mercoledì 13 gennaio 2021

Neon Tapehead - Never Say Never

Nel 2016 il chitarrista moscovita Dmitry Ursul ha fondato il proprio nuovo gruppo chiamato Neon Tapehead, con cui realizza da allora dell'ottima musica electrofunk ispirata alle atmosfere patinate degli anni 80. Dopo un primo disco registrato del 2018 dal titolo Tapehead's Grooves e dopo qualche cambio nella formazione, nel 2020 la band è tornata con un nuovo singolo intitolato Танцуй (cantato in russo) a cui è seguito il nuovo EP Never Say Never, composto da cinque pezzi che offrono un'ottima commistione di electrofunk, disco music e R&B e che raccolgono tutti gli stilemi della musica da ballo del decennio d'oro, creando una mescolanza sonora di grande impatto ed effetto.

Attualmente il gruppo è composto dal fondatore Dmitry Ursul, leader del gruppo, alle chitarre e alla produzione, Maya Shonia alla voce, Dmitry Votintsev al basso e Alexandr Kovalchuk alla batteria. Già dal primo ascolto la musica dei Neon Tapehead colpisce, diverte e si lascia ascoltare con piacere. Oltre alle basi musicali realizzate con grande maestria, il punto di forza di questo gruppo è la voce di chiara ispirazione black di Maya Shonia che riesce a dare ai brani un groove incredibile cantando in stile R&B e conferendo alle cinque canzoni un'efficace mistura di leggerezza e sensualità.

Tutto il disco è pervaso da venature scintillanti e festaiole tipiche del decennio a cui si ispira, al punto che questo disco più che un omaggio agli anni 80 sembra preso di peso da allora e teletrasportato ai giorni nostri. E' difficile individuare tracce migliori di altre, perché questo EP coinvolge e intrattiene per tutta la sua durata, in ogni caso spiccano Let's Get Down in cui l'impronta della black music è più forte che altrove e la title track che è il brano più etereo del disco.

Never Say Never dei Neon Tapehead racchiude quindi proprio ciò di cui più si sente bisogno in questo momento: allegria e spensieratezza, senza rinunciare a una produzione di altissimo livello. Un ottimo disco con cui iniziare un nuovo anno.

mercoledì 6 gennaio 2021

Tupac - Storia di un ribelle di Andrea Di Quarto

È uscito alla fine del 2020 il volume Tupac - Storia di un ribelle del giornalista di TV Sorrisi e Canzoni Andrea Di Quarto che ricostruisce la vita del celebre rapper dal contesto sociale in cui è nato fino al tragico epilogo a Las Vegas.

Il libro di Di Quarto, senza troppi giri di parole, è semplicemente perfetto ed è un'opera di magistrale giornalismo come ai nostri giorni se ne vedono poche, soprattutto su un argomento di nicchia come l'hip hop e da parte di un giornalista italiano. Di Quarto infatti attinge da un numero di fonti davvero impressionante e di altissimo livello, garantendo così un racconto veritiero e il più possibile aderente alla realtà. L'autore anzitutto risale spessissimo alle dirette parole degli stessi protagonisti delle vicende narrate, attingendo da numerose interviste e dichiarazioni. Inoltre cita tra le proprie fonti riviste, giornali e documentari tra i più autorevoli, senza cedere mai al richiamo facile di tabloid e titoli clickbait.

Proprio per via dell'intento di offrire un racconto veritiero, Di Quarto smonta molte delle bufale più diffuse sulla vita del rapper; ad esempio chiarisce che il suo legame con Jada Pinkett era solo di amicizia anche se a molti piace ricamarci sopra una storia d'amore di fatto mai avvenuta. Inoltre un merito innegabile e importantissimo di questo libro è che non si tratta di un'"agiografia di Tupac" ma di un racconto super partes che non vuole edulcorare il messaggio e che mette il luce le contraddizioni e le debolezze che spesso hanno caratterizzato Tupac e il suo messaggio musicale.

Come è ovvio un'ampia parte del libro è dedicata alla morte di Tupac e all'analisi delle indagini e delle teorie che sono nate da allora, sottolineando punti di forza e di debolezza di ognuna di loro. L'autore comunque smonta senza mezzi termini quelle più ridicole che vogliono il rapper ancora vivo a nascondersi chissà dove o complotti orditi dall'FBI.

In sintesi il libro di Di Quarto, che è autore anche di due volumi sulla storia del rap usciti nel 2018, è un ottimo lavoro di impeccabile fattura. Sicuramente si può consigliare la lettura di Tupac - Storia di un ribelle ad almeno due categorie di persone: gli appassionati di hip hop e i biografi. I primi perché ci troveranno un valido e completo racconto della vita uno dei rapper più rappresentativi della storia. I secondi perché imparino come si scrivono le biografie.

mercoledì 23 dicembre 2020

George Thorogood & The Destroyers ‎– Rock And Roll Christmas

Nel momento più alto della sua carriera, dopo la pubblicazione del suo iconico album Bad to the Bone il rocker del Delaware George Thorogood ha inciso il suo primo e finora unico singolo di Natale dal titolo Rock And Roll Christmas. Pubblicato nel 1983, il brano è allegro, festaiolo e dal ritmo incalzante proprio come ci si aspetta da una canzone di George Thorogood, di cui contiene tutti gli stilemi con una forte impronta blues e rock and roll e con menzioni nel testo a Elvis Presley, Chuck Berry e Buddy Holly. Il pezzo si apre con uno snippet di Joy to the World suonato al sassofono da Hank "Hurricane" Carter (che ha fatto parte dei Destroyers dal 1980 al 2003) e il suono del sax è preponderante durante tutto il pezzo.

