chiare. Marzo sarà un mese denso di concerti e nel repertorio del quartetto inseriremo qualche brano nuovo. Chissà che non ci venga qualche idea...

venerdì 25 febbraio 2022

Rhapsody of Fire - Glory For Salvation


A tre anni da The Eighth Mountain tornano i Rhapsody of Fire per il secondo album con la rinnovata formazione che vede Giacomo Voli, fresco vincitore di All Together Now su Canale 5, alla voce e Alessandro Sala al basso; la band si arricchisce anche della new entry Paolo Marchesich alla batteria in sostituzione di Manu Lotter che era entrato nei Rhapsody nel 2016 in concomitanza con Voli. Il nuovo album, pubblicato alla fine del 2021, si intitola Glory For Salvation ed è composto di tredici tracce che ripropongono la formula vincente del gruppo il cui suono basa la propria forza sulle melodie composte da Roberto De Micheli e Alex Staropoli, dalla voce e dalla forza interpretativa di Voli e dai potenti cori che spesso lo accompagnano con seconde voci e controcanti. Il disco è il secondo capitolo della Nephilim Empire Saga che narra di creature nate dalla mescolanza tra uomini e angeli che hanno poteri speciali tra cui quello di riportare in vita i defunti, il protagonista della storia in questo capitolo dovrà superare una serie di sfide per tornare alla vita sulla Terra.

Rispetto all'album precedente il suono di Glory For Salvation è generalmente più patinato e di più facile impatto sull'ascoltatore come confermato dal fatto che il disco parte subito con un pezzo potente e accattivante, intitolato Son of Vengeance, rinunciando alle intro che hanno sempre caratterizzato gli album dei Rhapsody of Fire da Legendary Tales del 1997. Inoltre rispetto al passato i cori hanno un ruolo più importante, tanto che le formazioni corali che partecipano al disco sono due: uno definito epic choir e uno operistico, con Giacomo Voli a rinforzare le fila di entrambi.

Come tutti gli album della band anche la loro nuova opera è un concept album che deve essere ascoltato nella sua interezza, si notano in ogni caso momenti che spiccano rispetto al resto come Abyss Of Pain II, che segue Abyss Of Pain che faceva da intro in The Eighth Mountain, brano epico di quasi undici minuti in cui si trova una sorta di compendio della musica dei Rhapsody of Fire con cori potenti, sonorità epiche e divagazioni canore di Giacomo che si lancia in un growl e che canta parte del pezzo anche in italiano. Subito dopo si trova un'altra traccia di spicco con Infinitae Gloriae cantata da Giacomo in inglese, latino e italiano. Gli esperimenti locali non finiscono qui, Giacomo si cimenta infatti in un breve growl anche in Chains of Destiny (uno dei brani più incalzanti del disco che compare come bonus track in giapponese nell'edizione stampata in Giappone del CD) mostrando così in questo album un lato finora inedito delle sue capacità canore. Tra i brani migliori si trova anche la bellissima Terial the Hawk, aperta dall'intro Eternal Snow, che grazie ai flauti suonati da Manuel Staropoli e le uilleann pipes di Giovanni Davoli evoca atmosfere folk e nordiche che ricordano le incisioni più recenti dei Nightwish.

Il disco contiene un'unica ballad intitolata Magic Signs le cui atmosfere magniloquenti si estendono per tre brani perché, oltre alla versione principale, è cantata anche in italiano e in spagnolo con i titoli Un'Ode per l'Eroe e La Esencia de un Rey.

L'ascolto di Glory for Salvation scorre via senza intoppi, perché l'album non contiene momenti deboli e si lascia apprezzare dall'inizio alla fine, al punto che arrivati al termine dell'ultima traccia si ha subito voglia di premere di nuovo play per cogliere nuovi aspetti di questa composizione. Questo nuovo album, il tredicesimo, mostra la band in grande forma e all'apice della sua creatività e che trova sempre nuova freschezza compositiva grazie anche ai nuovi elementi che portano il proprio contributo. Non resta che sperare che dopo due anni di pandemia la band riesca finalmente a portare presto dal vivo la loro ultima fatica in studio, perché il suono potente di questo nuovo album sarà sicuramente detonante anche sul palco.

