martedì 9 luglio 2019

L'omicidio di Big L

Il mondo della musica hip-hop è spesso funestato dalle morti premature, e spesso violente, dei suoi rappresentanti più noti. Dopo Tupac e Notorious B.I.G., ma prima che questa assurda lista proseguisse con Jam Master Jay e molti altri, anche il rapper newyorkese Big L morì in circostanze mai chiarite sotto i colpi sparati da un anonimo aggressore.


Il vero nome di Big L era Lamont Coleman, ed era nato ad Harlem nel 1974. Il suo primo album intitolato Lifestylez ov da Poor & Dangerous era stato pubblicato nel 1995, il secondo sarebbe uscito nel 2000 con il titolo di The Big Picture, ma Coleman non fece in tempo a vederlo pubblicato perché il 15 febbraio del 1999 fu freddato da nove colpi di pistola alla testa e al tronco sparatigli da un auto in corsa a un solo isolato dalla casa dove viveva con la madre.

La sera prima la donna, dopo essere tornata dal lavoro, chiese al figlio di andare a comprare dei dolci per poter festeggiare insieme San Valentino. Il rapper uscì per andare a un negozio all'angolo a comprare per la madre degli snack alle arachidi e al cioccolato, e dopo averli portati in casa uscì di nuovo. La madre non lo vide mai più in vita, in quanto andò a dormire prima che il figlio tornasse e quando il giorno dopo tornò dal lavoro non lo trovò a casa. Non sapremo mai, pertanto, da dove stesse tornando Big L dopo le otto di sera e quanto tempo stette fuori casa quando fu ucciso davanti al complesso residenziale noto come Savoy Park al numero 45 di West 139th Street, ad Harlem.

Tutte le ricostruzioni giornalistiche che si trovano in rete parlano di drive-by shooting, ma in realtà non ci sono testimoni oculari dell'accaduto. La prima testimonianza oculare della morte di Big L è quella del rapper Showbiz del duo Showbiz & A.G. che si stava allontanando da New York per il compleanno della fidanzata quando fu raggiunto da una telefonata che lo informava della morte di Big L. Showbiz arrivò sulla scena poco dopo, e vide l'amico e collega steso a terra senza vita. La polizia fu avvisata da una telefonata anonima e arrivò sul luogo della sparatoria alle 20:30 e non potè che constatare che Big L era dead on arrival.

Tre mesi dopo, la polizia arrestò il ventinovenne Gerard Woodley in relazione alla morte del rapper. Tra l'altro i due erano amici di lunga data ed esiste anche una foto che li ritrae insieme. Secondo una portavoce della polizia di New York, Woodley, che era già stato arrestato per due casi di omicidio nel 1990 e nel 1996 senza mai venir condannato, potrebbe aver agito per vendicarsi contro il fratello di Big L, Leroy Phinazee detto Big Lee, che nel 1999 si trovava in carcere, forse per un debito mai pagato. Tuttavia Woodley fu rilasciato poco dopo per assenza di prove e ad oggi l'omicidio resta insoluto.

Big L è il primo a sinistra, Woodley è il primo a destra.

A complicare il mistero già sufficientemente fitto sulla morte di Big L, nel 2002 anche Phinazee fu ucciso da colpi di arma da fuoco sparati da un aggressore mai identificato nello stesso quartiere in cui fu ucciso il fratello. Nonostante non ci siano collegamenti evidenti tra i due omicidi, la madre dei due sostiene che Leroy sia stato ucciso perché stava indagando privatamente sulla morte di Big L.

Incredibilmente la scia di morti sospette in questo strano caso è proseguita nel 2016, quando anche Gerard Woodley rimase ucciso in una sparatoria davanti al numero 106 di West 139th Street, la stessa strada in cui morì Big L, il 23 di giugno poco dopo le 23. La polizia fu chiamata dai vicini che sentirono tre spari in rapida successione, Woodley fu portato all'ospedale dove morì poco dopo. Essendo comunque passati diciassette anni tra i due eventi, gli inquirenti ritengono che non ci siano legami tra la morte di Woodley e quella di Big L.