Il B-side di Rock And Roll Christmas è New Year's Eve Party, anch'essa ispirata al rock and roll degli anni 50, con ritmi meno forsennati del brano sul lato A, ma senza rinunciare alle atmosfere di festa a cui questo singolo è dedicato. Anche il questo caso Hank Carter ci regala uno snippet al sassofono: quello di Auld Lang Syne, noto in Italia come Valzer delle Candele.

Rock and Roll Christmas è in realtà uno dei pezzi meno noti di Thorogood, che non compare in nessuno dei suoi album e nemmeno nelle raccolte, ciò nonostante si tratta di un pezzo di ottima fattura, divertente e allegro, che realizza un'ottima commistione tra tradizione e modernità e che costituisce un'ottima aggiunta alla collezione di canti natalizi rock, per dare alle feste un tocco più moderno.

mercoledì 16 dicembre 2020

Tin Idols - Metal Kalikimaka, Volume 2

Ad un anno di distanza dal primo volume, gli hawaiani Tin Idols nel 2015 hanno ripetuto l'esperimento di realizzare un disco di canti natalizi in versione metal con l'album Metal Kalikimaka, Volume 2 (dove Kalikimaka significa Natale in lingua hawaiana). Il gruppo guidato dal produttore e batterista Gerard Gonsalves sceglie quindici pezzi della tradizione natalizia attingendo sia dai classici, come O Holy Night o Silent Night, sia dai moderni come All I Want For Christmas Is You di Mariah Carey e Wonderful Christmastime di Paul McCartney.

Come nel volume precedente, la punta di diamante di questo disco è la voce di Sandy Essman, che nello scorso autunno ha pubblicato il proprio secondo album solita e l'ottavo degli Storm di cui è la frontwoman, che interpreta tre canti con la potenza e la sicurezza che le sono proprie: God Rest Ye Merry Gentlemen, Do You Wanna Build A Snowman? e Metal Kalikimaka, cover di Mele Kalikimaka, di cui conserva la melodia con un testo nuovo, resa celebre per la prima volta da Bing Crosby nel 1950 e che qui rinuncia alle atmosfere oceaniche in favore di un potente metal. Sandy, inoltre, partecipa come corista in vari pezzi tra cui la grintosa interpretazione di White Christmas cantata dalla graffiante voce di Christina Estes. Tra le altre voci femminili spiccano Willow Chang che interpreta una versione elettronica di Coventry Carol con una voce eterea vicina alla new age e Lana Saldania che canta Blue Christmas in uno stile particolarmente cupo. Un'altra ottima prova al femminile è quella di Marti Kerton che si cimenta in una cover rock accelerata di Last Christmas degli Wham!.

Tra le migliori performance maschili troviamo sicuramente quella di John Diaz, che trasforma O Holy Night in un aggressivo pezzo AOR, e quella di Mark Caldeira, un'altra delle voci storiche dei Tin Idols che aveva interpretato Gesù in Jesus Christ Supernova e che qui si cimenta in una versione allegra e veloce di Run Run Rudolph.

Con Metal Kalikimaka, Volume 2 il combo hawaiano ripete quindi il successo del primo volume, con un disco variegato, che attinge da un repertorio vasto in cui gli autori hanno saputo trovare risvolti inaspettati in brani appartenenti al passato recente e a quello remoto. Sicuramente i Tin Idols si confermano tra i migliori interpreti dei canti natalizi anche con questo secondo disco che diverte e convince per tutta la sua durata e che può essere una valida colonna sonora alternativa per questo Natale.

lunedì 7 dicembre 2020

Blackmore's Night - Here We Come A-Caroling

Il 2020 vede il ritorno degli straordinari Blackmore's Night, duo composto da Ritchie Blackmore e dalla moglie Candice Night, alla musica natalizia con un EP di quattro pezzi intitolato Here We Come A-Caroling, dall'omonimo canto risalente all'epoca vittoriana. Il disco si propone come l'ideale compendio di Winter Carols, uscito originariamente nel 2006, di cui riprende gli stilemi con quattro classici della tradizione natalizia reinterpretati nello stile del rock rinascimentale tipico della coppia che fa degli strumenti classici e della voce celestiale di Candice Night il proprio punto di forza.