mercoledì 16 febbraio 2022

La morte di Keith Flint

La mattina del 4 marzo del 2019 la polizia della contea dell'Essex, nell'Inghilterra orientale, venne chiamata da un dipendente del proprietario di una villa del quindicesimo secolo che aveva trovato il proprio datore di lavoro morto in casa. La polizia intervenne e trovò l'uomo impiccato, vittima evidentemente di un suicidio. Il proprietario suicida della villa era il quarantanovenne vocalist dei Prodigy Keith Flint, che negli anni 90 aveva goduto di notevole fama grazie al successo di brani quali Firestarter e Breathe che al tempo avevano molto airplay su MTV.


Flint aveva passato gli ultimi giorni della sua vita in apparente serenità. Sabato mattina, due giorni prima di essere trovato senza vita, aveva partecipato alla Chelmsford Central Parkrun, corsa amatoriale che si tiene ogni sabato al parco di Chelmsford, capitale della contea, su una distanza di cinque chilometri. Il cantante finì la competizione in ventidue minuti e ventuno secondi, stabilendo il proprio record personale. Dopo la corsa, pranzò con il suo personal trainer al Galvin Green Man di Chelmsford dove sembrava essere felice della sua forma fisica e dove scherzò anche con una famiglia seduta a mangiare vicino a loro, dopo che uno dei bambini fece cadere a terra una forchetta. Keith riservò qualche battuta anche al fotografo che lo aveva seguito nel locale a cui disse di voler essere ancora the firestarter, scherzando sul fatto di essere seduto vicino a un camino spento. Il giorno successivo, il cantante fu visto in un altro locale di Chelmsford, The Compasses, a bere senza dare particolari segni di stress o depressione.

Il giorno seguente, lunedì 4 marzo, la polizia trovò Flint morto impiccato nella sua villa nella periferia di Dunmow. Da subito gli inquirenti esclusero che si trattasse di omicidio, perché non c'erano segni di scasso, lotta o null'altro che facesse pensare a un atto criminale. La band confermò subito su Twitter il decesso del loro vocalist e il DJ Liam Howlett, con un drammatico post su Instagram, chiarì subito che il gruppo non aveva dubbi sul fatto che Keith si fosse tolto la vita. Del resto che Flint soffrisse di depressione non era una novità; nei primi anni duemila, dopo che la band non riuscì a replicare il successo di The Fat of the Land e dopo un tentativo fallimentare di disco solista, contrariamente ai buoni risultati ottenuti in solitaria dall'altro vocalist Maxim, Keith sviluppò una grave dipendenza da alcol e medicinali. Dipendenza da cui riuscì a liberarsi solo grazie al contributo della moglie, la DJ giapponese Mayumi Kai (nota con lo pseudonimo DJ Gedo Super Mega Bitch), sposata nel 2006.


Tuttavia il matrimonio tra i due era fallito alla fine del 2018 e nonostante sembrasse sereno e allegro all'esterno, Keith Flint stava attraversando un periodo difficile. Mayumi pochi mesi prima della morte del cantante aveva lasciato la casa nell'Essex, che Flint aveva comprato nel 1997 all'apice del suo successo. Nel febbraio del 2019 i due avevano messo in vendita la casa e Keith aveva contattato la moglie per provare a riconciliarsi con lei e a convincerla a rinunciare alla vendita della casa, ma la donna che si era trasferita di nuovo in Giappone fu inamovibile. Curiosamente l'omonimia causò problemi ad un altra DJ di nome Mayumi Kai che dovette chiarire sui social network di non essere la moglie di Keith Flint. Quelli coniugali non erano gli unici problemi che lo affliggevano, perché Keith al momento della morte aveva oltre sette milioni di sterline di debiti e la catena di pub di cui era proprietario era in negativo di cinquecentomila sterline. La delusione, la tristezza, e probabilmente la consapevolezza che non sarebbe mai tornato al successo di metà anni 90, portarono Keith a ricadere nelle proprie dipendenze; infatti l'autopsia stabilì che il cantante aveva in corpo alcol, cocaina e codeina al momento del decesso.