Purtroppo la famiglia di Big L è stata colpita da un'altra morte violenta il 24 giugno del 2019, quando anche il nipote di Big L, che come il padre si chiamava Leroy Phinazee  fu ucciso in una sparatoria mentre usciva da un negozio di alimentari all'incrocio tra 137th Street e Lexington Avenue. L'uomo, che aveva ventinove anni, fu raggiunto da due proiettili: uno alla spalla e uno al collo. L'assassino lo aveva seguito e lo stava aspettando fuori dal negozio. Anche in questo caso l'omicidio non è legato a quello del rapper, ma più probabilmente a un altro omicidio simile avvenuto la settimana prima nel quartiere di Inwood (a nord di Manhattan) in cui un uomo fu ucciso in circostanze simili al giovane Phinazee.

A seguito della sua prematura scomparsa, la discografia di Big L si è sviluppata ovviamente solo dopo la sua morte, con altri tre album postumi oltre a The Big Picture e varie compilation che contengono versioni nuove di pezzi presenti sugli album e registrazioni con le crew dei D.I.T.C. e dei Children of the Corn.

Nonostante la sua vita molto breve, Big L è considerato uno dei pionieri e dei fondatori dell'horrorcore, genere che mischia immaginario horror e musica hip-hop e che vede tra i suoi esponenti più importanti gruppi come gli Insane Clown Posse e i Mobb Deep. Big L si aggiunge alla lunga e desolante fila di artisti rap morti troppo presto, e anche in questo caso non sapremo mai quali successi avrebbe raggiunto se avesse avuto il lusso di vivere più a lungo.

lunedì 1 luglio 2019

Marko Hietala - Mustan Sydämen Rovio

Il 2019 vede l'esordio discografico da solista del bassista dei Nightwish Marko Hietala. La band finlandese è nota soprattutto per le straordinarie doti canore delle tre vocalist che si sono avvicendate come frontwoman, ma non va dimenticato che Hietala esegue tutte le voci maschili ed i cori sin da Century Child del 2002 ed è quindi l'unico e vero quarto cantante della band.

L'album solista di Hietala si intitola Mustan Sydämen Rovio ed è composto da dieci tracce cantate interamente in finlandese, aspetto che dona un tocco particolare al disco che manca alle incisioni dei Nightwish. Inoltre la musica solista di Marko si distanza notevolmente dal metal della band per assestarsi su un hard rock ricco di spunti diversi ma lontanissimo dal lirismo dei Nightwish.

L'album parte fortissimo con l'energica e maestosa Kiviä in cui Hietala dà subito una forte prova delle qualità della sua voce. Subito dopo troviamo Isäni ääni, la prima delle sei ballad del disco che rallenta i ritmi. Con la terza traccia Tähti, hiekka ja varjo troviamo marcate suggestioni elettroniche da AOR ottantiano che donano sonorità patinate molto lontane dal suono delle due tracce di apertura, ma che ritroveremo in abbondanza in altri pezzi. Sulle stesse atmosfere troviamo ad esempio Vapauden kuolinmarssi e la ballad Laulu sinulle. Come anticipato il disco è ricco di ballad e oltre a quelle già menzionate troviamo l'onirica Minä olen tie e Unelmoin öisin oltre a Kuolleiden jumalten poik che alterna strofe leggere a ritornelli più pesanti.

Completano il disco due pezzi dal sapore folk quali la grintosa Juoksen rautateitä e la ballad Totuus vapauttaa che chiude il disco.

Il primo album di Marko Hietala è in sintesi un ottimo disco che convince e intrattiene dal primo all'ultimo pezzo, ricco di contaminazioni diverse e che stupisce per quanto Hietala si sia allontanato da quanto fatto in passato. Mustan Sydämen Rovio piacerà ai fan dei Nightwish ma anche ai rocker di ogni genere e centra perfettamente l'obiettivo dei dischi solisti, cioè quello di dar modo ai musicisti di esprimersi anche in stili diversi da quelli delle loro band.

venerdì 21 giugno 2019

Pubblicata una registrazione inedita di Freddie Mercury? Non proprio.

Da alcuni giorni si legge sulle maggiori testate che sarebbe stata pubblicata una traccia inedita di Freddie Mercury intitolata Time Waits for No One. In realtà le informazioni su di essa sono moto confuse e spesso errate, proviamo quindi a chiarire cosa è stato pubblicato e perché non si tratta di una registrazione inedita.