La scelta della coppia cade su quattro canti risalenti al diciannovesimo secolo, quali la title track, It Came Upon the Midnight Clear, O Little Town of Bethlehem e Silent Night. I primi tre colpiscono per l'atmosfera gioiosa e per la presenza preponderante della strumentazione folk, flauti e mandola su tutti; in particolare O Little Town of Bethlehem è in una versione molto più veloce della gran parte delle altre interpretazioni. Al contrario Silent Night si discosta dagli altri brani per la sua atmosfera raccolta, con la prima strofa realizzata con voce e organo e che si conclude con la sola aggiunta della chitarra.

Così come in Winter Carols l'unico difetto di questo disco è quello di essere troppo corto, perché le quattro tracce sono semplicemente perfette dal punto di vista musicale, vocale e di interpretazione. Here We Come A-Caroling è quindi un'ottima aggiunta alla discografia dei Blackmore's Night e una chicca imperdibile per gli appassionati di musica natalizia.

sabato 28 novembre 2020

Nostra Morte - Sin Retorno


Sin Retorno
del 2012 è il secondo album dei messicani Nostra Morte, il cui esordio discografico risale al 2009 con l'album Un Cuento Antes de Morir. La musica del gruppo di Tepic, capitale dello stato di Nayarit nel Messico centrale, offre uno dei migliori esempi di metal sinfonico al mondo, che coniuga basi potenti, grintose e al contempo melodiche con il canto di impostazione operistica dei due vocalist Eiven Dumort e Dollette LaMort.

Il risultato di questa mescolanza sonora è un album solido, dalle atmosfere magniloquenti e teatrali con evidenti richiami alla letteratura gotica e al mondo dei vampiri. Il disco è composto da quattordici tracce, tutte di altissimo livello, che basano la propria forza sull'amalgama vocale che i due vocalist riescono a creare, duettando e alternandosi. Inoltre il canto in spagnolo, mentre gran parte del metal sinfonico mondiale è in inglese, dona alla musica di questa band un tocco di unicità davvero notevole, che ammorbidisce anche l'impatto sonoro del canto.

Il suono del disco è monolitico, al punto che è difficile individuare pezzi migliori di altri. In ogni caso spicca sicuramente la title track che apre il disco dando subito un assaggio di ciò che seguirà e Erik el Rojo in cui compare come ospite il baritono Pablo Akhma Atahualpa. Degna di nota sono anche Perséfone, che è il brano in cui Dollette dà la propria miglior prova vocale, e Réquiem DeMort che contiene uno snippet della canzone sovietica Katjuša. Il brano migliore dell'album è comunque Cuando la Muerte se Viste de Gloria che oltre alle sonorità operistiche e quelle metal aggiunge una buona dose di musica mariachi che crea un contrasto e una mescolanza e di grandissimo impatto.

Sin Retorno è, in sintesi, un vero capolavoro che mischia generi diversi con grande maestria il cui punto di forza è la commistione di stili e la voce impeccabile dei due cantanti. Ed è un vero peccato che questa band sia così poco conosciuta al di fuori del Messico, perché sicuramente non ha nulla da invidiare ai gruppi più noti europei e nordamericani di questo genere.

giovedì 19 novembre 2020

The Temptations - Psychedelic Shack

Soli sette mesi dopo l'uscita di Puzzle People, a febbraio del 1970 il gruppo soul dei Temptations pubblicò un nuovo album intitolato Psychedelic Shack in cui continua sulla strada del precedente che aveva sancito il definitivo passaggio del gruppo di Detroit ad atmosfere psichedeliche.

Il disco è composto da otto tracce in cui, come già accadeva nell'album precedente, i cinque vocalist si alternano al microfono molto più che in passato cantando insieme praticamente tutti i brani. Il disco si apre con la title track che proprio nei primi secondi contiene un campionamento di I Can't Get Next to You tratto da Puzzle People e che costituisce uno dei primi esempio di campionamento (anche se in questo caso il gruppo campiona sé stesso) nella black music, tecnica che verrà largamente utilizzata dall'hip hop che sarebbe nato alla fine degli anni 70. Il disco in generale ha un suono un po' più aggressivo, e tendente al rock, rispetto agli album precedenti. Tra le tracce migliori si distinguono anche It's Summer, l'unica ballad del disco che però si allontana dalle tipiche ballad della Motown in quanto parla dell'estate e non è una canzone d'amore, e Take a Stroll Thru Your Mind che combina la psichedelia al blues in una sorta di lunga esortazione all'uso della marijuana.

L'album conferma anche un passaggio a tematiche più impegnative, come in War che è il brano più energico del disco che rivolge un'aspra critica alla guerra del Vietnam e ai conflitti armati in generale. Il disco si chiude con due cover di altrettanti pezzi di Gladys Knight & the Pips praticamente coevi a Psychedelic Shack quali You Need Love Like I Do (Don't You) e Friendship Train.

Psychedelic Shack è in sintesi un disco solidissimo, caratterizzato da un suono maturo su cui il gruppo si muove ormai con grande maestria e che proseguirà fino ad A Song For You del 1975 che torna a un soul più convenzionale. Questo album mostra un lato del gruppo meno noto, rispetto al Motown sound degli inizi, ma non per questo di livello inferiore, e rimane ad oggi uno dei momenti migliori della lunghissima e ricchissima discografia di questo incredibile e mutevole gruppo..