All'inchiesta tenutasi l'8 maggio 20019, il coroner comunicò le proprie conclusioni, secondo cui la causa della morte poteva essere il suicidio o un incidente domestico e che sarebbe stato impossibile arrivare a una conclusione definitiva. Purtroppo i fatti più recenti e il parere di Liam fanno propendere per la peggiore delle due ipotesi: Keith Flint è rimasto vittima della propria depressione e dei problemi che stava affrontando.



Fonti:

giovedì 3 febbraio 2022

Intervista a Giacomo Voli

Per commentare il recente successo all'edizione 2021 di All Together Now su Canale 5 e per parlare del nuovo album dei Rhapsody of Fire, Glory for Salvation, il vocalist della band Giacomo Voli ha accettato la nostra proposta di un'intervista che offriamo di seguito al nostri lettori.

Ringraziamo Giacomo per la sua cortesia e disponibilità.


martedì 25 gennaio 2022

Chi è la vocalist di Man in the Rain di Mike Oldfield?


Nel 1998 il compositore britannico Mike Oldfield pubblicò il terzo volume della serie Tubular Bells che conteneva tra le altre tracce il brano Man in the Rain, basato in modo molto evidente su Moonlight Shadow di cui è quasi un'autocover. Purtroppo su chi sia la vocalist che dà la voce al brano permane da allora molta confusione, i nomi che vengono proposti sono due: Cara Dillon e Pepsi DeMacque, ma le due vengono spesso scambiate.

Come si può facilmente riscontrare dal booklet dell'album, la vocalist che ha inciso la traccia in studio è l'irlandese Cara Dillon il cui nome compare come Cara from Polar Star in quanto al tempo la cantante faceva parte del duo Polar Star insieme a Sam Lakeman. Tuttavia la cantante non fu disponibile per le esibizioni dal vivo e venne sostituita da Helen "Pepsi" DeMacque, al tempo nota per aver fatto parte del duo Pepsi & Shirlie e per essere stata una corista degli Wham. Pepsi interpretò Man in the Rain al concerto di presentazione dell'album al Horse Guards Parade di Londra il 4 settembre del 98, nella tournée Then & Now svoltasi tra giungo e luglio del 1999 e al concerto The Art in Heaven Concert che si è tenuto nella notte tra il 31 dicembre 1999 e l'1 gennaio 2000 a Berlino.

In questo periodo, compreso tra la fine del 1998 e il 2000, Oldfield fu invitato dalla televisione tedesca al Golden Europe Award del 1999, dove fu insignito del premio Lifetime Award International, a interpretare Man in the Rain con Pepsi DeMacque, ma l'esibizione fu in playback e Pepsi fece quindi lip-sync sul cantato di Cara Dillon registrato in studio. Essendo questo il video più celebre del brano, di cui non esiste un videoclip ufficiale, ed essendo la canzone esattamente uguale a come suona dal disco, molti sono stati negli anni portati a pensare che la voce registrata in studio sia quella di Pepsi DeMacque. In ogni caso basta ascoltare una delle esibizioni dal vivo di Pepsi, che nel sopracitato concerto di Londra cantò anche Moonlight Shadow, per verificare che le due vocalist hanno voci completamente diverse: acuta e cristallina quella di Cara, potente e profonda quella di Pepsi.

Ad aumentare la confusione su chi sia l'interprete di Man in the Rain, talvolta viene riportato un terzo nome: quello di Heather Burnett. Anche in questo caso però il booklet chiarisce quale fu il ruolo di Heather perché il suo nome compare come additional vocals, cioè fece da corista a Cara Dillon.


Nel periodo della collaborazione tra Pepsi DeMacque e Mike Oldfield, la cantante partecipò anche alla realizzazione dell'album The Millennium Bell prestando la voce a tre tracce.

L'equivoco è stato quindi causato da una registrazione in playback, oggi molti ancora riportano il nome di Pepsi DeMacque come quello della voce solista di Man in the Rain, ma si tratta di un evidente errore: l'unica ad averla registrata in studio fu Cara Dillon.