Anzitutto la traccia è una versione nuova di quella pubblicata con il titolo Time nel concept album (e colonna sonora del musical omonimo) dallo stesso titolo di David Clark del 1986. Come spiegato dallo stesso David Clark alla BBC in occasione della pubblicazione della nuova versione, quando registrarono Time negli studi di Abbey Road Freddie registrò dapprima la propria linea vocale accompagnato solo dal piano suonato da Mike Moran. Alla prima registrazione furono poi sommate altre 48 tracce vocali per arrivare alla fine alla sovrapposizione di 96 tracce tra quelle vocali e quelle strumentali che compongono la versione presente sull'album. Anni dopo Clark chiese agli ingegneri che lavorano con lui di trovare la registrazione originale di Mercury, ma non essendo possibile trovarla dovettero isolarla partendo dalla registrazione che finì nel disco. Solo nel 2017 riuscirono finalmente a isolare la registrazione originale composta da piano e voce.

Contrariamente da quanto si legge in rete (anche su siti autorevoli come la stessa BBC) Mike Moran non ha registrato di nuovo la propria parte al piano, ma quella che accompagna Freddie nella traccia da poco pubblicata è proprio la registrazione originale del 1986.

Anche il video nuovo pubblicato insieme all'audio è stato ottenuto isolando l'immagine di Freddie Mercury dal video originale e spesso stringendo le inquadrature su di lui anziché riprendere il coro e la scenografia come nella versione originale.


Time Waits for No One non può quindi essere considerata una registrazione inedita, ma una nuova versione di un pezzo già edito a cui sono state tolte delle parti. Questa nuova versione è comunque un capolavoro al pari di quella edita in passato e valorizza la voce di Freddie come forse la versione originale non faceva.

Inedita o no, resta comunque una perla di musica la cui riscoperta è in ogni caso molto preziosa.

giovedì 20 giugno 2019

Def Leppard + Whitesnake - Assago, 19/6/2019

Tra i miei gruppi preferiti che non avevo mai visto dal vivo ce n'era uno che occupava un posto particolare, perché il desiderio di vedere un live del leopardo sordo guidato da Joe Elliot era veramente molto alto. E quindi appena uscito il calendario dei concerti del 2019 è partito l'assalto alla pagina web di TicketOne per assicurarsi un posto nel parterre, quello dove fa caldo e non c'è neanche un centimetro per respirare, ma da dove il concerto si vive appieno vicino al palco. La locandina riportava che ci sarebbero stati anche i Whitesnake come very special guest perché ovviamente non si tratta di un gruppo di apertura e quindi il concerto in realtà ha un doppio headliner.

Causa un incidente in tangenziale il percorso che ci conduce al Forum è particolarmente impervio tra la periferia milanese più degradata, ma poco male: arriviamo in anticipo e senza fretta. Appena entriamo ci troviamo immersi nella folla che quando alle otto precise vede i Whitesnake aprire lo spettacolo è già accalcata per accogliere i propri idoli. La band di Coverdale parte fortissimo con Bad Boys dal loro album più famoso e prosegue subito dopo con Slide It In, per poi procedere attingendo principalmente dai loro album della fase hair metal.

Coverdale esegue quasi tutta la sua performance sulla parte di palco che si estende in mezzo al pubblico, stando quindi vicino ai fan e lontano dal resto della band. Nonostante gli anni che passano il vocalist tiene la scena alla grande, e la sua voce trova riposo solo dopo mezz'ora quando i due chitarristi Reb Beach e Joel Hoekstra si cimentano in un guitar duel e quando poco dopo Tommy Aldridge regala un assolo di batteria, dapprima con le bacchette e poi a mani nude. La band esegue solo due pezzi dall'ultimo album Flesh & Blood, quali Shut Up & Kiss Me e Hey You, e tiene sapientemente le ballad come Is This Love e Here I Go Again per la chiusura dello show.

Quando Coverdale presenta la band il pubblico esulta per il nostrano Michele Luppi alle tastiere, e anche quando il sestetto saluta il pubblico prima di lasciare il palco ai Def Leppard la folla scandisce ancora il nome di Michele a rimarcare che l'eccellenza italiana va apprezzata e sostenuta.

Dopo un'ora sembra di aver appena assistito a un concerto fantastico, ma forse non sappiamo che ciò che sta per arrivare sarà ancora meglio. Perché se i Whitesnake sono grandiosi, i Def Leppard sono di un altro pianeta.

Il gruppo di Elliot parte subito con due grandi classici come Rocket e Animal e il tuffo nel passato prosegue con Let It Go e When Love and Hate Collide. Anche i Def Leppard si concentrano principalmente sulla fase AOR della loro carriera eseguendo ben sei pezzi da Hysteria e tre da High 'n' Dry.

La performance della band è stellare dall'inizio alla fine, con i quattro musicisti che non sbagliano un colpo nelle musiche e nei cori, e con le inquadrature sui maxischermi che indugiano spesso sull'eroico batterista Rick Allen che viene accolto da applausi ogni volta che appare sui video.

Joe Elliot coinvolge il pubblico tantissimo, invitandolo a cantare con lui e a eseguire i cori, tanto che non sembra di essere il pubblico che assiste a uno spettacolo, ma parte dello spettacolo stesso. La band è semplicemente perfetta per tutte le quasi due ore del concerto in cui il meglio del proprio repertorio più la cover di Rock On di David Essex e uno snippet di "Heroes" di David Bowie all'interno di Hysteria (e qualcuno accanto a noi commenta che il pezzo del Duca Bianco è talmente inflazionato che una cover di "Heroes" l'ha fatta anche mia nonna).

L'energia della musica si ferma solo per Two Steps Behind eseguita in acustico, per la quale anche Elliot imbraccia la chitarra. Il concerto termina con Pour Some Sugar on Me, Rock of Ages e Photograph e al termine dell'encore il pubblico applaude unanime la band che saluta Milano dopo un concerto strepitoso.

Mentre usciamo dal Forum e ci infiliamo nel trafficatissimo parcheggio riflettiamo sul fatto che i Def Leppard sono stati davvero fenomenali: suono pulito e potente e coinvolgenti come nessun altro. Magari qualche pezzo dal primo album On Through the Night (quello dal suono un po' più metallico degli altri) ci sarebbe stato bene, ma va bene anche così! Perché in realtà questa sera è andato bene tutto e ora on through the night ci tuffiamo davvero consapevoli che quella che abbiamo appena visto è una delle migliori band al mondo e che dal vivo sono una vera forza della natura.

lunedì 10 giugno 2019

I b-side dei Doors

Durante la loro carriera discografica, che si estende tra il 1967 e il 1978, i Doors hanno pubblicato nove album in studio e oltre venti singoli, e tra i b-side che hanno accompagnato le loro hit più famose su vinile solo tre non sono mai stati pubblicate all'interno degli album.

Il primo di essi risale al 1969 e si intitola Who Scared You, b-side di Wishful Sinful tratto dal The Soft Parade. Il brano è stato scritto da Jim Morrison e Robby Krieger ed è un pezzo di rock psichedelico ricco di contaminazioni di jazz fusion, come nello stile di The Soft Parade di cui è coevo, nel brano non mancano infatti lunghe parte strumentali tra i ritornelli e le strofe.

Il secondo b-side mai pubblicato su un album risale invece al 1971 ed è la cover di (You Need Meat) Don't Look No Further di Willie Dixon incisa per la prima volta da Muddy Waters nel 1956 con il titolo Don't Go No Farther. La versione dei Doors è stata pubblicata come b-side di Love Her Madly dall'album L.A. Woman ed è l'unica registrazione in studio della band ad essere cantata da Ray Manzarek prima della morte di Jim Morrison, il quale in questo caso non ha avuto alcun ruolo nelle registrazioni.

L'esecuzione canora di Manzarek non ha comunque nulla da invidiare al suo più noto collega (come in futuro avrebbe ampiamente dimostrato negli album registrati dopo la morte di Morrison), rispetto all'esecuzione di Muddy Waters il pezzo mantiene le atmosfere blues, ma aggiunge le stesse connotazioni di blues rock che contraddistinguono L.A. Woman rendendolo in generale un po' più grintoso e ovviamente Manzarek canta su note più alte rispetto a quelle di Muddy Waters.

Il terzo e ultimo dei tre brani mai pubblicati in album è Treetrunk del 1972, pubblicato come b-side di Get Up and Dance tratto da Full Circle, secondo e ultimo album pubblicato dalla band con Manzarek e Krieger alla voce dopo la prematura scomparsa di Jim Morrison. Il pezzo è sorprendentemente pop e orecchiabile ed è stato escluso dal disco proprio per l'approccio diverso rispetto a quello di ogni altra registrazione del gruppo.

Who Scared You e (You Need Meat) Don't Look No Further comparvero per la prima volta in un 33 giri nel 1972, nella compilation Weird Scenes Inside the Gold Mine. In seguito Who Scared You fu inserita nel cofanetto quadruplo The Doors: Box Set del 1997 (anche se in una versione accorciata), mentre (You Need Meat) Don't Look No Further trovò la sua prima pubblicazione in CD nella raccolta Perception composta da 12 dodici dischi che raccolgono i primi sei album della band con l'aggiunta di outtakes e tracce extra.

Treetrunk fu invece pubblicata in un album solo nel 2010, nell'edizione in CD a doppio disco di Other Voices e Full Circle e da allora è stata inclusa solo in un altra compilation: il cofanetto The Singles Box destinato al mercato giapponese del 2013.

Questi tre sono sicuramente brani meno noti della ricca discografia dei Doors, tuttavia il fatto che si tratti di pezzi di gran livello conferma il fatto che anche i brani scartati da Doors sono capolavori di rock dallo stile inconfondibile così come le loro tracce più note.

lunedì 3 giugno 2019

B.B. King - In London

Seguendo l'esempio della Chess Records, che nei primi anni 70 per quattro volte realizzò album unendo la musica del blues di Chigago a quella della swinging London, anche la ABC Records tentò la stessa strada registrando un album nel vecchio continente per il loro bluesman più importante, nonché uno dei più famosi al mondo quale il leggendario B.B. King.

L'album che nacque da questa sperimentazione si intitola In London ed è stato pubblicato nell'autunno del 1971. Il disco è composto da nove tracce a cui B.B. King presta la voce e la chitarra; oltre a B.B. la formazione dell'album vede nomi di spicco della scena inglese tra cui Ringo Starr (che lo stesso anno partecipò anche a The London Sessions di Howlin' Wolf), Alexis Korner, Steve Winwood e Greg Ridley, Steve Marriott e Jerry Shirley degli Humble Pie.

Il disco contiene cinque cover di brani classici tratti dal repertorio storico della black music americana reinterpretati nello stile del white blues di Londra oltre a quattro inediti scritti per l'occasione da alcuni dei musicisti coinvolti nelle sessioni di registrazione. La traccia di apertura è la cover di Caldonia di Louis Jordan, originariamente pubblicata nel 1945, di cui mantiene lo stile del jump blues condendolo con sonorità più moderne. Nel disco è presente una seconda cover di Louis Jordan dello stesso anno, ovvero la ballad We Can't Agree. Le seconda traccia dell'album è la cover di Blue Shadows di Lowell Fulson del 1950 che B.B. King accelera notevolmente e canta con uno stile più vicino al rock and roll allontanandosi dalla atmosfere jazz del pezzo originale. Nel disco è presente anche una cover di Part Time Lover di Clay Hammond del 1963 e anche in questo caso King stravolge il pezzo donando una grinta e una velocità del tutto assenti nella ballad soul originale. L'ultima cover è la traccia di chiusura Ain't Nobody Home di Howard Tate del 1966 di cui King mantiene le atmosfere R&B a cui aggiunge suoni più patinati e un tocco di gospel grazie al coro sul ritornello.

Il primo dei quattro inediti è la ballad Ghetto Woman, che come suggerisce il titolo stesso è il pezzo dell'intero disco che più attinge dal blues d'oltreoceano. Tra i pezzi nuovi troviamo anche la strumentale Alexis Boogie scritta dal chitarrista Alexis Korner che vede una massiccia presenza dell'armonica suonata da Steve Marriott, la veloce ed energica Power of Blues in cui B.B King dà sfoggio più che altrove della sua potenza vocale e la strumentale Wet Hayshark.

Nonostante In London non sia tra i dischi più celebri di B.B. King è sicuramente uno dei migliori della sua discografia grazie alla sua capacità di mischiare i classici a uno stile più moderno e di interpretare pezzi scritti appositamente per lui da alcuni dei migliori musicisti europei del tempo. In London merita sicuramente di essere riscoperto, perché tutte le tracce sono di altissimo livello, alternano stili musicali molto diversi tra loro e mostrano come un grande musicista come B.B. King si sia adattato a situazioni diverse con grande disinvoltura.

lunedì 27 maggio 2019

Myrath - Shehili

I tunisini Myrath sono una delle realtà più fresche e creative del panorama metal attuale sin dalla pubblicazione del loro primo album Hope del 2007. A maggio di quest'anno la band capitanata da Zaher Zorgati è tornata con un nuovo album intitolato Shehili che segue il precedente Legacy del 2016.

L'uscita dell'album è stata preceduta dalla pubblicazione del video del primo singolo Dance. E se il video di Believer di Legacy era ispirato a Prince of Persia, il nuovo video è ispirato al gioco da tavolo Tales of Arabian Nights e vede la band ricorrere alla stessa macchina del tempo di Believer per liberare la città di Samarcanda dalla dittatura del Sultano Omar e riportare nel mondo reale un ragazzino rimasto intrappolato in quel mondo fantastico. Dal punto di vista musicale Dance dà un primo assaggio di ciò che si troverà all'interno dell'LP: da un lato la band ripropone la propria mescolanza di power metal e suoni etnici della propria terra, ma questa volta perfeziona la formula, rinunciando a molte delle venature prog che contraddistinguevano Legacy e atterrando su un suono più semplice e di più facile ascolto, in cui le sonorità folk hanno un ruolo maggiore.

Contestualmente all'uscita dell'album è stato pubblicato il video del secondo singolo No Holding Back che prosegue nella narrazione del video precedente con la band su un vascello ad aiutare il bambino nella fuga dai messi del Sultano che lo vogliono imprigionare, il video termina con il gruppo che porta il Sultano nel mondo reale e lascia il dubbio se la storia si sia conclusa oppure no.


L'album è composto da dodici pezzi che si lasciano ascoltare divertendo e convincendo sotto ogni aspetto dal primo all'ultimo pezzo, regalando una mistura sonora dagli ottimi risultati. Trattandosi di un disco che rasenta la perfezione è difficile individuare brani migliori di altri; in ogni caso la parte migliore delle melodie sembra essere stata lasciata dalla band sapientemente nella seconda metà del disco in cui troviamo la bellissima Monster In My Closet che è forse quella in cui le sonorità si fanno più dure che altrove. Appena dopo si trova un altro pezzo di ottima fattura, quale la ballad Lili Twil in cui il cantante Zaher Zorgati dà sfoggio delle proprie doti canore più che altrove alternando il canto in stile arabo a quello più tradizionale con grande maestria. Sonorità simili si trovano anche in Darkness Arise, mentre momenti più melodici caratterizzano le ballad Stardust, più tradizionale, e Mersal ricchissima di suoni orientali e in cui Zorgati (così come nella già citata Lili Twil) canta parte delle strofe in arabo.

Il disco si chiude con la title track che aggiunge anche chitarre da flamenco e flauti al potente intreccio di power metal e musica araba in un capolavoro musicale che trascende generi e tradizioni. La versione giapponese dell'album è impreziosita, come spesso accade, dalla presenza di una bonus track quale una diversa versione di Monster In My Closet cantata in giapponese.

Se fino ad ora i Myrath avevano composto ottimi album senza mai sbagliarne uno, con Shihili superano sé stessi, realizzando il miglior disco della propria carriera musicale contraddistinta da un suono unico al mondo e incredibilmente ricco. Il panorama dell'oriental metal vede altre band che realizzano esperimenti simili a quelli dei Myrath (tra cui ad esempio gli israeliani Orphaned Land) ma il suono della band di Ez-Zahra è sicuramente il più vario e versatile e grazie a questo nuovo disco il quintetto si proietta a pieno titolo tra i migliori del pianeta, non solo nell'ambito dell'oriental metal, ma del metal di ogni genere.